Relazione tenuta il 28 gennaio 2014. Assemblea Generale degli Studenti del Liceo Jacopo Da Ponte di Bassano del Grappa

Quando mi è stato chiesto di parlare dell'adolescenza e delle possibili patologie che in questo periodo della vita possono colpire le persone, mi sono reso conto che spesso nella mia vita professionale mi sono trovato a parlare di psichiatria e di psicopatologia, ma a differenza di oggi ho sempre avuto come interlocutori i diversi professionisti della salute mentale. La differenza che incontro oggi non è legata semplicemente al fatto di avere un pubblico non tecnico, quanto piuttosto al fatto che l'argomento del mio intervento coincide con la condizione dell'interlocutore. Parlare di adolescenza ad un gruppo di persone che sono in misura diversa adolescenti è come parlare di gioco d'azzardo agli avventori di un casinò: il paradosso quindi è che chi parla rischia di avere un'esperienza minore di chi ascolta. Quindi la mia condizione di cosiddetto esperto oggi è discutibile. Mi sono quindi chiesto come la mia esperienza di psichiatra da oltre 25 anni, potesse in qualche modo essere utile a voi e che cosa in realtà potevo raccontarvi di voi stessi più di quanto voi non sappiate già. Nessuno di noi ha una percezione soggettiva totalmente consapevole e quindi conosce se stesso solo parzialmente e a volte in maniera superficiale. Ma per quanto io possa avere una mia esperienza con adolescenti, ognuno di voi ha a che fare quotidianamente con l'adolescenza e gli adolescenti più di me. Allora ho pensato che un buon modo per affrontare la situazione poteva essere quello di tornare per qualche ora ai tempi della mia adolescenza e mi sono chiesto che cosa avrei potuto trovare interessante in una situazione di questo genere. La risposta inattesa è stata più o meno questa: poco o niente. Cerchiamo allora di contare sul poco. Il ricordo che ho del periodo dell'adolescenza è che non avevo grande interesse per gli adulti, se non per quegli aspetti che mi potevano consentire di sopravvivere ad essi nel modo meno dispendioso possibile. Mi sono reso conto che il mio mondo di adolescente era una specie di atollo in un mare infestato di adulti che ti guardano come un pesciolino carnivoro nell'acquario e non si rendono conto che gli abitanti dell'atollo vedono loro come pescecani pronti a farti fuori. Siamo quindi in due condizioni diverse in cui gli gli adulti vedono negli adolescenti come erano un tempo, mentre gli adolescenti vedono negli adulti una proiezione di come saranno, in un'altalena di sensazioni che va dalla svalutazione all'idealizzazione. Ne sono testimonianza tutti i luoghi comuni sugli adulti e sugli adolescenti: “i ragazzi di oggi sono ... molto più svegli di come eravamo noi”, “senza valori”, “disincantati” …. gli adulti sono “rimbambiti”, “fuori del tempo” e nello stesso tempo rappresentano i miti del mondo degli adolescenti. Possiamo vedere come nella relazione tra questi due mondi ci sia una tendenza alla polarizzazione, all'estremizzazione delle posizioni, alla generalizzazione dei giudizi. Questi meccanismi sono fondamentalmente caratterizzati da un forte diffidenza (paranoidi) ed entrano in campo come sappiamo dalla storia recente e passata dei popoli e delle persone, quando non è possibile una convivenza pacifica, quando i confini non permettono distanze sufficienti e la reazione all'assoggettamento (alla dipendenza) da un possibile nemico tirannico, è la protesta, la contestazione, la rivolta più o meno pacifica, più o meno violenta.

Ovviamente non sono qui per farmi portavoce della causa delle mezze misure o del vogliamoci bene perchè siamo tutti sulla stessa barca. Non è così. Il gioco dei ruoli prevede che gli adulti dettino le regole e gli adolescenti le accettano o le rigettano, le introiettano o le proiettano e in questa relazione per molti versi inevitabilmente conflittuale noi adolescenti diventiamo adulti e saremo adulti tanto più consapevoli di sé quanto più (da adolescenti) siamo stati in grado di diventare noi stessi. Il livello del conflitto, la sua intensità, il numero di vittime finale dipenderà dalle differenze in campo e dalla qualità degli interlocutori. Quanto più si schiereranno forze consapevoli di sé tanto più le parole saranno le protagoniste della battaglia, quanto più prevarrà l'insicurezza e la mancanza di stima di sé tanto più l'arroganza narcisistica della prevaricazione, la forza fino alla violenza condizioneranno il conflitto.

