Utente 588XXX
Buona sera.
Vorrei chiedere delle delucidazioni.
Sono una studentessa di medicina che due anni fa ha iniziato a soffrire di forte ansia in ambito universitario (ansia correlata però a problemi familiari).

Dopo circa 6 mesi che frequentavo il counseling universitario, la dottoressa ha deciso di iniziare la terapia (sertralina 100, 1 cp/die).
Rifiutai la terapia per 3 mesi... ma poi, non reggendo più i sintomi (palpitazioni, tremori, tachicardia, dispnea) , accettai.

Continuai la terapia fino a luglio quando, in seguito a continui litigi con i miei, ho deciso di interrompere (anche se la psichiatra non era dello stesso parere) la terapia.

Ma a metà agosto dopo 3 notti da incubo andai dal MMG la quale mi disse di ricominciare la terapia in attesa dell'appuntamento con la psichiatra fissato per inizio settembre (gli appuntamenti distano uno dall'altro un mese).
Così ricominciai la terapia.
A novembre ebbi un appuntamento con la psichiatra la quale mi propose di iniziare la psicoterapia con un altro medico: io ci rimasi male e mi arrabbiai molto.
Non dissi nulla poiché quando mi arrabbio tendenzialmente mi zittisco e non replicò più.
Il mese dopo ci saremmo dovuti vedere ma chiamai per posticipare perché ero ancora arrabbiata.

Il fatto è che poi non ho più fissato un appuntamento (ero in sessione esami): a febbraio, in seguito ad un grosso litigio con mia madre, decisi di interrompere il farmaco e lo feci bruscamente senza scalare (oltre che licenziarmi e mollare, quasi, la stanza nella città dove studio).
Passai 3 notti da incubo e in una di esse mi svegliai piangendo durante la notte: non penso sia stato per l'interruzione del farmaco, ma più per le frasi dette da mia madre (i problemi a casa riguardano mio padre).
Ad oggi non ho più ripreso il farmaco e a causa della quarantena (covid-19) sono dovuta tornare a casa dei miei: faccio fatica a stare chiusa in casa e reagisco in malo modo a qualsiasi cosa (sono molto irascibile, ma è da due anni che è così).
Abbiamo discusso poiché mi ero segnata di turno in Croce Rossa... Continuo a discutere perché non posso dire nulla sulla situazione attuale che mio padre mi deride come se non avessi mai studiato nulla... E questo fa peggiorare solo la situazione già esistente (e quella poca fiducia che ho in me crolla tutte le volte).

Ma il vero problema è che da due giorni sono ricomparse le palpitazioni e stasera ho deciso di scrivere perché le ho da 20 minuti e continuo a piangere.
Non riesco a tranquillizzarmi: quando mi succedeva prendevo una cp di alprazolam, ma ho lasciato i farmaci nella città dove studio.

Potrei andare dal MMG a farmelo prescrivere, ma non voglio ricominciare la terapia.
Quindi vorrei chiedere se può essere che sia una cosa passeggera o sia un ritorno alla situazione iniziale.
Di tutto ciò la psichiatra non sa ancora nulla.
Ero intenzionata di rivederla a Marzo e spiegarle tutto, ma è sopraggiunta la pandemia.
Appena si tranquillizzerà la situazione, la contatterò.
Certamente non ora.

[#1]  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente

Mi scusi ma non c'è ragione di non ricontattare la psichiatra. Oltretutto, o il discorso è che ora ci sono problemi, o che non vuole reiniziare la cura. In tutta la storia si capisce che quando fa la cura sta meglio, ma che poi la sospende in risposta a delle situazione di crisi, paradossalmente. Litigia con i suoi e interrompe la cura (c'è un nesso che non ho colto ?). Litigio con sua madre e lo reinterrompe...
Cioè: proprio in risposta alle situazioni che teoricamente il farmaco aiuta anche a sopportare o gestire meglio, invece interrompe bruscamente, quasi fosse un dispetto a qualcuno, o un rifiuto di tutto in generale.
Rifiuto dello star male, che evidentemente attribuisce a fattori esterni, e quindi "litiga" anche col farmaco mettendolo istintivamente sullo stesso piano di chi l'ha fatta arrabbiare.

Quindi, le terapie psichiatriche vanno avanti per fortuna buona anche con i mezzi di comunicazione: c'è il telefono, la mail, il video etc.
Dr.Matteo Pacini
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[#2] dopo  
Utente 588XXX

Grazie mille per la risposta tempestiva.
So che sembra un controsenso (e probabilmente lo è), ma in quei casi sono molto istintiva e faccio quello che mi passa per la testa. Solo dopo pensando ragionevolmente capisco che possa essere un errore. Le spiego perché ho interrotto il farmaco. Il pensiero che mi passa durante il litigio è il seguente: la situazione torna sempre ad essere la stessa nonostante il farmaco --> mi sento bene per un po' e poi mi ritrovo punto a capo --> allora che senso ha prenderlo?
So che è sbagliato, ma in quel momento mi intestardisco... E non riesco a fare un passo indietro. Questo mese è andato tutto sommato bene... Qualche pianto e un po' di irritabilità... Ma nulla di che.....
Stasera, invece, un disastro..
Continuo a piangere senza un apparente motivo. Fortunatamente ora le palpitazioni sono scomparse. Non voglio contattare la dottoressa semplicemente perché non penso sia corretto disturbarla ora per un errore mio.

[#3] dopo  
Utente 588XXX

"Rifiuto dello star male, che evidentemente attribuisce a fattori esterni, e quindi "litiga" anche col farmaco mettendolo istintivamente sullo stesso piano di chi l'ha fatta arrabbiare."

Sì può essere. Questo probabilmente è stato anche ciò che mi ha fatto arrabbiare nell'ultimo incontro.
Probabilmente associo il tutto ai litigi in casa, ma in realtà non è tutta colpa di ciò.

La dottoressa mi disse che in parte era dovuto anche alla mia personalità e al mio modo di essere.
E questo non riesco ad accettarlo.

[#4]  
Dr. Matteo Pacini

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La psichiatria non stabilisce chi ha ragione. Quindi lascerei perdere quest'ottica in cui il suo malessere deve essere attribuito a qualcosa in senso morale. In primo luogo è meglio far riferimento alle diagnosi note, le quali non comprendono interpretazioni ma si limitano a definire le forme del malessere, e se possibile prevederne il decorso e la risposta alle terapie.
Dr.Matteo Pacini
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