Masochismo e responsabilità altrui

Buon giorno a tutti. Io sofrro di masochismo erogeno. Soffro e godo, diciamo. Vivo questa "passione" da solo, con la pornografia. Ho frequentato qualche dominatrice in rare occasioni e da anni non ho una ragazza. Non ho una ragazza proprio perché prima voglio far scomparire questo problema e poi si vedrà. Ho detto alla mia psicoterapeuta (psicodinamica) che ho un impulso incontrollato di masochismo. Risposta: non si può definire incontrollato perché pianifico di andare dalle dominatrici e poi ci vado. Mia risposta: lo definisco incontrollato perché vado di mia spontanea volontà a subire violenza. Sua risposta: non subisco violenza perché non mi costringe nessuno e la richiesta parte da me. E qui uno s'arrabbia. Rispondo: sì, la richiesta parte da me ma io non vorrei affatto che partisse, mi fa schifo pensare di poter fare queste cose. Sua risposta: si tratta di un mio conflitto interno e non di violenza. E qui uno s'arrabbia del tutto. Perché io non lo considero proprio un mio conflitto interno. Mi fa schifo solo l'idea di avere dentro di me uno che striscia ai piedi delle ragazze. E allora secondo me la colpa è delle sadiche: loro dovrebbero dire di no per prime. Poco dopo la colpa è delle mie ex, che avrebbero dovuto fare meno le principesse. La colpa allora è della legge, che mi ha impedito di prenderle a schiaffi quando si comportavano da galline. La colpa allora è del femminismo, che si è inventato la faccenda del debito storico dei maschi nei confronti delle femmine. Chi chiede diritti uguali in realtà cerca il predominio e blocca la crescita di chi deve concedere i diritti. Non a caso "femminismo" originariamente indicava una malattia del maschio e non a caso la de Gouges scriveva alla fine della sua dichiarazione: "[o donne] presto vedrete quegli orgogliosi, nostri servili adoratori, strisciare ai vostri piedi,". E in effetti io sin da bambino ho a che fare con insegnanti femministe che tutto han fatto fuorché gratificarmi e concedermi liberi sfoghi. Più che la madre castrante ho avuto le insegnanti castranti: non vedo la differenza fra "femminista" e "castrante". E allora non si tratta di un mio conflitto interiore, ma di una violenza costante che subisco per colpa delle istituzioni sin dall'infanzia e che subisco nelle scuole. Una vera e propria oppressione. Mi sento immaturo, masturbatorio e anarchico negli istinti perché mi è stato insegnato sin da piccolo che il fallocentrismo è sbagliato. Colpevoli anche i miei genitori, che politicamente stanno troppo a sinistra. Ma il conflitto non viene da me: io ho sempre saputo cosa è meglio, ovvero la gerarchia e la mascolinità, ma mi hanno impedito sin da bambino di ricercare il mio meglio. Allora mi arrabbio se mi si dice "è un tuo conflitto interiore". No, è un fatto sbagliato ed ingiusto di cui prime responsabili sono le donne che agiscono a favore del femminismo. Punto.
Io qui voglio chiedervi se dico sciocchezze e se ne devo parlare durante la prossima seduta.
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Dr.ssa Marta Stentella Psicologo 355 5
Gentile utente,
Sicuramente i movimenti fenministi se da un lato hanno raggiunto importanti vittorie civili, dall'altro hanno cambiato il volto del maschile e del femminile. Senza addentrarci in questo discorso che potrebbe in questa sede essere fuoriluogo, posso però dirle che attualmente si fa sempre più riferimento ad un modello Bio-Psico-Sociale che appunto tiene conto di un substrato biologico, fattori psicologici e apprendimenti o comunque influenze sociali. Questo per dirle che pur ammettendo un cambiamento nella società non si può di certo dire che tutti gli uomini siano masochisti. Questo perchè, come appunto le ho detto, sono numerosi i fattori che incidono sui comportamenti. La invito a riflettere.

Detto ciò non entro nel merito di quanto affermato dalla collega che lo ha in cura ma ritengo che lei, se ne sente l'esigenza debba riferirle ciò che pensa in merito.