Ma qual è il vissuto dei singoli? Riprendiamo il discorso dando per buona l'idea che degli adulti non ci interessa un granché e quindi non siamo tanto interessati al dolore che prova un professore nel darci un bel quattro o alla sofferenza di un padre che ci proibisce di uscire un sabato sera, limita l'uso del computer, considera facebook un luogo pericoloso di perdizione e che,quando si arrabbia, può arrivare a dire: “non so da chi tu abbia preso”. Forse possiamo avere più interesse all'impatto delle limitazioni, delle punizioni, delle vessazioni a cui siamo soggetti quotidianamente con la scusa di fare il nostro interesse. C'è uno strano modo di pensare di qualche adulto sedicente saggio, ma fondamentalmente sadico, secondo il quale la sofferenza, le brutte esperienze servano a crescere. E quindi l'adolescenza, che è il periodo in cui si cresce con la consapevolezza di crescere (a differenza di quanto avviene nell'infanzia) costituisce il momento migliore per concentrare la maggior parte degli eventi avversi di cui si è consapevoli della vita. Quegli eventi avversi da cui non ci si può difendere con la dissociazione, come farebbe un bambino, se non al prezzo di una regressione insostenibile. Da un punto di vista psicologico i traumi in qualche modo si incassano e si elaborano secondo le possibilità di ciascuno, in nome della sopravvivenza e al prezzo della relativa indifferenza. Freud nel 1910 in un intervento sul suicidio negli studenti sostiene: “la scuola secondaria deve fare di più che evitare di spingere i giovani al suicidio, essa deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del loro sviluppo ad allentare i loro legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare l'interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo.... la scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità, propria della vita; non deve voler essere più che un giuoco di vita”. La scuola quindi, secondo Freud al pari ed in collaborazione con la famiglia dovrebbe essere un luogo di accoglienza in cui ciascuno possa sperimentare e sperimentarsi in un ambiente protetto, in cui gli errori possono essere perdonati e corretti ed in cui essere insufficienti è tollerabile perchè transitorio per definizione. L'immaturità di cui parla Freud non è un giudizio negativo ma uno stato rispettabile che richiede tempi e modi specifici per ciascun individuo che ha il compito in questi anni (definiti) di portare a compimento quella percezione di sé che gli consentirà di affrontare il mondo con le proprie armi, con le proprie abilità.

Ma ritorniamo ai singoli ed al loro vissuto. Come sopravviveranno i singoli adolescenti nella loro isola circondata da pescecani pronti a mangiarli? L'isola è davvero un luogo così isolato e di pace e i pescecani sono davvero così voraci e pericolosi? E la battigia, la spiaggia, è realmente un posto cosi rischioso, essendo il luogo di contatto tra i due mondi, flagellato da ondate di conflitti più o meno estremizzati? Come si può imparare a nuotare in circostanze così complesse? Chi e in base a quali variabili uscirà vincitore o sconfitto? In altre parole quali sono le variabili in gioco che determinano la possibilità di portare a termine la nostra struttura di personalità in modo normale? Sembra di essere in qualche modo nella storia di Peter Pan … con l'isola che non c'è, capitan uncino e il coccodrillo che gli ha mangiato la mano. E Peter Pan è diventato in una certa psicologia di largo consumo il simbolo dell'adulto bambino che non vuole crescere … Ma il Peter Pan della storia di Walt Disney è molto di più di questo … magari rappresenta metaforicamente quella parte di ciascun adulto che si può permettere di regredire e di accedere transitoriamente alla possibilità di continuare a giocare, di identificarsi con i propri figli e magari tentare di condividere, ritornando alla propria giovinezza, con una platea di adolescenti le gioie e le sofferenze di questo periodo della vita.

