Utente 580XXX
Buonasera, sono figlia di madre alcolista da circa 20 anni, anni scanditi da innumerevoli cliniche, ambulanze, ricoveri, centri di recupero, sensi di colpa e tanta vergogna.
Ho un fratello più giovane che insieme a me fin da ragazzino ha affrontato tutto questo.
Nostro padre è stato una figura assente per anni, si è sempre dichiarato fuori da ogni responsabilità anche se presente economicamente per le terapie e il mantenimento, convivendo con il problema da separato in casa, come vittima della situazione, facendo ricadere su di noi le responsabilità (per 20 anni ha dormito sul divano di casa) senza mai affrontare il problema.
Sono uscita da casa all’età di 22 anni perché sfinita dalla situazione e dopo gli studi (molto difficoltosi e interrotti per via della situazione) e dopo aver trovato un buon lavoro, preferii seguire le dinamiche dall’esterno, cercando di salvaguardarmi ma essendo comunque presente.
Nel tempo ho tentato di seguire dei percorsi psicologici ma senza portarli a termine per svariati motivi, impegni lavorativi, impegni con le terapie di mia madre e perché troppo costoso (mi sono sempre mantenuta da sola).

Un paio di anni fa, quando sfinita dalle ricadute continue provai a interrompere i rapporti con lei, purtroppo mio padre si ammalò di cancro, iniziai a seguire anche la malattia di mio padre ma questo implicò inevitabilmente un ritorno ai rapporti con lei.
Quando finalmente e con gioia la situazione di mio padre non fu più così grave, dopo tante altre cattiverie subite e diverse ricadute decisi insieme al mio compagno che era meglio trasferirci lontano.
Ad oggi mantengo i rapporti con mio padre e mio fratello che convivono ancora con il problema ma sono circa un paio di mesi che non rispondo più alle continue chiamate di lei che cerca in tutti i modi di insinuare il senso di colpa e che ci diffama (inventando storie, recandosi dai carabinieri a giorni alterni, chiamando ambulanze e dichiarando a tutti di volersi suicidare senza mai arrivare a farlo) nonostante tutto ciò che abbiamo fatto per aiutarla.

Capisco che la situazione è troppo grave per esser risanata e che non abbiamo colpe ma io soffro molto, nonostante la consapevolezza il senso di colpa c’è, pur non rispondendo alle sue continue richieste sento che non è il modo corretto per stare bene con me stessa, ho sviluppato un odio profondo nei sui confronti e non riesco a lasciare andare il passato, questo mi provoca sbalzi d’umore, attacchi d’ansia, sudorazione continua, difficoltà a concentrarmi.
Chiedo scusa per la lunghezza del messaggio ma ho bisogno oltre che di sfogarmi di capire come affrontare la cosa, ho paura di essere depressa e di finire come loro.
A volte mi rendo conto di utilizzare gli stessi meccanismi dei miei genitori nella mia vita personale, fatico a ritrovare la forza per rialzarmi e va sempre peggio.
Avendo oltretutto perso il lavoro e non potendo economicamente seguire un percorso in una città che conosco poco, esistono percorsi online validi?
grazie

[#1]  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente,

La prima cosa da fare è un inquadramento psichiatrico, per definire o meno una diagnosi specifica. Questo l'ha mai fatto ?
Dr.Matteo Pacini
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[#2] dopo  
Utente 580XXX

Buongiorno,
No, non ho mai ricevuto una diagnosi specifica. Qualche anno fa mi fu suggerito da una specialista un percorso di tipo cognitivo comportamentale con delle tecniche specifiche che iniziai ma non portai a termine per via del costo elevato e dell’impegno emotivo che mi procurava. In più c’era poca chiarezza sul percorso e non mi trovavo decisamente a mio agio.
Ho provato a chiedere aiuto anche nei centri dove mi recavo con mia madre ma non è mai stato d’aiuto né a lei né alla mia famiglia, non so se per colpa nostra o per poco interesse da parte dei servizi.. Ho imparato a mie spese che se una persona non vuole guarire seriamente, non c’è la farà. Pensavo di essere abbastanza forte per continuare e superare da sola tutto ma a quanto pare mi sono sopravalutata per diversi anni e ora è davvero dura mettere insieme i pezzi.

[#3]  
Dr. Matteo Pacini

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Non so cosa significhi "voler guarire seriamente". Ci sono persone che non riescono a curarsi, che non capiscono il problema, ne hanno una visione confusa. Per il resto, le cure funzionano di per sé. Partirei però dalla diagnosi.
Dr.Matteo Pacini
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[#4] dopo  
Utente 580XXX

Mi riferivo alla malattia, se così devo definirla, di mia madre e al fatto che sono consapevole che se non vuole guarire seriamente saprà anche Lei che le terapie non bastano.
Ho visto i medici tentare tante tantissime terapie farmacologiche, percorsi e trattamenti negli anni, tutti inutili e forse dannosi che l’hanno resa dipendente oltre che dall’alcol anche dai farmaci.
In questo momento si trova nuovamente ricoverata in reparto psichiatrico a seguito di un TSO e nonostante tutto non viene considerata paziente psichiatrica.
Anche se non mi ha aiutata molto, la ringrazio per la risposta, mi chiedevo se esiste un percorso online valido quanto uno di persona che fosse efficace e immediatamente accessibile da poter seguire perché non riesco più a sopportare il peso di tornare ad aiutarla e non so a questo punto visto come sto se può essere dannoso per me. Prima o poi dovrò rifare i conti con questa situazione e vorrei essere più forte per affrontarla nel modo corretto.
Farò riferimento ai servizi locali sperando di trovare persone competenti nella città dove mi trovo ma è un percorso difficile anche per me, sono molto confusa e sfiduciata.

