Pandemia e infodemia: come la disinformazione su COVID-19 alimenta allarme, ansia e depressione

Dr. Alessandro RotondoData pubblicazione: 13 maggio 2020

La diffusione pandemica della malattia da coronavirus (COVID-19) è un evento epocale.

Quarantena, distanziamento sociale e chiusura delle frontiere hanno gravemente limitato la nostra libertà di movimento e di interazione sociale con conseguenze difficilmente quantificabili al momento, ma che cambieranno per lungo tempo la nostra vita. Sicuramente, hanno già minato il benessere psicologico di molti e la salute mentale dei più deboli. 

I primi risultati di un sondaggio dell’Università di Roma Tor Vergata in collaborazione con l’Università dell’Aquila su un campione di 18147 persone, intervistato fra il 27 marzo e il 6 aprile 2020, indicano che:

  • 6666 (37.14%) partecipanti alla ricerca presentava sintomi propri del disturbo da stress post-traumatico
  • 3732 (20.8%) avevano gravi sintomi d’ansia,
  • 3099 (17.3%) riportavano sintomi depressivi gravi
  • 1306 (7.3%) lamentavano insonnia persistente.

Inoltre, come si è verificato in precedenti pandemie, l’emergenza sanitaria sta aggravando significativamente lo stato di salute di molte persone che soffrivano di disturbi mentali già prima dell’avvento del coronavirus.

  • Il timore di essere contaminati;
  • l’angoscia per i familiari colpiti o, addirittura, uccisi da COVID-19;
  • il rischio di perdere il posto di lavoro o di dover chiudere la propria attività;
  • l’impossibilità di potersi spostare e riunire liberamente per incontrare congiunti e amici o semplicemente andare al cinema o al ristorante,

sono tutti fattori in grado di spiegare il disagio mentale che emerge dalla ricerca scientifica. E tutti questi fattori hanno come denominatore comune l’insicurezza che a sua volta, genera paura, indignazione e rabbia.

Di questi sentimenti, pur normali in tempi così difficili, si nutre la disinformazione che, esattamente come la pandemia da coronavirus, si è propagata su scala planetaria creando una vera e propria infodemia.

Essa sfrutta la fame di notizie, l’infomania, che in questo periodo affligge tutti noi, incollati alla televisione o sui social, avidi di informazioni su quanto sta succedendo e potrà succedere.

Le notizie prive di documentati supporti socio-politici, economici e scientifici, dilagano con declinazioni diverse in base agli interessi che devono supportare e promuovere:

  • il governo americano sostiene che il virus sia stato creato e diffuso da un laboratorio cinese;
  • i russi sono sicuri che l’epidemia sia parte della guerra commerciale fra USA e Cina e sia stata creata dai servizi segreti americani per destabilizzare il governo cinese;
  • gli iraniani accusano gli Stati Uniti e i musulmani sunniti di voler colpire il loro popolo che è sciita;
  • i movimenti antivax, contrari alle vaccinazioni, sospettano che la diffusione del coronavirus sia stata favorita dalla vaccinazione antinfluenzale.

E potremmo continuare all’infinito.

Chi non sarebbe impaurito, indignato, arrabbiato se queste affermazioni fossero vere?

E quanto gravi potrebbero essere le conseguenze sull’equilibrio psichico, soprattutto se già compromesso da preesistenti disturbi mentali?

Purtroppo, non è difficile cadere in trappola, anche per le persone più attente e critiche. Scrive lo storico Yuval Noah Harari nel suo bestseller “21 lezioni per il XXI secolo”:

“I processi globali sono troppo complicati per poter essere compresi appieno da chiunque. Come può una persona conoscere la verità su quanto accade nel mondo senza cadere facilmente vittima della propaganda e della manipolazione dell’informazione?”.

In tal modo si determina una frattura tra ciò che è vero e ciò che viene percepito come vero e vissuto come una verità assoluta. Una notizia, nonostante sia smentita ripetutamente, viene creduta vera da tantissime persone e ne influenza vita e decisioni.

Del resto bisognerebbe partire dall’assunto che la verità per la scienza non è un concetto assoluto, ma relativo e in continuo progresso. Il problema è diventato come comunicare la scienza, come selezionare gli interventi affidabili da quelli palesemente errati, come discernere le fonti, sapendo quanto sia difficile avvicinare grandi masse di persone a una comunicazione scientifica corretta.

Questa difficoltà è sotto i nostri occhi. Molte persone si sono create una propria opinione, spesso catastrofica e complottista, sull’andamento della viremia, indipendentemente dal fatto se sia basata su informazioni concrete, non verificate o totalmente false apprese attraverso i media e/o i social network. C’è un’incapacità diffusa di fidarsi di questo o quello scienziato, ci si muove fra mille affermazioni contraddittorie.

Fra i tanti consigli profusi a piene mani in questi mesi di pandemia per restare mentalmente sani, due mi sembrano veramente importanti.

Il primo: evitare l’infomania da consultazione ossessiva dei notiziari e delle catene di Sant’Antonio dei social. Ma soprattutto verificare le fonti da cui provengono le notizie, in particolare quelle allarmanti.

Fatti e conoscenza, dunque, per combattere il virus. Ma fatti e conoscenza anche per combattere efficacemente i dubbi, le ansie e la depressione, figli della paura e della rabbia, che accompagnano i tempi d’incertezza in cui viviamo.

Autore

arotondo
Dr. Alessandro Rotondo Psichiatra

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1990 presso universita di pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 3886.

4 commenti

#1
Dr.ssa Franca Scapellato
Dr.ssa Franca Scapellato

Attuale e molto vero, purtroppo! In mezzo alle bufale "ruspanti", ci sono i litigi tra virologi, che creano confusione, e gli eccessi di sanificazione: l'altro giorno sulla Gazzetta di Parma un esperto spiegava come trasformare l'ingresso di casa in una zona di decontaminazione, col contenitore per mascherine usate, quello per il cambio di abiti, la zona per i "pacchi che non si è ancora pronti ad aprire"...

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