Disturbo della personalità evitante e ciclo di psicoterapia interrotto: valutarne l'utilità

Buon pomeriggio.


Ho 54 anni.
Prendo spunto da un consulto effettuato alcuni anni fa nella sezione psicologia, dove scrivevo dei miei disagi allora ancora presenti anche se a distanza di alcuni anni (3 anni) dalla conclusione di un lunghissimo ciclo di psicoterapia.
Lo psicoterapeuta che su questo sito mi rispose mi consigliò di riprovare con un nuovo ciclo di psicoterapia, anche eventualmente con un metodo diverso.
Ebbene nel gennaio 2023 ebbi la forza di contattare un nuovo psicoterapeuta con il quale ho effettuato tra 2023 e 2025 86 sedute. Ho deciso però stavolta stesso io di terminare in quanto non ho visto alcun miglioramento (almeno questa è la mia opinione) nelle criticità che purtroppo porto con me da sempre.
Se dovessi esaminare ormai la mia vita direi che essa è un’insieme di fallimenti: nella professione non sono riuscito a realizzarmi quantunque sia plurilaureato, anche se con tanta fatica psicologica; nella vita sentimentale e sociale non è andata meglio.
Anzi.
Anche se sotto questo profilo chi mi frequenta non la pensa come me.
La prima psicoterapeuta che mi ha seguito con metodo EMDR, specie in un percorso tra 2010e 2014, mi ha sempre suggerito di fare nuove esperienze, di agire di più.
Di mettermi alla prova.
Ma l’ansia e una bassa fiducia nelle mie capacità sono state e sono tuttora ancora un freno.
Anche lo psicoterapeuta che mi ha seguito negli ultimi anni mi ha parlato di bassa autostima e di disturbo di ansia sociale.
Per essere precisi: disturbi della personalità evitante.
Sono altresì molto ipocondriaco anche per le persone della mia famiglia.
Ho lasciato anche perché Spesso le
Cose in questi anni lo psicoterapeuta mi suggeriva di eseguire non riuscivo a farle perché avevo paura di affrontarle.
Ad un certo punto (ottobre 2025) pertanto ho deciso di terminare il percorso; anche se con un grosso rammarico.
Ma mi sembrava ormai uno spreco di danaro per me e una perdita di tempo per lo psicoterapeuta.
Ai pochissimi a cui ho parlato della mia decisione la
Cosa è parsa un azzardo, e mi hanno suggerito di riprendere.
Qualche altro di rivolgermi ad un altro psicoterapeuta ma non di arrendermi.
Sono in questo momento confuso, anche perché nei momenti di maggiore difficoltà avverto la mancanza di un punto di riferimento.
Ma forse non è proprio quello il ruolo dello psicoterapeuta o forse lo è.
Non so.
Vorrei se possibile un parere anche su come eventualmente proseguire.

Ringrazio per l’attenzione
Dr.ssa Eleonora Riva Psicologo 69 4
Gentile utente,
leggendola, e leggendo il consulto precedente, è evidente una lunga storia di lavoro su di sé.
Può accadere di sentirsi scoraggiati e delusi nel constatare che nonostante tempo, energie e, aggiungiamoci anche la componente economica, i risultati sperati non arrivino. E' apprezzabile che abbia ancora fiducia nella possibilità che una terapia possa alleviare il suo stato d'animo ed i sintomi che ci riferisce.
Tutti i suoi interrogativi sono frequenti in chi soffre di ansia sociale, evitamento e bassa autostima in quanto tende a valutare se stesso in modo severo, arrivando a considerare inutili anche tentativi che in realtà hanno avuto un valore, anche se lei non lo ha percepito o non lo percepisce nell'immediato.
Nei quadri di ansia sociale e di personalità evitante è sempre complesso mettere in pratica quanto viene suggerito dal terapeuta: il classico conflitto tra la stanchezza e il desiderio di cambiare, e dall'altra la paura intensa ad esporsi, del giudizio o del fallimento.
Per quanto possano enficiare in modo molto negativo nella sua qualità di vita tutti gli stati d'animo che ci riporta, non ravviso anche dalla qualità del suo scritto e dalla consapevolezza che ne emerge un quadro irreversibile.
Il successo di un percorso terapeutico è dato da molti fattori, in primis dalla qualità della relazione eche si riesce ad instaurare fra paziente/terapeuta ma anche il metodo deve fare la sua parte e va calibrato sulla persona.
L'EMDR è una tecnica molto efficace ma i terapeuti ne hanno a disposizione molte altre per aiutarla a lavorare sui suoi punti di debolezza (desendibilizzando le paure) e sui suoi punti di forza, oltre ad accompagnarla nel recuperare una migliore autostima.
Il numero di sedute che ci riporta, ma non vuole essere un giudizio negativo sui colleghi che l'hanno seguita, tuttavia mi sembrano eccessive e tanto più se ad un certo punto non ha ottenuto risultati apprezzabili. Forse l'orientamento del collega, non era corretto per lei, o forse non vi siete confrontati all'inizio o in itinere sulle aspettative, gli obiettivi ed i progressi.
Un ulteriore punto fondamentale: il terapeuta non deve essere visto come un punto di riferimento , altrimenti si rischia di cadere in un rapporto di dipendenza, ma come una figura che in quel momento circoscritto le offre uno spazio sicuro in cui comprendere cosa le sta accadendo, contenere i momenti di maggiore difficoltà e costruire insieme a lei risorse che, nel tempo, possano essere interiorizzate. Anche se lei non ne ha subito contezza.
Desiderare di stare bene è un dover everso se stessi, potrebbe riflettere sull'opportunità di considerare un approccio terapeutico che lavori in modo molto specifico sull’ansia sociale e sull’evitamento, chiedendo chiaramente o verificando che il professionista abbia esperienza nel trattare le sue specifiche problematiche. Può chiedere un primo colloquio conoscitivo, esporre la sua situazione e chiedere in modo chiaro come potreste proseguire, in termini di approccio metodologico ma anche in termini di numero di sedute e pianificare dei follow-up per capire se vi sono risultati apprezzabili in corso di terapia. Faccia solo lo sforzo di scegliere con consapevolezza, anche alla luce delle esperienze precedenti, e poi di dare continuità al rapporto, con fiducia, senza darsi per vinto in partenza e credendo con forza che un cambiamento è sempre possibile.
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