[#5]  
Dr. Matteo Pacini

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Non mi torna. Se è in TSO è una paziente psichiatrica, per definizione, altrimenti per cosa è i llTSO ?
Comunque, le cure possono anche bastare, in questo caso forse no, o forse non sono state provate quelle specifiche per l'alcolismo.
Dr.Matteo Pacini
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[#6] dopo  
Utente 580XXX

Chiedo scusa ho dato un dettaglio sbagliato, il TSO è stato richiesto ma poi evitato in quanto gli operatori dell’ambulanza sono riusciti a convincerla dopo un’ora e a portarla in ospedale. Il pomeriggio del giorno stesso si era recata in pronto soccorso autonomamente sostenendo di essere maltrattata e minacciando il suicidio ma è stata dichiarata dimissibile dal punto di vista psichiatrico in quanto non vi è una reale progettualità in senso suicidario e non indicazioni al ricovero presso SPDC (riporto dicitura dei documenti di dimissione).
È molto conosciuta in pronto soccorso perché spesso vi si reca e sempre viene dimessa con diagnosi di etilismo cronico. Ho avuto modo di parlare anche con il primario di SPDC che ha confermato più volte che la paziente non è psichiatrica. L'intervento dell’ambulanza è stato richiesto da mio fratello la sera stessa a seguito della seconda minaccia di suicidio. Questa situazione si ripete da tanto tempo e non sapendo come gestirla ci è stato suggerito di intervenire in questo modo anche dai carabinieri che conoscono bene il caso e sanno che non esiste un reale maltrattamento.
Le terapie vengono modificate spesso dal centro che la sta seguendo, probabilmente per cercare i dosaggi più adatti e integrate anche con campral e simili. Penso sia stato provato un po’ di tutto in questi 22 anni ma l'effetto dura al massimo un mese e poi torna a bere, sopra ai farmaci.

[#7]  
Dr. Matteo Pacini

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Il fatto che una persona beva "sopra" i farmaci non è motivo di sospendere la cura, le cure sono pensate quasi sempre perché siano iniziate a paziente che sta bevendo.
La sequenza: sospensione alcol, inizio cura e verifica ricaduta non è corretta. Si parte dalla ricaduta e si verifica da lì la capacità della cura di portare a normalità la situazione.
Dr.Matteo Pacini
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[#8] dopo  
Utente 580XXX

Capisco. Non voglio mettere in dubbio l’efficacia delle terapie che generalmente vengono modificate dopo la riabilitazione in ospedale, per un po’ sembra che vada tutto bene, continuano gli incontri e la terapia viene assunta correttamente fino a quando non so per quale meccanismo non è più efficace e il consumo di alcol aumenta fino al crollo fisico. Ciò che è paradossale è che quando sente di non reggere più fisicamente dice che nessuno la aiuta, noi in primis e poi i medici e che torna a bere per colpa nostra che non l’aiutiamo. Quando crolla fisicamente cerca in tutti i modi la riabilitazione fino a minacciare il suicidio ma probabilmente lo fa perché è cosciente che il suo corpo non può continuare a bere (ha anche una grave epatopatia e tutti i problemi fisici che si sviluppano in questi casi). Secondo il suo medico di base è un meccanismo che mette in atto perché sa che la riabilitazione la farà stare meglio e poi potrà continuare a bere. Io sospetto che non smetta mai di bere, nemmeno durante la riabilitazione e in effetti non sono mancate le volte in cui è fuggita dall’ospedale per farlo anche quando era ancora in riabilitazione.
È stata anche in quattro comunità dalle quali è stata espulsa perché trovata in possesso di alcol e ha seguito tre volte un percorso in reparto di alcologia. Le strutture non la vogliono più e lo comprendo... siamo tutti un po’ esausti per questa situazione e io mi chiedo come sia possibile a questo punto che non sia una paziente psichiatrica.

[#9]  
Dr. Matteo Pacini

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Se ha un alcolismo, torna a bere in quanto ha un alcolismo. Non serve altra spiegazione, la malattia consiste in questo.
Bisognerebbe capire che cure sono state fatte, perché non è detto che alcune delle principali siano state provate.
Le strutture possono servire, ma ad esempio il fatto di essere espulsi se trovati a bere non ha molto senso, la malattia consiste in quello, non si tratta di una promessa o di un buon proposito da mantenere, non sono comunità rieducative, sono comunità terapeutiche, se non riescono a gestire il sintomo della malattia, evidentemente sono adatte solo a fasi particolari in cui la malattia non è attiva.
Dr.Matteo Pacini
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