Ansia e depressione nei rapporti sociali

Ho 37 anni e da circa 13 anni soffro di alcuni disagi che comportano forme d'ansia e depressione che non mi consentono, di vivere serenamente rapporti sociali e soprattutto affettivi.Ho seguio percorsi di psicoterapia (psicanalisi freudiana, gestalt, counseling, ed attualmente congnitivo comportamentista),con risultati non apprezzabili.Ho affrontato anche cure farmacologiche (sereupin, depakin, xeroxat, xanax - alcuni in conbinazione) con discreti risultati,fino alla loro interruzione,dopo i problemi si sono nuovamente aquiti).Dai percorsi intrapresi sono emersi problemi relativi all'affettività,all'inadeguatezza,trappole della deprivazione emotiva e attivazione dello schema insicuro evitante.Il fatto è che ogni qual volta intraprendo una relazione, dopo alcune settimane,quando il rapporto è divenuto più profondo nascono una serie di ansie ed angosce che trasformano la compagna da persona desiderata a persona da rigettare perchè il suo pensiero,la sua presenza,creano nodo alla gola,dolori addominali,ansia anticipatoria,pensieri ripetitivi. Il tutto è condito da senso di inadeguatezza con atteggiamenti finalizzati all'accettazione ed al non abbandono (continue rassicurazioni, richieste di conferma, ecc..).La deprivazione emotiva di una madre che non sapeva comunicare il proprio affetto e le critiche di un padre che inviava messaggi del tipo (non sei capace, non ce la fai, non se all'altezza). Da questo mix è venuto fuori un ragazzo forte ma incapace di relazioni sane,che fatica ad amare e farsi amare, che scredita e svilisce il partner ed il terapeuta,che resiste alle terapie dei più bravi,che fatica a sentire l'amore dei nipoti quando lo abbracciano e che vive disagio nella relazione genitoriale e per fino con il proprio gatto quando quest'ultimo sembra chiedere affetto e coccole (mi rende nervoso).La domanda è se una cura farmacologica,possa aiutare a scardinare gli schemi ed i core belief alla base del mio disagio. Grazie. Fabio.
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Dr. Francesco Saverio Ruggiero Psichiatra, Psicoterapeuta 35,3k 847 56
Gentile utente


la diagnosi nello specifico quale è stata? può chiarire i sintomi?

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dopo
Utente
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In realtà non esiste una vera è propria diagnosi. Nei diversi percorsi di psicoterapia si è accennato alla problematica, ma la valutazione dello psicologo/psicoterapeuta è ben lungi dalla diagnosi che mi chiede. Posso solo ribadirle che è emerso, soprattutto nel percorso cognitivo comportamentale, la "convinzione" intima di non amabilità, inadeguatezza, incapacità. A quanto mi han detto, mi considero una persona difettata, sbagliata, per cui tutto ciò che faccio, è per certi versi sbagliato; lo faccio con fatica, rimuginando, pensando e ripensando alla cosa più giusta o perfetta. Insomma, tutto deve essere al meglio, altirimenti nessuno mi amerà, nessuno mi considererà, nessuno mi apprezzerà.Vivo molto spesso facendo cose contrarie ai miei desideri ed ai miei bisogni, pur di garantirmi l'amabilità e l'accettazione delle persone che contano. Nel rapporto di coppia, con il passare del tempo, inizio ad interpretare il ruolo del bravo compagno, finchè il disagio non è così forte da ricordarmi che non è quella la vita che desidero.Il lavoro è un dovere ed il traffico mattutino che incontro nel recarmi al lavoro mi ricorda che sono stato incapace nel raggiungere gli obiettivi che desideravo, ripiegando su di un lavoro scelto da mio padre. I sintomi sono in genere ansia, dolori addominali, angoscia, nodo alla gola, abbattimenti, rabbia, stato di vigilanza. Ho desiderio di trascorre del tempo in compagnia della mia ragazza, ma quando siamo insieme inizia l'ansia, il nodo alla gola, il sentimento di costrizione.Bisognerebbe capire se tutto questo nasce dal desiderio di restare solo oppure dall'ansia dell'abbandono da aprte di uan figura affettiva. Da anni ripropongo gli stessi schemi nel rapporto di coppia.Tutto nasce con un forte desiderio di conquista, di possesso, di condivisione, ma poi si trasforma in angoscia, dolore, tachicardia, ansia, abbattimento, gelosia, insicurezza, ricerca di conferme (dimmi che mi ami, dimmi che sei solo mia, dimmi che sono unico, dimmi che non preferisci nessun altro a me). Desidero sentirla e le scrivo un sms e nell'attesa che mi risponda ho già i primi bruciori allo stomaco (non mi pensa). Peggio quando l'sms arriva, altro bruciore all'addome (adesso devo rispondere, lei se lo aspetta), lo vivo come una costrizione. Spero di essere stato abbastanza esauriente. La ringrazio per l'attenzione e le auguro una felice serata.
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Dr. Francesco Saverio Ruggiero Psichiatra, Psicoterapeuta 35,3k 847 56
Gentile utente


Qualsiasi trattamento farmacologico o psicoterapeutico deve iniziare a partire dalla diagnosi psichiatrica per inquadrare il problema ma anche il trattamento da applicare, considerandone la prognosi e le variazioni possibili o meno.

