Sfide schizofrenia/bipolare: aiuto per vita quotidiana e lavoro.
Buonasera, sono un ragazzo che soffre di schizofrenia di tipo residuo e di disturbo bipolare.
La situazione clinica che vivo oggi si è andata "costruendo" con il tempo.
Questo perché a 11 anni non sono arrivato pronto ai cambiamenti ormonali e sono caduto in depressione.
Quest'ultima poi con l'inizio dell'università si è cronicizzata e l'anno dopo è cominciata la schizofrenia.
Volevo chiedervi un aiuto riguardo alle difficoltà che incontro ogni giorno nell'affrontare la vita, essendo instabile emotivamente da quando sono bambino.
Ad esempio, alcune difficoltà che incontro sono cominciare a camminare sempre in maniera strana quando sento gli occhi delle persone addosso e il non essere lucido e sciolto nel parlare con gli altri.
Sono preoccupato per come possa evolvere la situazione, dato che un giorno dovrò lavorare.
La situazione clinica che vivo oggi si è andata "costruendo" con il tempo.
Questo perché a 11 anni non sono arrivato pronto ai cambiamenti ormonali e sono caduto in depressione.
Quest'ultima poi con l'inizio dell'università si è cronicizzata e l'anno dopo è cominciata la schizofrenia.
Volevo chiedervi un aiuto riguardo alle difficoltà che incontro ogni giorno nell'affrontare la vita, essendo instabile emotivamente da quando sono bambino.
Ad esempio, alcune difficoltà che incontro sono cominciare a camminare sempre in maniera strana quando sento gli occhi delle persone addosso e il non essere lucido e sciolto nel parlare con gli altri.
Sono preoccupato per come possa evolvere la situazione, dato che un giorno dovrò lavorare.
Attualmente sarebbe in trattamento per la sua patologia?
La diagnosi quale sarebbe?
La diagnosi quale sarebbe?
https://wa.me/390698234174
https://t.me/FSRuggiero_psichiatra
https://www.instagram.com/psychiatrist72/
Gentile,
quando scrive volevo chiedervi un aiuto arriva in modo molto chiaro il bisogno di non restare solo con queste difficoltà. È una richiesta legittima, soprattutto considerando che convivono con lei da tanti anni e incidono sulla vita quotidiana e sulle prospettive future.
Proprio perché le problematiche che descrive sono complesse e strutturate nel tempo, ed è molto probabile che lei sia già seguito da specialisti, è importante che queste sensazioni concrete che racconta (il sentirsi osservato, il cambiamento nel modo di camminare, la fatica nel parlare con gli altri) vengano portate apertamente a chi la ha in cura. Non perché qui non ci sia ascolto, ma perché solo chi conosce la sua storia clinica nel dettaglio può aiutarla a leggere questi segnali e a lavorarci in modo efficace e continuativo.
In uno spazio come questo è difficile offrire un aiuto che porti a miglioramenti reali, proprio perché mancano gli elementi necessari per inquadrare a fondo ciò che sta vivendo. In certi casi, risposte parziali rischiano più di confondere che di sostenere.
Detto questo, la sua richiesta non è fuori luogo né inutile. Il fatto che lei si interroghi sul futuro, sul lavoro e sul suo funzionamento quotidiano mostra una preoccupazione sana e una volontà di capire, che sono risorse importanti. Molte persone con difficoltà simili alle sue riescono, con il tempo e con un lavoro mirato, a trovare modalità più stabili per stare con gli altri e per costruire una vita compatibile con le proprie fragilità.
Il passo più utile ora è portare proprio questa domanda di aiuto così com’è, senza filtri ai suoi curanti, includendo anche la paura per il futuro e per il lavoro. È lì che può prendere forma un sostegno concreto, calibrato su di lei.
Un cordiale saluto.
quando scrive volevo chiedervi un aiuto arriva in modo molto chiaro il bisogno di non restare solo con queste difficoltà. È una richiesta legittima, soprattutto considerando che convivono con lei da tanti anni e incidono sulla vita quotidiana e sulle prospettive future.
Proprio perché le problematiche che descrive sono complesse e strutturate nel tempo, ed è molto probabile che lei sia già seguito da specialisti, è importante che queste sensazioni concrete che racconta (il sentirsi osservato, il cambiamento nel modo di camminare, la fatica nel parlare con gli altri) vengano portate apertamente a chi la ha in cura. Non perché qui non ci sia ascolto, ma perché solo chi conosce la sua storia clinica nel dettaglio può aiutarla a leggere questi segnali e a lavorarci in modo efficace e continuativo.
In uno spazio come questo è difficile offrire un aiuto che porti a miglioramenti reali, proprio perché mancano gli elementi necessari per inquadrare a fondo ciò che sta vivendo. In certi casi, risposte parziali rischiano più di confondere che di sostenere.
