stress lavoro vs ricerca felicità: sbaglio a resistere?
Salve è la seconda volta che chiedo un consulto e sono estremamente grato per le risposte che ho ricevuto.
La mia è una storia un po articolata ma proverò a farmi capire lo stesso.
Ho sempre avuto un lavoro importante ed individuale di cui sono stato sempre fiero e soddisfatto a tal punto da non riuscire a gestirlo piu, per via dello stress e della
ripetitività accumulata per tanti anni fino a sfociare in qualcosa di problematico, non dormivo piu la notte ero talmente irritabile che non volevo nemmeno sentire una mosca ect...cosa è successo, qua arriva il punto avendo raggiunto l'apice della soddisfazione personale mediante questo lavoro da imprenditore (riconoscimento sociale, soldi, successo, sposato e una stupenda famiglia) tutto questo mi ha portato piano piano ad una monotonia, tristezza cronica e ciclica, che col tempo mi ha davvero danneggiato mentalmente...non sentivo piu niente, dal lavoro volevo solo scappare, volevo fuggire e cambiare ambiente, per risentirmi di nuovo vivo e felice e quindi cosa ho ho fatto, ho iniziato a cercare un secondo lavoro (addetto alla sicurezza) in ambienti affollati tipo stadio/discoteche feste in piazza ect...cercando di ritrovare li un po di felicità e serenità che avevo smarrito, ma cosa è successo, che mi sono solo illuso e incasinato più di prima.
Ora mi sto piano piano accettando e sto cercando di non cercare piu altrove quellà felicità che forse mi ha soltanto illuso e non mi ha dato nulla, perchè probabilmente quello che avevo già bastava e avanzava per vivere bene, forse dovevo soltanto riflettere dentro di me, prendere una buona pausa...chissà chiedo lume a voi cari dottori
A volte mi viene in mente di ritornare di nuovo nella mischia della movida ma cerco di farmi capace e di allontare da me queste intenzioni, faccio bene?
La mia è una storia un po articolata ma proverò a farmi capire lo stesso.
Ho sempre avuto un lavoro importante ed individuale di cui sono stato sempre fiero e soddisfatto a tal punto da non riuscire a gestirlo piu, per via dello stress e della
ripetitività accumulata per tanti anni fino a sfociare in qualcosa di problematico, non dormivo piu la notte ero talmente irritabile che non volevo nemmeno sentire una mosca ect...cosa è successo, qua arriva il punto avendo raggiunto l'apice della soddisfazione personale mediante questo lavoro da imprenditore (riconoscimento sociale, soldi, successo, sposato e una stupenda famiglia) tutto questo mi ha portato piano piano ad una monotonia, tristezza cronica e ciclica, che col tempo mi ha davvero danneggiato mentalmente...non sentivo piu niente, dal lavoro volevo solo scappare, volevo fuggire e cambiare ambiente, per risentirmi di nuovo vivo e felice e quindi cosa ho ho fatto, ho iniziato a cercare un secondo lavoro (addetto alla sicurezza) in ambienti affollati tipo stadio/discoteche feste in piazza ect...cercando di ritrovare li un po di felicità e serenità che avevo smarrito, ma cosa è successo, che mi sono solo illuso e incasinato più di prima.
Ora mi sto piano piano accettando e sto cercando di non cercare piu altrove quellà felicità che forse mi ha soltanto illuso e non mi ha dato nulla, perchè probabilmente quello che avevo già bastava e avanzava per vivere bene, forse dovevo soltanto riflettere dentro di me, prendere una buona pausa...chissà chiedo lume a voi cari dottori
A volte mi viene in mente di ritornare di nuovo nella mischia della movida ma cerco di farmi capace e di allontare da me queste intenzioni, faccio bene?
Gentile utente,
non è un problema ricondividere un proprio vissuto, se questo ancora ci crea disagio.
Da ciò che descrive é piuttosto chiaro il tipico percorso di forte investimento identitario nel lavoro, che per molti anni le ha dato senso, riconoscimento e struttura, fino a trasformarsi progressivamente in una fonte di sovraccarico emotivo e di esaurimento. I sintomi che riporta sono molto comuni nei pazienti che trattiamo per patologie correlate al lavoro insonnia, irritabilità marcata, senso di distacco emotivo, desiderio di fuga e sono coerenti con un quadro di stress lavorativo cronico e possibile burnout, soprattutto in contesti imprenditoriali ad alta responsabilità. C’é un forte investimento, in termini di energie fisiche, mentali, emotive, poi i risultati, il ruolo, riconosciuto, lo status, fino ad identificarsi nel proprio lavoro. Poi arrivano stanchezza, disinteresse per ciò che prima era prioritario, distacco, a volte anche cinismo, a quel punto ci si accorge di un cambiamento e ci si sente smarriti. Il tentativo di cercare un secondo lavoro in ambienti più stimolanti sembra essere stato un modo di reagire a una perdita di vitalità interna, più che una scelta realmente allineata ai suoi bisogni profondi. In questi casi la movida o il cambiamento esterno possono inizialmente dare un’illusione di riattivazione, ma raramente risolvono il nucleo del disagio, che spesso riguarda il rapporto con se stessi, con i propri limiti e con il significato attribuito al fare, essere correlati al lavoro. Il fatto che oggi stia iniziando a riconoscere questo aspetto e a interrogarsi in modo meno impulsivo è un segnale di consapevolezza e di riorientamento.