Cordialmente

Dr.ssa Marta Stentella - Roma e Terni
Psicologa Clinica e Forense, Psicodiagnosta
www.martastentella.it

[#2]
dopo
Attivo dal 2016 al 2019
Ex utente
Grazie dottoressa. Io credo che oggi siano masochisti solo gli uomini come me, quelli che per questioni biologiche hanno dentro di sé un maschilismo innato e che vengono martoriati sin dall'infanzia cercando di svalutare ciò che sono.
Credo che si tratti di un modello sbagliato. Se io ho un atteggiamento maschilista da bambino, mi si dovrebbe lasciarlo sfogare o sbaglio? Non sarebbe più corretto da un punto di vista educativo? Poi, se il mio sviluppo procede senza forme repressive, allora imparo attraverso l'esperienza e da solo a non essere maschilista. Posso fare i conti con la realtà solo se mi si consente di sbatterci contro. Se invece mi si "castra" sin da subito rimango nell'irrealtà infantile.
Ho ragione o no?
Comunque lei intravede una soluzione per il mio problema o secondo lei rimarrò masochista a vita?
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Dr.ssa Marta Stentella Psicologo 355 5
Gentile utente,
Prima di risponderle vorrei chiederle:
In che senso lei crede di essere stato "castrato" durante l'infanzia?
[#4]
dopo
Attivo dal 2016 al 2019
Ex utente
Le scrivo un resoconto un po' lungo, se ha pazienza di leggerlo...

