Accade molto spesso di sentire negli ambulatori i pareri e le impressioni dei parenti dei pazienti depressi, i quali lamentano nel proprio congiunto la mancanza della forza di volontà per ”tornare ad essere come prima”. Nell’immaginario collettivo infatti la depressione ha spesso a che vedere con la debolezza e con la mancanza di forza di volontà.

In queste occasioni, quando il parente accompagna il paziente depresso e chiede a margine del colloquio di parlarmi, esordisce dicendo: “Ma glielo dica anche lei di tirarsi un po’ su… senza un po’ di forza di volontà non si esce dalla depressione!”.

Questa affermazione non tiene conto di alcuni aspetti clinici fondamentali:

- Gli stati depressivi sono effettivamente accompagnati da una profonda tristezza che inevitabilmente rallenta il corpo e il paziente si sente stanco e talvolta spossato (la tristezza, da un punto di vista evolutivo, serve per rallentare le attività in maniera da conservare le energie)

- Queste affermazioni (“non hai sufficiente forza di volontà per uscirne”) evocano nel paziente depresso molta rabbia e incomprensione

E’ quest’ultimo punto che vorrei approfondire. Il paziente depresso, durante una psicoterapia, deve ricostruire col terapeuta temi legati alla perdita, al non-accudimento dei propri genitori. Il paziente depresso sovente protegge i genitori e tende a giustificare le mancanze altrui. Ha una attribuzione causale interna: è sempre responsabile, se non addirittura colpevole; non riesce a vedere la mancanza di supporto.

Nel depresso, contrariamente a quanto si possa credere, è la gestione della rabbia uno dei punti centrali del lavoro psicoterapico. In questo tipi di pazienti l’incapacità di modulare la rabbia è più evidente rispetto ad altri disturbi psicopatologici, perché il depresso non riesce a controllare gli scoppi di rabbia. Pertanto è indispensabile mettere a fuoco l’andamento di questi scoppi di rabbia, perché i depressi sono estremamente sensibili a tutte le esperienze di perdita. Da qui la rabbia e la disperazione.

Per il depresso però rimane la perplessità dopo lo scoppio d’ira, nel senso che non sa come sia potuto accadere. Se si osserva la scena come fosse in uno schermo, si vede chiaramente che il paziente, ad es, era stato salutato “normalmente” e non con entusiasmo. Questo fatto lo fa sentire poco importante e poco apprezzato. Il lavoro terapeutico, in quest’ottica, deve ricostruire com’è fatta la perdita quotidiana del paziente, momento per momento.

Non comprendere questo delicato passaggio pone un forte limite alla cura!

Il depresso vive la repentinità del senso di sé, oscillando tra helpness (destino di condanna, perdita) e rabbia (senso che il destino è di elezione e di privilegio), in poco tempo, talvolta in venti minuti e quindi il paziente fatica ad accorgersene. Lo sguardo di una persona può far cambiare in modo repentino il senso e il significato attribuito dal depresso.

Per concludere ritengo che queste conoscenze sul funzionamento mentale del depresso siano utili anche ai parenti del paziente che soffre di depressione, con la finalità di rapportarsi in modo più consapevole ed efficace.