Quanto descrive corrisponde ad atteggiamenti che vengono classicamente catalogati secondo lo schema cognitivo-comportamentale, trattamento che ha un limite di tempo prestabilito con obiettivi che, a quanto pare, sono lontani dall'essere raggiunti.

Ad oggi, non vi è stata una valutazione che possa portare la sua condizione ad un miglioramento.

Anche le prescrizioni avute devono essere prescritte secondo una valutazione diagnostica e non per provare.

A mio parere, dovrebbe insistere su una definizione diagnostica appropriata (e codificata) e richiedere che i trattamenti siano corrispondenti ad essa.

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dopo
Utente
Utente
La ringrazio sempre per l'attenzione. Forse nell'ultima risposta sono stato un po' impreciso. In realtà all'inizio di questa terapia (che è cominciata con due colloqui intervallati da molteplici test scritti) è stata stilata una realzione (diagnosi) sulla mia condizione e da quella, con i relativi aggiustamenti in corso d'opera è stato scelto uno specifico percorso. Le riporto di seguito uno stralcio della diagnosi sopra citata:

E' presente l'alternanza tra periodi di grande insensibilità verso le conseguenze delle proprie azioni e un'eccessiva preoccupazione circa gli effetti del proprio comportamento. Il soggetto può dunque manifestare episodi di acting out seguiti da temporanei sensi di colpa e di autocondanne che, comunque, non inibiscono ulteriori comportamenti di tipo acting-out. Presenta un livello di autostima assai ridottto, sono presenti temi di autosvalutazione con tendenze alla colpevolizzazione e all'autoaccus; può talvolta reagire a ciò sviluppando fasi temporanee di ipervalutazione acritica di sè. La capacità di adattamento al contesto socio-ambientale sono condizionate da pervasivi sentimenti di dipendenza e insicurezza personale. Il soggetto presente comportamenti tesi ad ottenere gratificazioni attraverso la strumetalizzazione del rapporto interpersonale e il ricorso a mezzi di counicazione non verbale sottesa da forte carica emotiva. Possono esser presnti problemi di accettazione della sessualità e del conivolgimento emotivo che essa comporta. Sono anche possibili somatizzazioni dell'ansia generata da tali situazioni. Si rileva un accentuata tendenza alla chiusura relazionale, alla difficoltà di comunicazione ed allo svilpuppo di fantasie derealistiche. Il soggetto mostra accentuate tendente alla fantasticheria autistica con riduzione della capacità di critica e giudizio. Il soggetto sembra possedere buone capacità di controllo nei confronti della propria sfera pulsionale: le difese risultano sufficientemente adeguate.

La ringrazio infinitamente.
Fabio,
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Dr. Francesco Saverio Ruggiero Psichiatra, Psicoterapeuta 35,3k 847 56
Tutto quanto scritto descrive dei sintomi e dei tratti di personalità e comportamento, ben diverso è invece inquadrare la problematica dal punto di vista psicopatologico con un trattamento appropriato.

La previsione di un trattamento con un secondo antidepressivo prima ancora di vedere il funzionamento del primo appare inapppropriato dal punto di vista prognostico e terapeutico.

Tra l'altro messe insieme tutte le frasi c'è indicato tutto ed il contrario di tutto.....
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Utente
Utente
A questo punto, caro dottore, sono disarmato. Mi arrendo. Ogni giorno leggo file che mi vengono dati, faccio esercizi di visualizzazione, metto in discussione le mie credenze di base, valuto le mie distorsioni cognitive, compilo RPD, leggo libri, scrivo diari emotivi.
La T.C.C. è una terapia a "breve" durata (la pratico da circa 8 mesi) e probabilmente anche efficace (mi ha in effetti portato dei benefici), ma come ogni terapia ha i suoi limiti. Forse i limiti sono nella impossibilità di modificare ciò che è biologico (questo il terapeuta dice di superarlo con l'accettazione). L'unica cosa che mi chiedo è quale tutela abbia il cliente verso alcuni terapeuti che considerano il loro metodo sempre efficace. Non ho mai sentito - in questi 13 anni - un professionista (anche tra i più blasonati) che abbia detto "no, non posso aiutarti per te ci vuole....".
Cmq questo è un altro discorso.
La ringrazio nuovamente per l'attenzione prestatami. Consulterò uno psichiatra psicoterapeuta per valutare aspetti che forse il mio terapeuta (antropologo/psicologo-psicoterapeuta) non ha ritenuto opportuno trattare o per i quali non ha ritenuto opportuno indirizzarmi altrove. Con questo non voglio dire che il percorso che sto facendo non sia efficace, ma probabilmente ha delle zone d'ombra che solo uno psichiatra potrà chiarire. Spero sia concorde con me.
Un caro saluto.
Fabio.

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