Forse il dubbio che può cogliere ognuno di noi nel corso della nostra adolescenza, come nel corso della nostra intera vita, è se stiamo procedendo nella direzione giusta. Il mondo forse in questo senso non ci aiuta perchè se da una parte asserisce ormai retoricamente che i giovani sono il futuro, sembra che faccia di tutto per creare un'assenza di futuro. E in questo contesto, incerto e spesso a tinte fosche gli adulti anche in buona fede, cominciano a pensare e a trasmettere il messaggio che in questo mondo che stiamo costruendo ce la faranno solo in pochi. Quindi per farcela dobbiamo essere i migliori mettendo quindi ulteriormente sotto pressione delle persone che per molti versi lo sono già per condizione. Allora diciamo che non ci deve essere pietà perchè la regola è quella della selezione naturale e non c'è posto per i deboli, per chi è malato, e men che meno per chi è psicologicamente sensibile. In questo mondo ce la farà chi ha la scorza dura, chi non si fa scrupoli, chi si assoggetta alla legge che il fine giustifica i mezzi, che il potere è tutto e logora solo chi non ce l'ha. Chi ha pronunciato questa frase, nonostante fosse persona di riconosciuta arguzia, non si è reso conto di quale potessero essere le sue implicazioni nel tempo, il suo impatto sulle generazioni che gli sarebbero succedute. Molte volte grandi capacità logiche non coincidono con un'altrettanto grande intelligenza relazionale.

In tale contesto non è difficile immaginare quanto la necessità di essere normali coincida con la necessità di avere successo. Ma i processi che entrano in gioco in un'ottica di questo genere sono assai pericolosi e spesso accade che ai meccanismi di identificazione attraverso cui ognuno di noi costruisce la propria identità, incorporando e rielaborando tratti e caratteristiche delle persone di riferimento, importanti con cui abbiamo a che fare nella nostra giovinezza, si sostituiscano meccanismi di imitazione che in maniera aspecifica e acritica concorreranno a costruire personalità “come se”, brutte copie degli originali, personalità che un mio collega francese già una trentina di anni fa aveva individuato e definito “pseudo-normali”. Ma forse a questo punto è meglio fare un passo indietro e cercare di capire come a grandi linee procede lo sviluppo della personalità di un individuo, come cioè si arriva nell'arco di un paio di decenni alla costituzione di una persona cosiddetta matura, cioè quella persona in grado di trovare un equilibrio tra sé e il mondo che lo circonda e che oscilli in maniera possibile tra autonomia e dipendenza, che abbia trovato nel tempo una distanza possibile tra sé e l'altro.

Lo sviluppo psicologico e la questione del narcisismo

Per avere un'idea di come proceda lo sviluppo psicologico degli esseri umani bisogna partire da un concetto fondamentale, definito da una parola che sempre più sta prendendo piede in questi ultimi anni, il cui significato viene spesso e volentieri stravolto dalle necessità mediatiche: narcisismo. Questa parola più che definire una persona definisce soprattutto una condizione psichica, più o meno prolungata, che elimina l'altro ed è condizionata dall'investimento affettivo su se stessi. Ciò non toglie che comunque gli altri esistano. Dire quindi, come accade spesso, che una relazione è narcisistica può sembrare una contraddizione di termini se non si precisasse che si tratta di una ellissi: bisogna dunque dire che esistono relazioni con e tra persone più o meno narcisiste e che queste relazioni quando sono eccessivamente condizionate dal narcisismo determinano un senso di solitudine. Bisogna pensare che il narcisismo essendo anche un fenomeno fisiologico in parte un certo senso di solitudine seppur transitorio, si può avvertire sempre e in modo sano. E' un'esperienza frequente quella di trovarsi tra amici ed avere l'impressione di essere esclusi dal discorso con la conseguenza di sentirsi soli.

Se consideriamo la famiglia, vedremo che anche in essa le componenti narcisistiche non mancano mai. L'importante è che non siano dominanti. Ma sarebbe tragico se mancassero del tutto.