Tutto risale alla mia infanzia e al rapporto che avevo con le maestre delle scuole elementari: maestre, perché, a partire dal fascismo, l’Italia ha avuto sempre maestre. Non mi si poteva considerare uno studente modello, perché mi agitavo molto a lezione e mi rifiutavo spesso di fare i compiti a casa. In classe avevamo una compagna sordomuta e perciò dovemmo imparare la LIS, la lingua italiana dei segni. Ognuno dei compagni dovette ricevere un nome-segno, un gesto che lo identificasse agli occhi della nostra compagna. Non ricordo se il mio nome-segno me lo abbiano assegnato i miei compagni o proprio le insegnanti, ma in entrambi i casi esso dovette derivare dall’atteggiamento esplicito delle insegnanti nei miei confronti: mi diedero come nome-segno il gesto manuale delle corna, fatto con entrambe le mani, che si agitavano. Esplicitamente mi si assegnò quel nome-segno perché ai loro occhi ero “un diavoletto, il diavolo”. Quando verso i dodici anni di età abbandonai il cristianesimo andavo in giro a dire ai miei compagni di essere Satana. Solo oggi mi accorgo che forse proprio quella gentile assegnazione, operata dalle maestre, aveva determinato il mio successivo comportamento.
Nella nostra classe avevamo all’incirca cinque femmine ed un maschio con il massimo dei voti. Per qualche motivo le eccellenze maschili ottenevano risultati peggiori. Questo perché le compagne avevano uno stile più ordinato, una maggior cura di certi dettagli come: fare cornici ai quaderni, scrivere tutti i passaggi di un problema di matematica, disegnare decorazioni sulle pagine dei compiti. Ricordo di aver fatto più di un problema di matematica approdando al risultato esatto, ma trascurando di scrivere ogni passaggio. In quei casi prendevo “distinto” laddove una mia compagna, che aveva ottenuto lo stesso risultato, per il fatto di aver disegnato un’ape o un fiore sul quaderno e aver scritto ogni tappa del problema (e averci messo un’ora in più rispetto a me per risolverlo), prendeva “ottimo”. Questo discorso lascia il tempo che trova, non si può considerare una discriminazione basata sul genere, tuttavia nel momento in cui le insegnanti paragonavano il mio modo di eseguire i compiti a quello delle mie compagne sicuramente ponevano una discriminazione molto personale e, a dirla tutta, molto scorretta dal punto di vista educativo. Infatti ciò che conta in un problema di matematica è che si sia trovata la soluzione, non per quale strada la si sia trovata: mettere un voto peggiore per questo motivo e dire in faccia allo studente che il suo modo di lavorare non va bene ed è peggiore di quello della compagna mi sembra un pessimo modello educativo. Esso prova anche una cosa: che nel sistema dell’istruzione elementare manca del tutto il privilegio dei maschi e la cultura maschilista. Eppure tanto nei libri di scuola quanto nelle lezioni frontali ho sempre trovato come cosa "da accettare", "scientifica", che le donne subiscono discriminazioni. Questo non significa che in esso si trovi una cultura misandrica, né che in tutte le altre scuole elementari d’Italia o d’europa valga lo stesso, ma sicuramente, se è vero che viviamo in una cultura maschilista diffusa che ci alleva sin dall’infanzia, il mio caso rappresenta un’eccezione radicale alla regola. Non ricordo e ricordo, nel senso che non ho chiara la determinazione di questo vissuto, che le mie maestre dissero più volte che le femmine sono più intelligenti dei maschi. Che l’abbiano detto o meno ha poca importanza, perché fino ai sedici/diciassette anni ho avuto ben radicata in me la convinzione che le femmine avessero in generale maggiori capacità di ottenere successi scolastici.
Siccome avevo delle difficoltà scolastiche i miei genitori mi facevano studiare spesso con mia nonna. Lei appartiene a quel gruppo di insegnanti delle scuole elementari che negli anni ’60/’70 del ‘900 riformarono l’istruzione elementare italiana introducendo pionieristicamente metodi didattici più moderni, basati sugli schemi, sui giochi, sull’informatica. Tengo a sottolineare che all’epoca, come negli anni novanta, lavoravano nelle scuole elementari prevalentemente insegnanti donne e che proprio in quegli anni il femminismo si diffondeva in Italia dalle elite culturali al vasto mondo. Ricordo chiaramente (e non è un vissuto inventato, dato che mia nonna fa ancor oggi questo tipo di discorsi) che una volta, la prima volta, lei mi disse, dopo che avevo detto "i maschi sono più forti", grossomodo queste parole: “Voi maschi siete inferiori. Siete violenti e fate la guerra perché siete deboli di cervello e avete soltanto muscoli. Noi donne porteremo la pace nel mondo perché siamo più intelligenti e più buone e più capaci di gestire la società. Vi faremo scomparire e faremo nuove figlie con la clonazione”. Avevo 7 anni e mia nonna, una donna che non potevo non amare, mi disse questo. Forse può immaginare quale angoscia, anche oggi, il