Mansoureh Togha e Soodeh Razeghi Jahromi, Ricercatori presso l’Iranian Center of Neurological Research (Neuroscience Institute) della University of Medical Sciences di Tehran (Iran) hanno pochi giorni or sono pubblicato su Headache [2018;58(10):1530-1540] un interessante lavoro dal titolo “Serum Vitamin D Status in a Group of Migraine Patients Compared With Healthy Controls. A Case-Control Study”, che pone in relazione deficit di vitamina D ed emicrania.

L’emicrania, la cui ricaduta socio-economica e sulla qualità della vita è notevole per il suo effetto disabilitante, se non adeguatamente trattata tende a trasformarsi da episodica in cronica. Le acquisizioni sulla fisiopatologia dell’emicrania attribuiscono un ruolo chiave al sistema trigemino-vascolare che, attivato dal rilascio di neuro-peptidi pro-infiammatori (CGRP, sostanza P, neuro-chinina A), causa vasodilatazione intracranica e stimolazione dei recettori del dolore meningei. Un importante mediatore della risposta infiammatoria vasale e di attivazione neuro-sensitiva è stato identificato nel monossido di azoto (NO). Il colecalciferolo o vitamina D3, che viene sintetizzato nell’epidermide dal precursore 7-deidrocolesterolo dopo esposizione alla radiazione ultravioletta, fra le sue numerose funzioni svolge una regolazione dell’infiammazione, riducendo la sintesi del NO, ed una azione neuro-protettiva e neurotrofica. Su questa premessa, si è ipotizzato che livelli più elevati di vitamina D3 possano ridurre il rischio di emicrania, ma sinora pochi trial clinici randomizzati hanno investigato questa relazione.

Obbiettivo primario dei Ricercatori iraniani è stato di esplorare la differenza nei livelli serici della vitamina D3 nei soggetti emicranici, comparandoli con quelli di individui sani di controllo, allo scopo di stabilire l’associazione fra lo stato di vitamina D e le probabilità di emicrania; obbiettivo secondario se vi fosse correlazione fra i livelli di vitamina D e la forma di emicrania cronica ed episodica. Nello studio, svoltosi da Aprile a Settembre 2017, sono stati reclutati 70 soggetti (senza supplementi di vitamina D da 3 mesi) di età fra 18 e 60 anni (età media 37) di cui 75% donne, 34 affetti da emicrania cronica (>15 episodi/mese x 3 mesi) e 36 da episodica, diagnosticata secondo la classificazione ICHD-IIIβ della International Headache Society. I partecipanti, assumendo regolare terapia per l’emicrania, hanno compilato il diario della cefalea, il questionario VAS (Visual Analog Scale), per l’intensità del dolore da 0 a 10 e della disabilità MIDAS (Migraine Disability Assessment Scale), che ne ha consentito la classificazione in quattro categorie (assente, lieve, moderata e grave). All’inizio dello studio ed alla seconda valutazione è stato effettuato (con metodo enzimatico ELISA) il dosaggio nel siero della 25-idrossivitamina D [25(OH)D], considerato l’indicatore più affidabile del livello di Vitamina D (basso= <20 ng/mL; insufficiente = 21-29 ng/mL).

Analizzando con statistica inferenziale (analisi di varianza) la variabilità interna dei gruppi (genere, età, BMI, farmaci anti-emicranici) è risultato (CI= 95%, P<.05) che il valore di vitamina D insufficiente (<30 ng/mL) era più rappresentato fra i pazienti emicranici rispetto ai soggetti sani, mentre nessuna differenza statisticamente rilevante è emersa confrontando pazienti con emicrania cronica ed episodica. E’ significativo che ad ogni aumento del valore nel siero di 5ng/mL di 25(OH)D corrispondeva una diminuzione del 19-22% della probabilità di sviluppare emicrania (OR = 0.81; 95% CI = 0.72–0.90; P <. 0001). Questi risultati sono coerenti con uno studio analogo condotto in Norvegia da Prakash su soggetti affetti da cefalea, dolori muscolo-scheletrici e fatica cronica che nel 58% presentavano vitamina D inferiore a 20 ng/mL.

In conclusione, da questa ricerca emerge che la vitamina D, attraverso il suo potenziale anti-infiammatorio e di regolazione immunitaria, gioca un ruolo nel meccanismo fisiopatologico dell’emicrania e del dolore cronico e che analoghi ulteriori trial saranno necessari per individuarne il coinvolgimento terapeutico in questi disturbi.