Molte delle esperienze narcisistiche avvengono nella primissima infanzia, e il contesto familiare è il palco in cui il dramma della scoperta del mondo e della dipendenza da esso si consuma, quando il neonato, nudo, incapace di agire e di parlare, persino di pensare, vive in balia totale dell'ambiente. In questa ottica si capisce come le relazioni siano essenziali per la vita. Il problema di ciascuno alla nascita fino alle soglie dell'età adulta è quindi quello di diventare un individuo, un essere separato e diverso dagli altri ma in qualche modo in relazione con loro, dotato di un certo grado di autonomia (sia psichica che fisica) senza la necessità di un eccessivo distacco. La condizione del neonato potrebbe essere descritta come quella di un individuo che è tale e sa (inconsciamente) di esserlo e che esperisce di non essere in grado di esserlo. Il neonato ha comunque la possibilità grandiosa, a fronte della sua disastrosa situazione iniziale (vista con gli occhi di un adulto), di concepirsi in forma allargata. Chi sono? Sono l'insieme delle mie condizioni piacevoli, delle forze che mi danno piacere: questa è la forma a cui si allude quando si parla di narcisismo primario. Il limite di questa formulazione è che è una forma per esprimere una situazione nei termini dell'adulto. Probabilmente il neonato non si pone la domanda “chi sono?” ma esperisce direttamente di sentirsi allargato dal piacere e di sentire come estraneo tutto ciò che provoca dispiacere. Inutile dire che questa condizione di narcisismo primario non ha niente a che fare con la realtà tanto che l'accettazione di un concetto di questo tipo provoca inevitabilmente forti resistenze in chi ascolta. Ma è utile sottolinearne l'utilità perché se il neonato avesse una precocissima consapevolezza della sua realtà si sentirebbe disperato ed in balia degli altri, mentre il suo senso di onnipotenza e la possibilità di poter guardare al mondo con fiducia e soddisfare i propri bisogni con l'arroganza dell'urlo e del pianto gli permette di accumulare sufficiente fiducia in se stesso nel tempo da poter affrontare il mondo. E l'altro all'inizio della vita è si qualcuno da cui ci si può attendere cibo, calore, amore, ma anche qualcuno di enorme, sproporzionato. Il neonato quindi è un nano che deve avere molta fiducia in sé per poter affrontare il mondo dei giganti (per chi ha letto i Viaggi di Gulliver il concetto non dovrebbe essere di difficile comprensione). Il neonato non si rispecchia all'inizio in nessuno, non guarda se stesso riflesso altrove: semplicemente si piace perché prova piacere. Il passaggio dal narcisismo primario a quello secondario è determinato dal fallimento del primo e non è indolore e passa attraverso il riconoscimento che qualcosa (che poi diverrà qualcuno) dall'esterno deve intervenire per eliminare la fonte di tensione, di dispiacere. Questo qualcosa, qualcuno diventerà a sua volta il mezzo per procurarsi quel benessere tanto agognato. Questo processo avviene più per una percezione dell'assenza che per il riconoscimento di una presenza. L'assenza della madre per il neonato, è l'assenza di sé e quando un bambino si trova in una condizione di trascuratezza (oggettiva), di abbandono non può che subire il trauma della sensazione di annullamento mortifero che questo comporta. In situazioni più abituali nel processo di riconoscimento dell'altro c'è il problema di sperimentare la sofferenza della frustrazione dell'attesa: la madre non è sempre li a dare cibo etc... A posteriori possiamo dire: per fortuna la madre non è perfetta: se lo fosse, non incentiverebbe il piccolo ad uscire dalla sua condizione di narcisismo primario che come sappiamo è del tutto irrealistico e irrealizzabile. E tuttavia questa esperienza si destinata al fallimento e per certi versi falsa, è stata talmente soddisfacente che ad essa dobbiamo costantemente tentare di ritornare e lo facciamo quotidianamente con il sonno una condizione di ritiro dal mondo assolutamente necessaria. La realtà esterna viene avvertita dall'individuo come invasiva e disgregante mentre l'individuo ha la necessità di integrarsi. Se il sonno quindi serve a reintegrarsi è perchè la realtà esterna obbliga ad investire su di essa per comprenderla o per elaborare gli stimoli che essa continuamente ci invia, rendendoci costantemente diversi da come eravamo prima sottraendo energia alla nostra necessità di integrazione. L'assenza di sonno in alcune situazioni patologiche come gli stati maniacali determina in poco tempo la disgregazione psichica degli individui gettandoli durante la veglia in uno stato di dissociazione dalla realtà, incapace di processare le informazioni che percepisce se non in forma condensata e confusa, difesa narcisistica estrema e disperata nei confronti di un'invasione dall'esterno diventata in altri modi ingestibile.