ricordo di queste frasi suscita in me, e quanto io, in età più avanzata, abbia dovuto rinunciare a molti aspetti della mia vita, a molta onestà con me stesso, a molto tempo, per liberarmi di quella che è una vera e propria minaccia. Una minaccia, perché crescendo mi trovai di fronte al problema della storia, della società, del futuro non solo mio, ma di chi verrà. E per quanto mi riguarda la scomparsa di alcuni tipi esistenti nella specie, la scomparsa di un intero sesso, la scomparsa di ogni possibilità che si ripeta in futuro la struttura biologica dalla quale io sono sorto e dalla quale provengo, rappresenta una minaccia terrificante. E insieme a questo senso di minaccia si contrappose l’idea che, dal punto di vista della specie, non ha alcuna importanza che rimangano in vita due sessi, né che in generale io mi debba riprodurre e che se anche dovessi riprodurmi, non farebbe alcuna differenza una discendenza maschile ed una discendenza femminile. Ma nonostante tutte queste rassicurazioni biologiche l’angoscia non passava. Il cuore mi dice che la differenza sessuale può avere un senso per la specie e per la cultura, che in ogni caso, anche se vale la parità dei sessi, vale anche la loro differenza. In altre parole credo che, se anche l’uomo ha in sé un insieme di caratteristiche vastissimo e che il valore della vita umana dipende da una molteplicità infinita di tratti individuali, debba valere come motivo di orgoglio anche l’essere maschio e l’essere femmina. La qual cosa per me significa semplicemente poter gioire della mia sessualità, poter avere in generale una sessualità, amare i miei genitali come ogni altra parte del mio corpo, amare i miei caratteri sessuali come ogni altro carattere del mio corpo. E questo mi si mostra anche come il requisito per poter amare altri individui e per poter amare persone con caratteri sessuali diversi dai miei. Tutto questo giro di discorsi può sembrare addirittura patetico, indice di molti problemi mentali: e infatti così stanno le cose. E ora devo affrontare anche questo: la mia conclusione, che anche i maschi hanno un sacrosanto diritto ad esistere e a perpetuarsi nell’umanità, proviene da una malattia mentale e da disturbi emotivi. Che essa provenga da queste condizioni e che quindi provenga in fondo da un mio interesse personale, che in quanto interesse personale e soggettivo non ha alcuna validità oggettiva, già smentisce quella conclusione? Anche questo, ora, devo capire.
Torniamo in linea con il discorso. Trovo difficile, oggi, non vedere un nesso fra l’atteggiamento misandrico di mia nonna ed il suo ruolo nelle istituzioni. Certo, corro un po’ troppo se dico che, vista lei, tutte le donne che hanno contribuito alla trasformazione della scuola elementare in quella che mi ha educato odiavano gli uomini. Lo so che questa è soltanto una generalizzazione senza riscontri oggettivi. E tuttavia è anche una possibilità concreta e per questo può darsi che manchino i riscontri oggettivi solo perché nessuno ha mai aperto gli occhi sull’argomento. D’altro canto la mia esperienza personale non basta affinché ci si adoperi per uno sforzo collettivo verso un’indagine accurata dell’argomento. Basta però a dire che almeno un individuo ha subito una cultura misandrica, io. Questo nel contesto familiare. Può darsi che a scuola io e i miei compagni prendessimo voti più bassi perché effettivamente meno bravi, meno intelligenti, meno diligenti. Tuttavia trovo sospetto questo fatto ed ho il permesso di trovarlo sospetto: infatti io leggevo molto, avevo un’ottima memoria, mi piaceva fare le cose di scuola anche se le facevo a modo mio. Tuttora, nonostante il “distinto” in lingua italiana, credo di avere le migliori capacità grammaticali fra i miei ex compagni delle elementari. Non a caso più avanti intrapresi il liceo classico.
Durante l’ultimo anno di scuole elementari mi abbonai alla rivista Focus Junior. Un numero, uscito all’incirca quando stavo finendo la quinta elementare, portava in copertina il titolo di un articolo: “Meglio maschio o femmina?”. L’articolo parlava delle differenze biologiche fra maschi e femmine umane: secondo l’articolo i maschi sanno correre, saltare e avere forza bruta, mentre le femmine hanno maggiore intelligenza, hanno più memoria e una maggior capacità di risolvere i problemi. Manco a farlo apposta alle scuole medie trovai insegnanti donne e soltanto un uomo: il professore di educazione fisica. Non mi si presentò certo un’immagine maschilista della realtà, ma ovviamente mi si impose di considerare valide le tesi del femminismo. A quel periodo risalgono grossomodo i resoconti di mia madre, professoressa delle scuole superiori. Lei diceva spesso: “Le femmine sono più in gamba e più forti, fre i miei alunni i maschi sono tutti smidollati che non riescono ad ottenere alcun risultato. Questo perché noi donne abbiamo la capacità di sopportare il dolore del parto mentre