Detto questo, la sua richiesta non è fuori luogo né inutile. Il fatto che lei si interroghi sul futuro, sul lavoro e sul suo funzionamento quotidiano mostra una preoccupazione sana e una volontà di capire, che sono risorse importanti. Molte persone con difficoltà simili alle sue riescono, con il tempo e con un lavoro mirato, a trovare modalità più stabili per stare con gli altri e per costruire una vita compatibile con le proprie fragilità.
Il passo più utile ora è portare proprio questa domanda di aiuto così com’è, senza filtri ai suoi curanti, includendo anche la paura per il futuro e per il lavoro. È lì che può prendere forma un sostegno concreto, calibrato su di lei.
Un cordiale saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Utente
Si dottore, sto prendendo aripiprazolo 15 mg mezza compressa al mattino e intera la sera e il Lexotan 3 volte al giorno
Utente
Ho capito, va bene grazie dottore gentilissimo
Il dosaggio di terapia non sarebbe massimo e quindi dovrebbe essere portata a dosaggi terapeutici se persistono sintomi della patologia che le creano difficoltà
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Utente
Col dosaggio ero arrivato a 30 mg, solo che non c'era ancora la diagnosi di schizofrenia e il mio psichiatra pensava che il rallentamento del pensiero fosse dovuto al farmaco per cui sono sceso a 22.5 mg
Gentile utente,
ho letto gli scambi successivi e mi permetto di intervenire riportando l’attenzione sull’aspetto per cui lei aveva inizialmente chiesto aiuto in area psicologica, cioè le difficoltà nella vita quotidiana, nelle relazioni e nella prospettiva lavorativa.
È corretto che la gestione farmacologica venga discussa e monitorata con lo psichiatra che la segue, e su questo piano è fondamentale attenersi alle indicazioni ricevute. Allo stesso tempo, è importante chiarire che farmaci e psicoterapia rispondono a bisogni diversi, pur lavorando in modo complementare. L’approccio farmacologico interviene prevalentemente sulla stabilizzazione dei sintomi, mentre quello psicologico lavora su come lei vive la malattia, su come affronta le situazioni che la mettono in difficoltà e su come costruire, passo dopo passo, una maggiore autonomia nella vita quotidiana.
Le difficoltà che descriveva all’inizio il sentirsi osservato, il blocco nel parlare, la preoccupazione per il lavoro sono aspetti su cui la psicoterapia può avere un ruolo molto concreto, aiutandola a sviluppare strategie più efficaci per gestire l’ansia, il senso di esposizione e la fiducia nelle proprie capacità. Numerosi studi mostrano come, nel lungo periodo, l’integrazione tra trattamento farmacologico e psicoterapia sia più efficace dei soli farmaci nel migliorare il funzionamento e la qualità della vita.
Se queste difficoltà sono ancora presenti, il suggerimento è quello di portarle apertamente anche nello spazio terapeutico, così che il lavoro non resti limitato al controllo dei sintomi, ma possa estendersi agli obiettivi che per lei contano davvero, come il lavoro e le relazioni.
Un cordiale saluto.
ho letto gli scambi successivi e mi permetto di intervenire riportando l’attenzione sull’aspetto per cui lei aveva inizialmente chiesto aiuto in area psicologica, cioè le difficoltà nella vita quotidiana, nelle relazioni e nella prospettiva lavorativa.
È corretto che la gestione farmacologica venga discussa e monitorata con lo psichiatra che la segue, e su questo piano è fondamentale attenersi alle indicazioni ricevute. Allo stesso tempo, è importante chiarire che farmaci e psicoterapia rispondono a bisogni diversi, pur lavorando in modo complementare. L’approccio farmacologico interviene prevalentemente sulla stabilizzazione dei sintomi, mentre quello psicologico lavora su come lei vive la malattia, su come affronta le situazioni che la mettono in difficoltà e su come costruire, passo dopo passo, una maggiore autonomia nella vita quotidiana.
Le difficoltà che descriveva all’inizio il sentirsi osservato, il blocco nel parlare, la preoccupazione per il lavoro sono aspetti su cui la psicoterapia può avere un ruolo molto concreto, aiutandola a sviluppare strategie più efficaci per gestire l’ansia, il senso di esposizione e la fiducia nelle proprie capacità. Numerosi studi mostrano come, nel lungo periodo, l’integrazione tra trattamento farmacologico e psicoterapia sia più efficace dei soli farmaci nel migliorare il funzionamento e la qualità della vita.
Se queste difficoltà sono ancora presenti, il suggerimento è quello di portarle apertamente anche nello spazio terapeutico, così che il lavoro non resti limitato al controllo dei sintomi, ma possa estendersi agli obiettivi che per lei contano davvero, come il lavoro e le relazioni.
Un cordiale saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Utente
Concordo pienamente dottore, sono importanti sia i farmaci che la psicoterapia . Grazie
Questo consulto ha ricevuto 8 risposte e 399 visite dal 28/12/2025.
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