Nella vita quotidiana di una famiglia, il narcisismo ha un gran peso. Ognuno dei membri ha a che fare non solo con gli altri familiari ma anche con le proprie identificazioni con loro. Per cui si arriva a quelle situazioni solo apparentemente paradossali in cui ad esempio padre e figlio non si sopportano perchè hanno lo stesso carattere. Somigliare a qualcuno per un figlio se da una parte costituisce la base per le introiezioni dei tratti parentali derivandone un tranquillizzante senso di appartenenza, dall'altra costituiscono il fallimento del proprio costante tentativo di individuazione, cioè di quel processo che lo porterà a sentirsi unico. Un caso particolare e non infrequente, è quello del genitore narcisista, il cosiddetto genitore di successo con il particolare gioco di identificazione che può instaurarsi. Che succede ad un figlio che si identifica con un padre del genere? Da un lato può accadere che il narcisismo del figlio si accresca aggiungendo l'identificazione con un narcisista al narcisismo proprio (con un effetto terribile), dall'altra può accadere che la tendenza alla differenziazione divenga gravemente ostacolata e si osservano spesso degli scoppi di rabbia distruttivi diretti contro il genitore o le realtà extra-familiari, tentando nel primo caso di distruggere l'immagine narcisistica idealizzata del padre e riducendolo a sembianze più umane costringendolo ad affrontare il proprio fallimento e, nel secondo caso, realizzando concretamente ciò che il padre attua simbolicamente, ossia la distruzione degli altri in quanto irrilevanti.

Qualunque adulto abbia figli adolescenti dovrebbe essere preparato ad affrontare qualche esperienza di questo genere, magari anche solo transitoriamente. Il problema è che chiunque è stato in precedenza adolescente e in qualche misura se tollera di regredire alla propria esperienza del tempo per comprendere il proprio figlio, sperimenta nuovamente la stessa difficoltà (ma con il proprio genitore). E' facile comprendere la complessità di processi (rispecchianti) di questa portata. Se tale regressione (narcisistica) permetterà al genitore di tornare a sperimentare emozioni sostenibili sarà possibile quella comprensione che determinerà il superamento del conflitto e aiuterà il figlio a tollerare la situazione di difficoltà. Se invece questo ritorno al passato farà riemergere conflitti irrisolti a cui il genitore è rimasto “fissato”, la sua reazione sarà inevitabilmente di irritazione e/o rabbia (“non so da chi tu abbia preso”) con l'esito scontato di un conflitto insostenibile, a cui il figlio dovrà piegarsi se non vuole pagare il prezzo della distruzione di un genitore (non più) idealizzato: il prezzo sarà il ritiro in se stesso, con la costruzione di un se stesso ideale, che può diventare un vero e proprio persecutore, dando vita a quella sensazione di vergogna o di scarsa autostima, che spesso viene chiamata in causa (anche a sproposito), quando non si è soddisfatti di sé e quando si ha quella sensazione destabilizzante che “per quanto si faccia o si tenti di fare sembra che non basti mai”. Vedete come la propria adolescenza costituisca il modello su cui gli adolescenti di oggi affronteranno da adulti gli adolescenti di domani. E' inevitabile che le differenze intergenerazionali giochino un ruolo importante, ma in ogni caso quello che conterà nella soluzione del conflitto genitori e figli, adulti adolescenti, sarà quanto questo conflitto avrà caratteristiche dialettiche evolutive e quanto sarà invece fonte di frustrazione e fallimento. Nella vita familiare quotidiana, l'equilibrio tra esigenze narcisistiche e quelle relazionali che spingono verso le altre persone, è continuamente messa alla prova e proprio in ciò sta una delle funzioni fondamentali della famiglia e cioè quella di essere un luogo in cui un figlio resta figlio e un genitore resta genitore, un fratello resta un fratello qualunque cosa accada. L'equilibrio di tale sistema basato sulla stabilità delle relazioni può continuamente mutare, ma resisterà se sufficientemente elastico e mobile. Gli adulti devono prestarsi ad un gioco terribile che è quello di essere considerati dei modelli anche idealizzati per poi essere demoliti e sostituiti. Gli adolescenti devono spostare l'investimento idealizzato dagli adulti a se stessi (attraverso una fase transitoria di investimento sui propri pari) rispettando una tempistica che permetta loro di assumersi il peso di tutto questo nel momento in cui sono in condizione di sopportarlo. Diventa chiaro come il narcisismo dell'adulto in un processo di questa intensità venga messo a dura prova. La necessità di uno spazio ed un tempo per permettere questo processo di evoluzione e fondamentale e famiglia e scuola sono gli ambiti in cui l'intrusività del mondo che rischia di compromettere il processo, viene in qualche filtrata.