voi maschi non sopportate la fatica”. Questo genere di considerazioni mi turba soprattutto perché trovava dei riscontri negli effettivi risultati dei suoi studenti e quindi non posso bollare la faccenda come un semplice stereotipo. Io posso anche dire che non è vero, che ottengo risultati peggiori perché vengo discriminato come maschio, che i maschi ottengono risultati peggiori perché vengono discriminati. Ma chiunque può dire il contrario: e cioè che i maschi vengono considerati peggiori perché lo sono effettivamente, perché ottengono risultati peggiori. Ma il fatto che ottengano risultati peggiori significa per forza che siano peggiori? Se prendo un voto basso in una materia ciò fa di me un incompetente di quella materia? Io oggi studio filosofia all’università e posso dire di avere competenze, in filosofia, maggiori di quelle che hanno le compagne e i compagni che alle superiori prendevano, nella stessa materia, voti più alti dei miei. Quindi no, il risultato ottenuto in un certo momento non è un criterio valido per riconoscere le qualità di chi lo ha ottenuto.
Con la pubertà, i primi innamoramenti, le prime fantasie erotiche, cominciai a dire e fare cose misogine. Cominciò per me un senso di conflitto con l’altro sesso e dei primi meccanismi di oggettivazione sessuale delle coetanee. Questo passaggio che affrontai non derivò affatto da una cultura maschilista. Le ragazze, infatti, senza eccezione, tenevano gli stessi identici comportamenti di noi ragazzi. Anzi, in verità loro avevano cominciato prima, perché avevano raggiunto prima la pubertà. Noi ragazzi imparammo principalmente dalle nostre coetanee ad avere un comportamento narcisistico e masturbatorio di conflittualità fra i sessi. Le ragazze oggettivavano sessualmente i ragazzi più grandi e noi; noi ragazzi imparammo da loro ad agire nel senso opposto. Ci pensò mio padre a reprimere quelle prime manifestazioni di misoginia. Avevo appena cominciato ad affermare a piena voce la superiorità maschile e mio padre mi rispondeva a tono con frasi che si possono riassumere nella seguente: “No, le donne sono superiori rispetto agli uomini.” Smisi molto presto di avere comportamenti oggettivanti.
Nel frattempo passai dalle medie alle superiori: lì si cominciavano a vedere alcuni insegnanti maschi, ma in un rapporto di 1 uomo ogni 5 donne. In ogni caso le ragazze prendevano voti più alti anche lì.
Uscii dal liceo classico con 70 ed oggi studio all’università, dove le mie compagne continuano a prendere voti più alti.
Tutto questo lungo discorso serve a dire che fin dove giunge la mia esperienza, che si limita al lavoro scolastico, non ho trovato alcuna traccia di maschilismo. Nemmeno di misandria, se è vero che le ragazze che ho avuto la fortuna di avere come compagne prendevano voti più alti perché se li meritavano. Tuttavia non ho trovato certo un trattamento privilegiato per me in quanto maschio, ma ancor oggi la mia insegnante, dentro l'università, parla di oggettivazione sessuale, di cultura patriarcale, di maschilismo, come problemi della nostra società e prima ancora che io possa intervenire dice "non dite che sono una femminista e che non ho ragione" etc. etc... Tutto quello che dice una donna, specialmente se femminista, non si può contraddire: pena la bocciatura, la violazione del buon gusto o quant'altro. Questo io lo considero "castrante". E per colpa di quest'ultima prof ho deciso di andare in terapia, perché ha suscitato in me tutta una serie disagi che credevo di riuscire a superare da solo (e che stavo superando finché lei non si è messa a parlare di quelle cose).
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dopo
Attivo dal 2016 al 2019
Ex utente
Senza pensare al termine "castrazione", se per salute si intende la non-compromissione della capacità di decifrare i significati del mondo attraverso un sistema codificato di segni ed io ho dovuto subire l'imposizione di un punto di vista femminista, che si vuol imporre come assoluto ma che è in contraddizione con la realtà da me sperimentata, allora quell'imposizione ha compromesso la mia salute.
Se io intendo i significati in funzione di un significante fallico, ammesso che sia valido questo criterio, allora questa compromissione di intendere i significati calza a pennello con una compromissione della mia "funzione fallica", il che sembrerebbe qualcosa di "castrante". Magari sto parlando lo psicologese maccheronico, ma non credo di aver sbagliato di molto.
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Dr.ssa Marta Stentella Psicologo 355 5
Gentile utente,
Posso assicurarle di aver letto le sue risposte più di una volta per comprendere meglio e, evito di commentare in questa sede come le dicevo prima, pur rimanendo per certi versi "vicina" ai suoi discorsi. L'apprendimento è essenziale per capire che tipo di rinforzi ha ricevuto durante l'infanzia e nel suo racconto mi sembrano abbastanza chiari.

