Utente
Salve.
Convivo con le ossessioni e le compulsioni da svariati d'anni (più di dieci) e ho iniziato la psicoterapia due anni e mezzo fa fa.
Per ragioni economiche e altre cause, il trattamento è stato spesso bimensile ed è capitato che ci fossero, ogni tanto, un paio mesi di interruzione.
Quando ho iniziato il percorso (trattamento cognitivo-comportamentale, ultimamente con qualche cenno di esposizione con prevenzione della risposta), speravo di poter raggiungere, prima o poi, una guarigione completa e totale dal disturbo ossessivo compulsivo.
Non nego che il desiderio è tuttora quello.
Voglio liberarmi da questo disturbo e poter vivere il resto della mia vita senza traccia di ossessioni o compulsioni.
Tuttavia, da quello che ho letto documentandomi riguardo al DOC, mi sembra di capire che la probabilità di guarirne per davvero è decisamente bassa e che l'unica strada è la convivenza.
L'idea di accettare ciò mi fa stare male perché trovo inaccettabile il dovermi portare questo "tumore psichico" con me per il resto dei miei giorni; vorrei poter vivere come le persone normali e affrontare serenamente la mia quotidianità.
Credete esistano percorsi che permettono ottime probabilità di vera guarigione?

Finora non sono mai stato da uno psichiatra perché ho sempre sperato di risolvere il problema senza psicofarmaci ma negli ultimi mesi, complice l'esplosione dell'emergenza sanitaria nel nostro paese, le mie ossessioni si sono amplificate decisamente, occupando gran parte delle mie giornate da mesi, impedendomi anche di studiare.
Così ho iniziato a valutare l'idea di un trattamento farmacologico.
Volevo comprendere, però, cosa comporterebbe.
Molti dicono che la diffidenza verso gli psicofarmaci è solo frutto della disinformazione.
Ma sinceramente ho letto che gli SSRI causano aumento del peso, calo drastico della libido ed altri effetti collaterali.
E la loro assunzione impone di scordarsi finché si è in terapia di bersi qualche bicchiere di troppo.
Leggevo inoltre che sono necessari vari tentativi prima di trovare la terapia corretta (anche l'idea di dover sperimentare per tempo prima di trovare la strada non lo trovo rasserenante), e prima o poi i dosaggi vanno aumentati, anche a causa dello svilupparsi di resistenze all'antidepressivo.
Quindi la terapia farmacologica è effettivamente un percorso tortuoso e non privo di fastidi, dolori e sacrifici, giusto?
Senza poi contare che mi sembra che tutti concordino nel dire che gli psicofarmaci non favoriscono in alcun modo nella guarigione dal disturbo, ma si limitano a provocare un sollievo dai sintomi.
Un'altra mia paura è l'idea che una volta iniziata una terapia farmacologica sia più difficile tornare indietro.
Se, abituato a convivere con rimuginio e ossessioni, prendo un farmaco che le riduce, abituandomi così alla libertà da esse, una volta che smetterò rischierò di tollerare meno i pensieri ossessivi che prima di iniziare la terapia sopportavo meglio, giusto?

[#1]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Ha letto una serie di informazioni scorrette ma ovviamente ha preferito seguirle perché sono in linea con la sua idea di non curarsi con una terapia farmacologica.

Il disturbo può essere trattato in modo efficace da una terapia impostata in modo adeguato e per tempi sufficienti.

La mancanza di trattamento per tempi lunghi può aver cronicizzato il disturbo e quindi richiedere tempi di trattamento prolungati od anche continuativi.


Dr. F. S. Ruggiero

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[#2] dopo  
Utente
Non ritengo di aver pregiudizi verso la medicina ma una legittima paura. Se avessi letto da fonti ufficiali dell'esistenza di un farmaco di rapida efficacia, privo di effetti collaterali fastidiosi e che non richiede sperimentazioni o cambiamenti di dosaggi nella continua ricerca di una cura individualizzata, non avrei esitato a iniziare una cura in tal senso. Ma leggo di diverse persone a cui il farmaco causa svariati effetti collaterali (che sembrano essere presenti in percentuali non trascurabili,giusto?), o altri in cui il farmaco prima è efficace e poi smette di esserlo e così via. Mi viene anche da chiedere, perché, se gli psicofarmaci non portano col loro un corredo di problemi, come mai molti pazienti, a un certo punto, in accordo con lo psichiatra, avviano una graduale riduzione del loro utilizzo?
Riconosco che dei farmaci potrebbero servirmi, ma l'idea di iniziare una terapia fatta di sperimentazioni, effetti collaterali, limitazioni, cambiamenti di dosaggio e tentativi mi sembra un calvario. Così come l'idea di una vita in terapia tra alti e bassi mi sembra un incubo. Mi sembrerebbe di vivere di speranza, e l'ottimismo non fa parte del mio modo di pensare. Comprendo che il mio modo di scrivere possa risultare fastidioso ma non è frutto di ostilità; è semplicemente dettato dalla frustrazione del non riuscire a liberarsi completamente una volta per tutte da questa condizione psichica.
In questi anni mi ero illuso che ci fossero ottime probabilità di uscire dal DOC, ma ultimamente ho letto da alcune fonti di tassi di resistenza alle terapia che superano addirittura il 10% (percentuale che trovo già spaventosa), ed altre che arrivano a parlare addirittura di 30 o 50%, e che la maggioranza che risponde al trattamento non guarisce ma semplicemente impara a convivere con i sintomi.
Lei dice che ho letto informazioni sbagliate, ma esattamente a cosa si riferisce? E quando parla di cure continuative intende cure da portare avanti per tutta la vita?
Se scrivo questi messaggi è a causa di quel briciolo di speranza di trovare una cura, psichiatrica o psicoterapeutica che sia, che abbia un rischio di resistenza al trattamento molto basso e trascurabile, e che porti alla guarigione dal disturbo.

[#3]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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In verità vuole trovare la conferma di avere ragione così giustifica il fatto che non si cura.

È un processo mentale molto comune in chi è affetto da doc, però quando si pone la questione in questi termini si utilizzano maggiori scuse.
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