A questo punto penso che possa cominciare a diventare chiaro come la questione del narcisismo sia fondamentale: essa sta alla base di concezioni assai diverse dell'umanità perché quello che è in ballo è l'idea stessa di individuo come parte dell'umanità.

Il processo è quindi caratterizzato da quella oscillazione continua tra narcisismo e dipendenza, tra ritiro e relazione, la cui ampiezza è fondamentale per determinare il concetto di equilibrio. E' inevitabile che tale oscillazione nel periodo di formazione sia fisiologicamente più ampia che nella vita matura adulta e che il termine immaturità si riferisca fondamentalmente alla capacità di gestire questa variabile. Potremmo forse calcolarla scientificamente attraverso l'ampiezza dell'angolo … I fenomeni che gli psichiatri chiamano sintomi potrebbero anche essere definiti come risultanti di una oscillazione eccessiva o non armonica. 

Dal Sintomo alla Malatti

Abbiamo visto come il processo di maturazione non sia una funzione lineare ma che mostra nel tempo una certa discontinuità. Si può dire che a volte si ha l'impressione che nell'adolescenza si proceda per crisi successive e questo perchè i cambiamenti spesso avvengono, dopo un periodo di preparazione, per precipitazione. Quindi il processo di adattamento al cambiamento diventa per alcuni anni senza soluzione di continuità e la ricerca di un equilibrio seppur transitorio determina quelle situazioni che spesso in famiglia sono causa di discussione: la tendenza all'isolamento (mio figlio sta sempre rinchiuso in camera davanti al computer, o col telefono in mano), la difficoltà a comunicare (non è questo il momento per parlarne: verbalizzare una difficoltà sebbene sia la via per il suo superamento necessita del momento opportuno, il momento migliore per affrontare l'angoscia), la distrazione o la difficoltà transitoria a concentrarsi (suo figlio avrebbe le capacità ma non si applica), o come abbiamo visto in precedenza, i vari disturbi del sonno. Sono questi gli esempi dei sintomi del disagio che si prova in tutti quei momenti della vita in cui dobbiamo affrontare dei cambiamenti che mettono in crisi il nostro equilibrio. Non sono per questo caratteristici dell'adolescenza ma si distribuiscono in tutto l'arco della nostra vita. L'adolescenza è semplicemente il periodo della vita con la maggior concentrazione di cambiamento percepito. Le difficoltà che ci troveremo ad affrontare saranno più o meno facilmente superabili in virtù della nostra storia precedente, della nostra infanzia, della nostra capacità di gestire la tensione, di calmarci e questo dipende da quanto siamo riusciti ad essere noi stessi, da quanto il nostro ambiente ci ha permesso un processo di crescita basato sull'individuazione e non sulla dipendenza. Quindi quanto più entriamo nel periodo dell'adolescenza forti di uno sviluppo coerente con le nostre abilità, quanto più siamo stati posti di fronte, da bambini, a compiti superabili con carichi di frustrazione sopportabili (il concetto di frustrazione ottimale), tanto più avremo una capacità da adolescenti (se non capitano fatti traumatici) di porci di fronte ai cambiamenti con una necessità di oscillazione relativa, con un sufficiente senso dell'equilibrio, o se vogliamo senza un'eccessiva sensazione di squilibrio. Dall'altra parte può capitare per motivi vari di non avere avuto un'infanzia ideale, in questi casi l'adolescenza non è solo un momento di rischio, ma soprattutto la possibilità, attraverso proprio quel cambiamento così temuto, di correggere la rotta e di giocarsi la partita della propria vita al meglio delle proprie possibilità. C'è una certa tolleranza nei confronti dei sintomi nei riguardi degli adolescenti, c'è inoltre una tendenza a non riconoscere il disagio e ad interpretare alcuni comportamenti anche piuttosto gravi come tipici dell'età e in quanto tali transitori. Può accadere però che le conseguenze di questi sintomi siano condizionanti per il futuro adulto. Molti dei ragazzi che abbandonano la