Rispetto alla sua domanda, più che pensare in termini di fare bene o fare male , sarebbe utile chiedersi che funzione ha per lei il desiderio di tornare in quegli ambienti: se rappresenta un reale bisogno attuale o piuttosto una risposta automatica alla paura del vuoto, della noia o della perdita di identità. Lavorare su questi temi, magari con un supporto psicologico continuativo, potrebbe aiutarla a ritrovare un equilibrio più stabile, senza dover oscillare tra iperattività e fuga. A volte non è necessario cercare altrove, ma fermarsi, rielaborare e ridefinire il proprio modo di stare nel lavoro e nella vita.
Cordialità
non è un problema ricondividere un proprio vissuto, se questo ancora ci crea disagio.
Da ciò che descrive é piuttosto chiaro il tipico percorso di forte investimento identitario nel lavoro, che per molti anni le ha dato senso, riconoscimento e struttura, fino a trasformarsi progressivamente in una fonte di sovraccarico emotivo e di esaurimento. I sintomi che riporta sono molto comuni nei pazienti che trattiamo per patologie correlate al lavoro insonnia, irritabilità marcata, senso di distacco emotivo, desiderio di fuga e sono coerenti con un quadro di stress lavorativo cronico e possibile burnout, soprattutto in contesti imprenditoriali ad alta responsabilità. C’é un forte investimento, in termini di energie fisiche, mentali, emotive, poi i risultati, il ruolo, riconosciuto, lo status, fino ad identificarsi nel proprio lavoro. Poi arrivano stanchezza, disinteresse per ciò che prima era prioritario, distacco, a volte anche cinismo, a quel punto ci si accorge di un cambiamento e ci si sente smarriti. Il tentativo di cercare un secondo lavoro in ambienti più stimolanti sembra essere stato un modo di reagire a una perdita di vitalità interna, più che una scelta realmente allineata ai suoi bisogni profondi. In questi casi la movida o il cambiamento esterno possono inizialmente dare un’illusione di riattivazione, ma raramente risolvono il nucleo del disagio, che spesso riguarda il rapporto con se stessi, con i propri limiti e con il significato attribuito al fare, essere correlati al lavoro. Il fatto che oggi stia iniziando a riconoscere questo aspetto e a interrogarsi in modo meno impulsivo è un segnale di consapevolezza e di riorientamento.
Rispetto alla sua domanda, più che pensare in termini di fare bene o fare male , sarebbe utile chiedersi che funzione ha per lei il desiderio di tornare in quegli ambienti: se rappresenta un reale bisogno attuale o piuttosto una risposta automatica alla paura del vuoto, della noia o della perdita di identità. Lavorare su questi temi, magari con un supporto psicologico continuativo, potrebbe aiutarla a ritrovare un equilibrio più stabile, senza dover oscillare tra iperattività e fuga. A volte non è necessario cercare altrove, ma fermarsi, rielaborare e ridefinire il proprio modo di stare nel lavoro e nella vita.
Cordialità
Gentile utente,
sì, quello che scrive ora riprende molto da vicino ciò che avevamo già toccato nel consulto precedente (risposto proprio da me). Ritornano gli stessi nuclei: la sensazione di vuoto nonostante una vita piena , il bisogno di sentirsi vivo cercando stimoli forti all’esterno, e poi il dubbio se allontanarsene o meno.
Proprio per questo vale la pena fermarsi un momento. Più che una nuova domanda, sembra la stessa domanda che torna, con parole leggermente diverse. E questo non perché lei non abbia capito, ma perché il nodo non si scioglie con una riflessione in più o con una scelta in più (movida sì / movida no).
Quando scrive che forse quello che aveva già bastava e avanzava , coglie un punto importante. Non nel senso che debba accontentarsi o reprimersi, ma nel senso che la felicità che stava cercando fuori non poteva compensare ciò che dentro era rimasto inascoltato. Tornare nella mischia rischia di riattivare lo stesso circuito: sollievo momentaneo, poi di nuovo confusione.
La domanda faccio bene? non ha una risposta giusta o sbagliata in assoluto. Quello che si può dire, guardando anche al percorso del consulto precedente, è che continuare a oscillare tra fuga e controllo mantiene il problema aperto. Qui sul forum possiamo orientare, ma non accompagnare davvero questo passaggio.
Forse il passo ora non è capire se tornare in certi ambienti, ma perché il bisogno di tornarci si riaccende, nonostante lei sappia già che non è lì la risposta. Questa è una domanda che merita uno spazio più continuativo e profondo di quello che uno scambio online può offrire.