In questa sede è impossibile farlo ma andrebbe indagato anche il suo rapporto con i suoi genitori, se e come i suoi genitori rispondevano ai suoi comportamenti "aggressivi"; se veniva punito oppure umiliato e che significato lei ha attribuito a quelle reazioni. Andrebbe compreso quale funzione assume oggi vivere una sessualità masochista. A cosa le serve, a cosa è funzionale. Ma queste sono tutte cose che devono essere affrontate e ristrutturate in terapia.
Mi chiede se ci sarà una soluzione a questo problema e le dico che se si farà seguire in modo opportuno potrà sicuramente superarlo. Forse un approccio cognitivo comportamentale sarebbe più opportuno vista la sua impostazione.

Cordialmente
[#7]
dopo
Attivo dal 2016 al 2019
Ex utente
La ringrazio ancora dottoressa.

Chissà, se la cosa non andrà in porto forse contatterò proprio lei in futuro, che si trova vicino a dove studio io.

Buona serata.

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Dr.ssa Marta Stentella Psicologo 355 5
Di nulla. Spero di esserle stata di aiuto pur limitatamente visto il contesto.
Se le va ci faccia sapere gli sviluppi.
Tanti auguri!
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Dr.ssa Valeria Randone Psicologo, Sessuologo 17,4k 316 668
[#10]
dopo
Attivo dal 2016 al 2019
Ex utente
Per la dottoressa Stentella.

Non ho ancora rivisto la mia psicoterapeuta perché tornerà dalle ferie il 27 luglio.

Però ho ricordato poco fa questo consulto e torno qui per darle una suggerimento.
Lei mi scrisse:
"Sicuramente i movimenti fenministi se da un lato hanno raggiunto importanti vittorie civili, dall'altro hanno cambiato il volto del maschile e del femminile."

ecco, questo tipo di affermazioni, oltre che false (gli "studi di genere" sono un errore epistemologico) danno fastidio agli anti-femministi come me. Si suppone che "prima" si abbia avuto un "altro volto" o che si possa "cambiare volto". Una cosa è il tipo di adattamento all'ambiente, un'altra è il "volto". Non so se intende.

Ci danno fastidio perché, se da un lato hanno l'intento di offrire una prospettiva d'aiuto, da un altro lato falliscono sin da principio come affermazioni del tutto superflue. Quindi ci fanno sentire "incompresi".
E ci danno fastidio per la loro falsità; sappiamo entrambi che la scienza è soggetta a molte interpretazioni, come la maggior parte degli aspetti della vita, perciò mi passerà il termine "falsità" come qualcosa di non presuntuoso. E' probabile - questa è la mia teoria - che il concetto di "genere sessuale" sia completamente estraneo alla costituzione psico-fisica maschile e che quindi da un lato è impossibile che un uomo abbia la capacità di condurre studi e riflessioni di "genere" - se non per finta o per principio d'autorità, ovvero seguendo un percorso appreso dall'esterno al quale non corrisponderà mai alcuna esperienza diretta - e da un altro lato è anche impossibile parlare di "percezione del genere" come un processo mentale che possa scaturire da un uomo. Per questo dico: falsità.

Così, se terrà conto di quanto le ho detto e con ciò eviterà di fare tali affermazioni, avrà un vantaggio relazionale con altri pazienti come me che soffrono per via dell'oppressione femminista.

Mi faccia sapere se ha ricevuto il messaggio o se pensa che io debba lavorare anche su questo punto.

In attesa della mia prossima seduta,
un saluto.
[#11]
Dr.ssa Marta Stentella Psicologo 355 5
Gentile utente,
Mi dispiace doverle ribadire che questo non è il contesto né lo strumento adatto per parlare di queste cose. Non me ne voglia ma purtroppo non posso approfondire in questa sede ciò che penso al riguardo.
Cordialmente
[#12]
dopo
Attivo dal 2016 al 2019
Ex utente
Chiaro, la capisco.
Non le ho chiesto come la pensa.
Le ho chiesto se io debba pensarci per la mia salute psichica e le ho suggerito di evitare, in futuro e con pazienti a me simili, alcuni schemi comunicativi.

Comunque è chiaro che la questione qui non si può trattare, perciò... alla prossima! Le farò sapere a cosa porteranno le sedute.

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