I documenti medici più remoti della civiltà indicano come gli alimenti siano da sempre stati usati per prevenire e curare le malattie.

Se ne reperiscono tracce risalenti a migliaia di anni or sono nel Papiro Edwin Smith, il più antico trattato di medicina, nell’Ayurveda, la medicina tradizionale utilizzata in India da cinquemila anni, e nel Corpus Hippocraticum in cui il Padre della Medicina occidentale sosteneva l'importanza dell'alimentazione all'interno della dottrina degli umori, sentenziando «Lasciate che il cibo sia la vostra medicina…..».

Oggi il ben noto legame tra cibo e salute è alla base della nutraceutica, neologismo formato dalla fusione di nutrizione e farmaceutica, e gli alimenti che naturalmente contengono sostanze nutraceutiche sono anche definiti farmalimenti o pharma food.

Suzanne L. Dickson, dell’Istituto di Neuroscienze e Fisiologia dell’Università di Gothenburg, Svezia, ha di recente pubblicato su European Neuropsychopharmacology (Volume 29, Issue 12, December 2019, Pages 1321-1332) il lavoro “Nutritional psychiatry: Towards improving mental health by what you eat” consistente nella meta-analisi di 16 trial randomizzati e controllati dai ricercatori del Nutrition Network of the European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) per indagare quanto la dieta possa influenzare la salute mentale, il tono dell’umore e la funzione cognitiva.

I dati epidemiologici di questa ricerca, basata su un campionamento trasversale di una popolazione di oltre 56.000 partecipanti (cross-section), seppure non forniscano informazioni sul meccanismo sottostante, tuttavia indicano con crescente evidenza un effetto protettivo della dieta mediterranea, basata su largo consumo di frutta fresca e verdura, pesce e cereali integrali e congiunta ad un determinato stile di vita, sui disturbi di ansia e depressione.

In contrasto, un’altra recente meta-analisi basata su uno studio di coorte avrebbe evidenziato un’associazione non significativa fra l’aderenza alla dieta mediterranea ed il rischio di depressione [F. Shafiei, et al.: Nutr. Rev., 77 (2019), pp. 230-239].

L’insieme degli studi fornisce comunque una base di ragionevole evidenza per condurre ulteriori approfondimenti sugli effetti di specifici interventi dietetici sulla salute mentale.

Considerando invece gli effetti specifici delle vitamine, i ricercatori hanno rilevato che è più forte il link fra deficit di vitamine e disturbi neuro-psichici; così la deficienza di vitamina B12 è associata a letargia, fatica, scarsa memoria e depressione; quella di tiamina (vit. B1) a sintomi neurologici quale intorpidimento degli arti; quella di acido folico a depressione; quella di acido nicotinico (vit. B3) a demenza.

Nell’ambito dei disturbi lievi o sub-clinici i risultati sono apparsi meno chiari. Per esempio il ruolo della vitamina D ha mostrato risultati alquanto conflittuali. Infatti, alte concentrazioni sono state associate ad un miglioramento di perfomance cognitive e della working memory nell’adulto over 65 e nell’adolescenza ad un miglioramento nel disturbo di iperattività e deficit di attenzione (che peggiora aumentando nella dieta gli zuccheri raffinati) e ad un effetto sulla depressione; ma nella popolazione generale si documenta un tendenziale deficit di vitamina D senza sostanziali effetti di carattere neuro-psichico.

Nell’insieme, i ricercatori hanno notato che aggiungendo supplementi nutrizionali ad una dieta ricca in polifenoli ed acidi grassi poli-insaturi si riscontrano effetti favorevoli sulla salute mentale, sul potenziale cognitivo, sull’umore, sulla reattività allo stress e sulla neuro-infiammazione.

Dickson rileva che va tuttavia considerato che esiste una variabilità individuale di risposta alle variazioni dietetiche, legata al metabolismo ed anche alla composizione del microbiota intestinale. Agli interventi dietetici ne vanno ovviamente accoppiati altri inerenti allo stile di vita, come l’attività fisica, ed alla correzione delle comorbidità associate ai disturbi neuro-psichici.

Secondo Andreas Reif, dell’Università di Francoforte - Germania - l’interfaccia fra intestino e cervello da un lato e dieta e salute mentale dall’altro costituisce un dibattito interessante che consentirà notevoli avanzamenti nella biologia dei disturbi neuro-psichiatrici.