scuola anzitempo e che vengono classificati come non adatti allo studio sono vittime di quella vergogna che si prova nell'affrontare delle situazioni in cui il fallimento sembra inevitabile. Penso che prendere un brutto voto in un'interrogazione sia spiacevole ma penso anche che sia insopportabile andare ogni mattina in un luogo in cui si sarà insufficienti. Qualcuno potrebbe obiettare che il brutto voto e frutto di uno scarso studio e questo è sicuramente vero, ma per quanto possa sembrare irreale ciascuno di noi sogna di ottenere quello che vuole solo desiderandolo. E' il pensiero onnipotente del bambino nella sua fase di narcisismo primario, in cui il benessere è legato al solo desiderio e non all'atto necessario per ottenerlo. La frustrazione, la non soddisfazione e addirittura anche la punizione può essere razionalmente e in maniera anche sana vissuta con un senso di colpa ma contemporaneamente può essere considerata come il fallimento della propria onnipotenza, il crollo di un'immagine di sé ideale che determina soprattutto vergogna. Questo ovviamente non vuol dire che il professore deve sostenere questa onnipotenza premiandoci in ogni caso, ma il concetto di frustrazione sostenibile dovrebbe condizionare non tanto il risultato sul piano numerico quanto l'atteggiamento sul piano relazionale empatico. Si può dare una insufficienza partecipando alla delusione (con la propria delusione) o anche alla rabbia (con la propria rabbia) ma di nessun aiuto è il distacco, la critica sferzante, quella inesorabilità della vita così preoccupante per Freud.

In questo periodo della vita il riconoscimento della sofferenza è importantissimo, una riparazione costituisce una possibilità, una necessità ed il tempo che abbiamo a disposizione è limitato perchè come diceva Ippocrate: “medico, sbrigati a curare i pazienti altrimenti guariscono da soli”, ma le ferite che guariscono spontaneamente a volte lasciano cicatrici indelebili che possono condizionare la vita futura. Purtroppo riconoscere un disturbo e considerarlo un sintomo che potrebbe diventare una malattia nel periodo dell'adolescenza non è facile. Sappiamo che i sintomi sono variazioni solo quantitative rispetto alla normalità, per cui in una fase della nostra vita in cui c'è una certa amplificazione delle percezioni e dei comportamenti, corriamo il rischio di considerare tutto come patologico o dall'altra parte di giustificare qualsiasi cosa. Per molti anni l'OMS ha cercato di dare una definizione di dolore e alla fine il gruppo deputato a trovare la soluzione definitiva ha optato per considerare come dolore ogni percezione che l'individuo riferisse come tale. In psichiatria questo principio è spesso valido (se si eccettuano quelle forme di patologia sadica in cui è in ballo la sofferenza degli altri): è un sintomo, un disturbo ciò che viene percepito come tale. Quindi bisogna saper ascoltare e saper ascoltarsi. Mi rendo conto che non è poi così facile. Bisogna saper distinguere un'insonnia da una notte in cui si è dormito poco e male per il compito del giorno dopo, un periodo di tristezza di qualche giorno dalla depressione che perdura da qualche settimana, una fobia da una ossessione, un rituale propiziatorio da una compulsione. Il rischio è che nell'adolescenza non si riesca a tollerare la propria vulnerabilità e la si tenti di nascondere con atteggiamenti reattivi (molti bulli temono di essere discriminati e si difendono con una modalità paranoide aggressiva, molti comportamenti spregiudicati nascondono la paura di essere considerati paurosi) e in questo atteggiamento si trova la complicità dell'adulto che, incapace di tollerare i propri limiti, idealizza l'immagine di se adolescente invincibile e la proietta sui propri figli o sui propri studenti, minimizzando le difficoltà ed enfatizzando presunte illimitate capacità. Considerare le conseguenze dei comportamenti sebbene possa essere intempestivo perchè avviene con il senno di poi è comunque già un modo per individuare i sintomi.

