Dai media apprendiamo sempre più spesso, con tristezza e sgomento, di persone arrivate sull’orlo della disperazione che decidono di uscire di scena, compiendo il gesto estremo.

Imprenditori che non riescono a intravedere vie per sottrarsi al peso delle difficoltà economiche e risollevare l’azienda, ma anche privati cittadini che faticano ad arrivare in fondo al mese. Magari marito e moglie, caduti entrambi nella spirale di negatività e depressione, se le rimbalzano l’un l’altra fino a percepire il suicidio come unico modo logico di risolvere uno stato emotivo divenuto insopportabile.

L’ultimo caso proprio oggi: un imprenditore friulano che non riusciva a prendere in considerazione l’ipotesi di licenziare, di estendere la propria difficoltà alle persone e alle famiglie alle sue dipendenze.

Molto si potrebbe dire - ed è stato detto - sui fattori individuali che portano le persone al suicidio. Le motivazioni cliniche più riconoscibili possono spesso essere ricondotte a uno stato depressivo che a sua volta può dipendere da determinanti genetiche, ma che sappiamo essere almeno altrettanto importanti di quelle psichiche e sociali. L’individuo non vive in astratto isolato dal proprio contesto, ne è anzi fortemente influenzato.

Fatte salve quindi le determinanti individuali, sembra che i media siano in grado d’influenzare il tasso di suicidi in una società, per il semplice fatto... di annunciarli. Si tratta di un tragico e inquietante fenomeno di emulazione, noto ai sociologi come Effetto Werther.

Il termine, coniato dal sociologo David Phillips, prende nome dal romanzo di J. W. Goethe, I dolori del giovane Werther il cui protagonista, a causa di una delusione sentimentale, sceglie il suicidio come mezzo per smettere di soffrire. In seguito alla pubblicazione del libro si assisté a un ondata di suicidi per emulazione in tutta Europa, di dimensioni tali da persuadere i governi di alcuni paesi a vietarne la pubblicazione. Analoga reazione vi fu in Italia dopo la divulgazione del romanzo di Ugo Foscolo Le ultime lettere di Jacopo Ortis, nel 1802.

Il fenomeno è meglio noto in letteratura scientifica sotto il nome generale di Copycat Effect e ha storicamente avuto un forte impatto in alcune società come quella statunitense. A Los Angeles ad esempio vi fu un’impennata del 40% nel numero di suicidi dopo la morte di Marylin Monroe. Ed è dimostrato che subito dopo alcuni suicidi eclatanti il numero delle vittime di incidenti aerei o automobilistici può aumentare persino del 1.000%.

L’effetto può essere esteso agli atti di aggressione; se ad esempio in un incontro di boxe ampiamente pubblicizzato fra un bianco e un nero è il nero a perdere, aumenteranno in percentuale gli atti aggressivi verso persone di colore, viceversa se a perdere è il bianco.

Altre casistiche riguardano i suicidi di massa, come quelli avvenuti in alcune sette, come la congregazione del Tempio del Popolo capeggiata dal reverendo Jones negli anni 70.

Alcuni autori come lo psichiatra J. A. Motto hanno dato un’interpretazione del fenomeno per identificazione, ossia propositi suicidi latenti in alcune persone possono essere amplificati e messi in atto identificandosi con qualcuno che abbia appena compiuto lo stesso atto. L’uomo è un animale sociale che tende a usare le azioni degli altri per decidere cosa è appropriato fare, specie quando percepiamo gli altri come simili a noi, ad esempio per condizione sociale. Inoltre in alcune fasce di età, come l’adolescenza, la tendenza imitativa è mediamente più alta e può quindi esserci un rischio maggiore dell’innesco di una catena di eventi analoghi.

Tuttavia è evidente l’importanza dello spirito del tempo in cui viviamo nel contribuire a selezionare la tipologia di persone che decidono di suicidarsi per emulazione. In questo preciso momento storico, infatti, i media nel nostro paese stanno riportando in gran parte suicidi non di giovani o adolescenti, ma di imprenditori maturi e persone adulte.

Il suicidio per cause economiche è entrato a far parte del dibattito pubblico da quando la crisi economico-finanziaria che sta spazzando il mondo ha iniziato a far sentire i suoi effetti reali, non solo quelli paventati dai telegiornali. Scene di persone che frugano nei cassonetti ai lati dei supermercati, nel nostro paese, sono tristemente sempre più frequenti. Il numero di imprese che chiudono i battenti ogni anno è in aumento e sopravanza da tempo il numero di quelle che aprono.

Quindi, che fare?

Stiamo attraversando un brutto momento, questo lo vedono tutti. Constatare l’esistenza di fenomeni emulativi come questi dovrebbe condurre naturalmente i media a una riflessione sull’opportunità o meno di pubblicare notizie che potrebbero indurre nella popolazione una spinta all’imitazione. Enrico Mentana, il popolare giornalista, nell’aprile del 2012 menzionò l’effetto Werther prima di annunciare, con cautela, l’ennesimo suicidio di un imprenditore, nell’evidente speranza di prevenire effetti nefasti dal suo annuncio.

Alle persone che si sentono “in bilico” fra scegliere se rinunciare alla vita, invece, si può dare un solo messaggio: non vale la pena morire per la propria azienda o sperando di “salvare l’onore" (quale?) di fronte al vicino della porta accanto che ancora non ha dovuto vendere l’automobile per comprare alimenti ai propri figli. Semmai meglio emulare chi decide di resistere e, se possibile, darsi una mano a vicenda.

Ricordo che quando ero bambino, la Seconda Grande Guerra era finita da appena 25 anni e non tutte le famiglie se la passavano bene. Mio padre era solo un modesto operaio, ma una famiglia di nostri vicini era in difficoltà ancora maggiori. Due dei loro figli, un maschio e una femmina, salivano in casa nostra all’ora di pranzo di tanto in quando, con in mano un contenitore di plastica in cui mia madre depositava un po’ di minestra calda per sfamarli. Speriamo che non si debba tornare a tanto, ma se anche fosse, sarebbe molto meglio farsene una ragione ed emulare gesti così piuttosto che altri, decisamente inutili.