Utente 578XXX
Mi è stata diagnosticata una sindrome da attacchi di panico nel 2000, anno a partire dal quale assumo antidepressivi (Anafranil fino al 2003 e Eutimil successivamente). I disturbi che nel 2000 avvertivo, per i quali mi sono rivolta la prima volta da uno psichiatra, dopo aver effettuano tutti gli esami di rito (TAC, visita OTORINO, esami del sangue, visita neurologica, ecc. ecc.) risultati negativi, consistevano in un senso di sbandamento eccessivo nel camminare, come se qualcuno mi tirasse in una direzione, che diventava col passar del tempo insopportabile. Tali disturbi costanti nel tempo, intervallati sporadicamente da crisi ansiose con sensazioni di svenimento e tachicardia (probabilmente i veri attacchi di panico), non sono mai cessati, se non per brevi periodi. Come reazione a tale costante senso di insicurezza, che sembra mi debba far cadere da un momento all’altro (non sono mai caduta però), contraggo costantemente i muscoli del corpo, a tal punto da avvertire forte rigidità nelle gambe, nel corpo e perfino a volte nella mandibola. Questa sgradevole sensazione di rigidità è man mano aumentata nel tempo di pari passo con la sensazione di sbandamento e mancanza di equilibrio, superando in senso di fastidio quest’ultima, provocandomi stanchezza fisica costante, sin dal mattino appena sveglia. L’aggravarsi di questi sintomi mi ha portato a ottobre del 2007 dalla psichiatra che mi ha aumentato la dose di antidepressivi e prescritto l’uso di un ansiolitico, Pasaden, per cercare di risolvere il problema della contrazione muscolare. Successivamente, e questa è la novità, appena iniziato ad assumere i farmaci con questo nuovo dosaggio, si sono verificati gravi episodi di vertigini soggettive che mi sono capitate per più giorni consecutivi appena alzata da letto o durante la giornata dopo aver effettuato movimenti con la testa. Tali episodi si sono poi gradualmente interrotti, anche se quella sensazione di sbandamento originaria che mi accompagna sempre mi è sembrata essere più intensa, e poi sono ripresi dopo una settimana ancora con notevole frequenza.

A questo punto ho sentito la psichiatra, che non pensa ci sia un rapporto di causa e effetto tra le vertigini e il nuovo dosaggio dei farmaci (anche se tra le controindicazioni leggo che possono portare vertigini), ho fatto una visita dall’otorino con esame vestibolare risultata negativa, ho fatto un doppler TSA prescrittomi dal medico di famiglia, anch’esso negativo. Sono stata anche dal fisiatra, il quale ha escluso problemi alla cervicale tali da provocarmi quelle vertigini così violente e che ha ipotizzato invece un legame tra l’eccessiva contrazione muscolare, da lui stesso constatata, con le vertigini. Per questo mi ha prescritto laser, ultrasuoni e tens per la cervicale e massaggi per tutta la colonna vertebrale, che sto eseguendo in questi giorni (non ancora i massaggi) e proprio durante una di queste sedute quotidiane, dopo un movimento con la testa, mi sono di nuovo ritornate quelle spaventose vertigini.

Per completare il quadro vi comunico che soffro anche di emicrania (una-due volte al mese, in particolare in corrispondenza col periodo mestruale) e gli episodi di vertigini sono quasi sempre seguiti da mal di testa, anche se non in forma molto grave, a differenza degli attacchi mensili che mi costringono a letto.

Sarei grata per qualsiasi consiglio vogliate fornirmi perché ormai non so più dove andare a parare.

Grazie e saluti


[#1]  
Dr. Vassilis Martiadis

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Effettivamente le benzodiazepine possono portare vertigini, tuttavia in genere è un effetto che è limitato all'inizio della terapia o a un nuovo aggiustamento del dosaggio. A meno che lei non assuma un dosaggio molto alto di bzd, il suo psichiatra potrebbe avere ragione. Potrebbe avere ragione anche il fisiatra spiegando le vertigini con la rigidità muscolare del tratto cervicale. Provi la fisiochinesiterapia che le è stata prescritta per verificare eventuali miglioramenti clinici. In ultima analisi, concordemente con lo specialista, potrebbe cambiare ansiolitico o aggiustarne il dosaggio. L'emicrania infine potrebbe essere una concausa da non sottovalutare. a questo proposito potrebbe chiedere delucidazioni ad un centro cefalle di riferimento per la sua zona.
cordiali saluti
Dott. Vassilis Martiadis
Psichiatra e Psicoterapeuta
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[#2] dopo  
Utente 578XXX

