Una nuova speranza per la terapia della cefalea a grappolo

Dr. Mauro ColangeloData pubblicazione: 28 settembre 2020

Il padre degli Dei, Zeus, decise di farsi spaccare la testa con un’ascia da Prometeo, non riuscendo più a tollerare la straziante cefalea che lo affliggeva: ne venne fuori Minerva, già adulta e fornita di armatura.

Analoga tentazione di suicidio deve provare chi soffre un attacco di cefalea a grappolo, che è stata così denominata per il suo carattere periodico, con fasi attive alternate a fasi di remissione spontanea, caratterizzata secondo Peter Goadsby, (University College, Londra), ricercatore all’avanguardia in questa patologia, dal dolore più grave che un uomo possa provare.

Anche se nel 1672 il grande anatomico del cervello Thomas Willis descrisse il caso di una donna, che per molti giorni consecutivi, sempre alle ore 16, presentava violenti attacchi di mal di testa, fu nel 1936 che il neurologo statunitense Bayard Taylor Horton inquadrò in maniera rigorosamente scientifica la cefalea a grappolo, che denominò cluster headache, che è nota anche con l’eponimo di cefalea di Horton (CH).

Bayard Taylor Horton (1895–1980)

 

Il trattamento preventivo long-term con verapamil, litio e topiramato realizza un risultato efficace per molti pazienti affetti da cefalea a grappolo, ma un rilevante numero di casi non presenta una risposta soddisfacente oppure non riesce ad essere aderente alla terapia per intolleranza ai farmaci.

Un gruppo di ricercatori della Ludwig Maximilians Universität (Monaco di Baviera), diretti da Ruth Ruscheweyh, ha pubblicato il 17 Agosto 2020 su Cephalalgia, rivista della International Headache Society, il lavoro Effect of calcitonin gene-related peptide (-receptor) antibodies in chronic cluster headache: Results from a retrospective case series support individual treatment attempts (https://doi.org/10.1177%2F0333102420949866), che mostra come l’uso degli anticorpi monoclonali anti-CGRP, adoperati nell’emicrania cronica, riduca del 50% la frequenza degli attacchi nel 55% dei pazienti con CH Cronica (durata: ≥1 anno, intervallo libero: <3 mesi) con risposta inadeguata alla terapia preventiva.

 

Per valutare i benefici nella pratica clinica, i ricercatori hanno monitorato con diario della cefalea la frequenza e l’intensità degli attacchi, per un periodo di baseline di 4 settimane ed un follow-up di 3 mesi, in 22 soggetti trattati con anticorpi anti-CGRP (galcanezumab).

I pazienti avevano un’età media di 46,6 anni, 15 donne e 7 uomini; la durata media della CH era di 12,4 anni e la forma cronica (CHC) di 6,6 anni.

Il numero medio di 23,3 attacchi/settimana, registrato al baseline, nel primo mese di trattamento è diminuito a 14,2 e conseguentemente l’utilizzo di farmaci per l’attacco è calato da 16,2 a 6,4.

L’intensità del dolore, misurata su una scala di rating numerico a 10 punti, è diminuita da 9,5 a 8,3.

Nel corso delle successive quattro settimane è stato registrato un decremento del 50% in 12 pazienti e del 75% in 8, sia nel numero degli attacchi che dei farmaci per l’attacco, trend che si è mantenuto nel 2° e 3° mese di follow-up.

 

Ruscheweyh è incerta se questo risultato sia da attribuire ad un effetto terapeutico indipendente degli anticorpi anti-CGRP o complementare alla terapia preventiva tradizionale, il cui reale meccanismo d’azione non è stato del tutto compreso, ma è significativo che questo loro utilizzo off-label risulti efficace nei pazienti refrattari al trattamento profilattico.

 

Brian E. McGeeney, esperto di Cefalee al Brigham and Women's Faulkner Hospital, Boston, Massachusetts (USA), reputa che questo studio osservazionale retrospettivo consenta solo di postulare ipotesi ma non fornisce ancora una guida clinica e che si dovranno attivare successivi trial controllati e randomizzati con definiti endpoints, anche per identificare nella meta-analisi quel 30% di pazienti che, in pratica, non beneficia dell’utilizzo degli agenti CGRP, per evitare un ingiustificato onere economico. 

 

Per la CCH, che è la forma peggiore di cefalea, purtroppo esistono poche ricerche e personalmente ritengo meritevole questo studio della Ruscheweyh, auspicando che i suoi successivi approfondimenti migliorino la terapia di questo flagello persino per Giove!

Autore

maurocolangelo
Dr. Mauro Colangelo Neurologo, Neurochirurgo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1972 presso Università Napoli.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Napoli tesserino n° 11151.

3 commenti

#1
Utente 510XXX
Utente 510XXX

Buonasera Dottore Colangelo, grazie per la sua costante attenzione agli sviluppi delle ricerche su patologie che, Purtroppo, sono tanto invalidanti e che non trovano soluzioni definitive attraverso trattamenti farmacologici ben definiti. Di certo è di buon auspicio il fatto che Lei ritenga meritevoli questi studi del Ruscheweyk sulla CCH, ma, a suo parere, in che percentuale potrebbero essere, effettivamente, fortemente lenitive per i pazienti più soggetti a tale patologia?in attesa di un suo riscontro La saluto cordialmente.

#2
Dr. Antonio Ferraloro
Dr. Antonio Ferraloro

Questo studio rappresenta un primo passo per l'utilizzo di questa categoria di farmaci nella prevenzione della cefalea a grappolo ma la strada può essere già segnata. Ovviamente occorrono altri studi che possano approfondire la questione, magari testando quel 30% di pazienti che non risponde agli anticorpi anti-CGRP in associazione ai vari farmaci tradizionali di prevenzione, variandoli di volta in volta, per vedere innanzitutto se c'è una correlazione con questi e se tra questi c'è una molecola in particolare che favorisca l'effetto terapeutico.
Bene ha fatto il Dr. Colangelo a rendere pubblico questo studio per dare delle speranze ai pazienti al momento refrattari alle tradizionali terapie di prevenzione.

#3
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Caro Utente 510030,
La ringrazio per l'assiduità con cui mi onora della sua attenzione per i miei articoli e Le rispondo unitamente al mio illustre Collega Ferraloro, che nel suo commento ha indicato - con la competenza che gli è propria - l'auspicabile futuro di questa innovazione terapeutica. I successivi studi osservazionali dovranno prevedere dei trial con utilizzo di altri farmaci di associazione per contrastare il meccanismo della refrattarietà da parte di una percentuale non trascurabile di pazienti non responsivi.
Ringrazio ambedue per le vostre pertinenti osservazioni e vi saluto con viva cordialità.

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