La Deriva Sociale Narcisistica

Potremmo ipotizzare in modo assolutamente generale, che lo spostamento delle patologie in psichiatria verso il polo narcisistico e l'aumento dell'importanza della componente narcisistica nella vita quotidiana, rappresentano una modalità difensiva di fronte alla continua tendenza a rappresentare l'individuo come costantemente insufficiente di fronte ad una quantità di stimoli ambientali costantemente crescente. Va da sé che un aumento degli stimoli comporta un aumento delle difese narcisistiche volte a mantenere un certo equilibrio interno.

Questa rappresentazione di insufficienza, proprio per la sua costanza, suona come una prescrizione sociale tanto che il buon individuo è quello che si uniforma ad essa. I messaggi quotidiani che arrivano dall'esterno (dalla televisione e dalla pubblicità ad esempio) definiscono un individuo che non sa, che da solo non ce la farebbe, che per compiti quotidiani banali ha bisogno dell'esperto di un tale o tal altro prodotto o di un qualche genere di consulente (magari globale). Una madre o un padre non saprebbero come fare con il proprio bambino se non ci fosse l'esperto travestito da psichiatra, psicologo o governante di turno a consigliare come trattarlo o addirittura amarlo, come nutrirlo in maniera sana e con quali prodotti: nascono le scuole per genitori. In tale bombardamento di stimoli ci si convince che i problemi quotidiani siano solubili solo con l'aiuto degli altri o con un mezzo esterno promuovendo così quelle distorsioni della relazione che conosciamo comunemente col termine di dipendenza. E' sottinteso che tu con la tua testa o con le tue forze non ci arriveresti mai. Messaggio terribile ed omicida perché costituisce un attacco proprio quella struttura psichica dell'individuo che, tramite il pensiero, riesce ad escogitare soluzioni adeguate ai problemi interni ed esterni. Come meravigliarsi quindi che di fronte a questo bombardamento che mina l'autonomia del pensiero, non ci sia una reazione narcisistica adeguata e proporzionale, una tendenza a proteggersi proteggendo proprio quella parte di sé che deve essere amata per sopravvivere come individui? Come meravigliarsi della tendenza in atto a spostare in avanti l'età in cui gli individui possono considerarsi maturi? Quale sarà l'impatto di questo spostamento sulle struttura di personalità dei singoli? Prima di condannare il narcisismo sfrenato della nostra epoca, come fanno molti nostalgici dei bei tempi andati, converrebbe chiedersi se esso non rappresenti davvero una risposta ad una tendenza culturale e sociale in atto e se, in tal modo, non si vada disegnando il profilo di un essere umano contemporaneo diverso dall'individuo cui eravamo abituati a pensare, sia nelle modalità di soffrire che in quelle di amare. Sembrerebbe una considerazione pessimistica ma per chi è abituato a considerare l'umanità come inesauribilmente complessa e capace di elaborare nuovi strumenti di pensiero, questa potrebbe rappresentare una sfida a pensare l'attualità e il futuro in termini nuovi. La possibilità di considerare in un ottica più ampia la pressione della componente narcisistica sul piano individuale e sociale, potrebbe costituire una chiave strategica per pensare ad esempio ad una terapia più efficace in campo clinico (più centrata sulla consapevolezza delle proprie capacità che sui consigli di un esperto idealizzato) ed a scelte sul piano politico e sociale mirate ad evitare una difesa narcisistica condizionata da istanze regressive altrimenti insostenibili scegliendo strategie di responsabilizzazione piuttosto che di controllo sanzionatorio o ancora peggio, punitive.