Nel ringraziarla per la cortese ed esauriente risposta proverò a seguire i suoi suggerimenti. Approfittando della sua gentilezza le chiedo ancora se lei ritiene che il disturbo base di cui soffro, cioè il senso di sbandamento quasi costante e di equililibrio precario, già prima del verificarsi delle vertigini, possa essere ricondotto ad ansia così come mi è stato diagnosticato e se in base alla sua esperienza tali sintomi sono frequenti in pazienti ansiosi.
Grazie ancora

[#3]  
Dr. Claudio Lorenzetti

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Gentile Utente,
la sintomatologia vestibolare (vertiginosa) può essere uno dei sintomi che accompagnano gli attacchi di panico. In questi casi però gli esami vestibolari eseguiti dall'odontoiatra danno sempre esito negativo, pertanto non si può parlare propriamente di vertigini, semmai di pseudovertigini. Il fatto che a lei accadano ancora nonostante le terapie può dipendere da molti fattori: dosi dell'antidepressivo troppo bassa, tempi di terapia troppo brevi, farmaci inappropriati, reale resistenza ad un deterinato farmaco, igiene di vita non corretta (uso di caffè/tè), scarsa aderenza ai trattamenti. Il fatto che lein abbia in associazione anche una cefalea di una certa importanza richiede tuttavia degli accertamenti più approfonditi: se fossi in lei eseguirei un elettroencefalogramma volto ad escludere delle anomalie elettriche che se presenti non possono certamente essere trattate con degli antidepressivi.
Cordaili saluti.

Dr. Claudio Lorenzetti
Dr. Claudio Lorenzetti

[#4] dopo  
Utente 578XXX

Gentile dr. Lorenzetti, in effetti le dosi dell'antidepressivo non sono mai state alte. Nel corso di questi anni, sbagliando clamorosamente l'ho autodosato, ho preso una compressa da 20 mg per 3 anni, nonostante la mia psichiatra mi avesse prescritto una compressa e mezza, e non ho mai utilizzato ansiolitici nonostante mi era stato detto di utilizzarlo nei momenti di maggiore criticità. Comunque da gennaio di quest' anno sto seguendo alla lettera i consigli della psichiatra e ho elevato il dosaggio di eutimil portato gradualmente a 2 compresse da 20 mg al giorno, che prendo da martedì 5 febbraio, incrementate da una settimana da 10 gocce di pasaden al mattino per contrastare gli episodi di rigidità muscolare (me ne sono state prescritte anche 10 il pomeriggio, ma che non trovo il coraggio di prendere). Prendo inoltre vertiserc durante i giorni di attacchi intensi di vertigine. Vorrei chiederle se il quadro farmacologico descritto può secondo lei essere compatibile con la mia sintomatologia ed inoltre se due caffè al giorno sono da considerare eccessivi.
Grazie per il suo aiuto!

P.s. Nella sua risposta parla di un esame vestibolare dall'odontaiatra, io l'ho fatto dall'otorino ed è risultato negativo, si tratta di un refuso o ne esiste uno diverso da fare dall'odontoiatra?

[#5]  
Dr. Stefano Garbolino

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Gentile utente,
da quanto lei descrive mi pare di poter essere in accordo con la terapia assunta, salvo l'eventuale aggiustamento in merito ad una sintomatolgia che pare non del tutto risolta.
Nella mia esperienza clinica (d'altra parte non mi è possbile con ciò che consigliare esclusivamente un approfondimento in tal senso), l'uso di farmaci antipsicotici atipici a bassi dosaggi in alcuni casi consente un significativo miglioramento sintomatologico.
Ne parli eventualmente con lo Psichiatra di riferimento.
Cordialmente
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www.psichiatriasessuologia.com

[#6]  
Dr. Claudio Lorenzetti

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Gentile Utente,
l'esame vestibolare deve essere eseguito dall'otorino, quindi si tratta di un mio errore di battitura. Quanto all'uso degli ansiolitici benzodiazepinici in modo cronico e al di là delle prime settimane di trattamento più volte con altri colleghi ho affermato che si tratta di una pratica sconsigliabile per la concreta possibilità di indurre una dipendenza farmacologica con farmaci che hanno un ruolo solo sintomatico e che nell'uso continuativo hanno anche una riduzione della loro efficacia. Se un farmaco valido come la paroxetina dà degli effetti collaterali ciò si può riflettere negativamente sull'aderenza ai trattamenti del paziente per cui prima di correggere gli effetti collaterali con un altro farmaco (il numero dei farmaci messi in terapia ad un paziente è inversamente proporzionale alla sua collaborazione), a mio avviso, è più opportuno verificare se con un altro farmaco magari della stessa classe si possono ottenere i soliti risultati terapeutici con una maggiore tollerabilità.
La saluto cordialmente.
Dr. Claudio Lorenzetti