Più che ripartire da zero, le suggerirei di rileggere con calma ciò che è già emerso e chiedersi se non sia il momento di smettere di cercare conferme fuori e iniziare un lavoro più stabile su di sé, con un professionista. Non perché lei stia messo male , ma perché è fermo in un punto che da solo fatica a superare.
Un caro saluto.
sì, quello che scrive ora riprende molto da vicino ciò che avevamo già toccato nel consulto precedente (risposto proprio da me). Ritornano gli stessi nuclei: la sensazione di vuoto nonostante una vita piena , il bisogno di sentirsi vivo cercando stimoli forti all’esterno, e poi il dubbio se allontanarsene o meno.
Proprio per questo vale la pena fermarsi un momento. Più che una nuova domanda, sembra la stessa domanda che torna, con parole leggermente diverse. E questo non perché lei non abbia capito, ma perché il nodo non si scioglie con una riflessione in più o con una scelta in più (movida sì / movida no).
Quando scrive che forse quello che aveva già bastava e avanzava , coglie un punto importante. Non nel senso che debba accontentarsi o reprimersi, ma nel senso che la felicità che stava cercando fuori non poteva compensare ciò che dentro era rimasto inascoltato. Tornare nella mischia rischia di riattivare lo stesso circuito: sollievo momentaneo, poi di nuovo confusione.
La domanda faccio bene? non ha una risposta giusta o sbagliata in assoluto. Quello che si può dire, guardando anche al percorso del consulto precedente, è che continuare a oscillare tra fuga e controllo mantiene il problema aperto. Qui sul forum possiamo orientare, ma non accompagnare davvero questo passaggio.
Forse il passo ora non è capire se tornare in certi ambienti, ma perché il bisogno di tornarci si riaccende, nonostante lei sappia già che non è lì la risposta. Questa è una domanda che merita uno spazio più continuativo e profondo di quello che uno scambio online può offrire.
Più che ripartire da zero, le suggerirei di rileggere con calma ciò che è già emerso e chiedersi se non sia il momento di smettere di cercare conferme fuori e iniziare un lavoro più stabile su di sé, con un professionista. Non perché lei stia messo male , ma perché è fermo in un punto che da solo fatica a superare.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Utente
Ora la cosa che mi preoccupa, che presto il mio lavoro principale chiederà almeno per un anno di continuo,molte energie mentali e mi farà stare a contatto con molta gente e questo mi preoccupa perché mi darà tantissimo stress (sono sei anni che mi sta spremendo questo lavoro)ho dato tutto,non riesco più a vedere cosa posso dare di più!sto benissimo economicamente volendo potrei fermarmi,ma poi, non so se potessi accettare di stare fermo un anno per annoiarmi e rattristirmi ? e' davvero una decisione difficile da prendere.Capisco anche, che fermarmi potrebbe farmi bene e magari integrare una passione nuova/lavoretto extra,che mi tenga un po' impegnato non per soldi...ma che mi faccia sentire importante e in vita.Secondo voi è una decisione sbagliata orientarsi su un altro lavoro magari un po spigoloso ma non,con tutta questa responsabilità e stress che mi porto da un po' di anni?
Gentile utente,
quello che scrive ora riprende ancora una volta lo stesso nodo che abbiamo già messo a fuoco chiaramente. Cambiano i dettagli (lavoro, fermarsi, altro impiego), ma la domanda resta la stessa.
Qui non è possibile aiutarla oltre su questo punto. Non perché la sua fatica non sia comprensibile, ma perché continuare a ragionare sulle singole scelte rischia solo di farla girare ancora intorno allo stesso problema, senza scioglierlo.
Il lavoro che lei descrive, capire cosa sta succedendo dentro di sé, prima di decidere cosa fare fuori, richiede uno spazio più continuativo e strutturato di uno scambio online. È lì che questa ripetizione può essere davvero affrontata.
Forse ora può essere utile tenere insieme quanto è già emerso e portarlo nel luogo più adatto a lavorarci con continuità.
Un caro saluto.
quello che scrive ora riprende ancora una volta lo stesso nodo che abbiamo già messo a fuoco chiaramente. Cambiano i dettagli (lavoro, fermarsi, altro impiego), ma la domanda resta la stessa.
Qui non è possibile aiutarla oltre su questo punto. Non perché la sua fatica non sia comprensibile, ma perché continuare a ragionare sulle singole scelte rischia solo di farla girare ancora intorno allo stesso problema, senza scioglierlo.
Il lavoro che lei descrive, capire cosa sta succedendo dentro di sé, prima di decidere cosa fare fuori, richiede uno spazio più continuativo e strutturato di uno scambio online. È lì che questa ripetizione può essere davvero affrontata.
Forse ora può essere utile tenere insieme quanto è già emerso e portarlo nel luogo più adatto a lavorarci con continuità.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Utente
Il discorso egregi Dottori... è che da pochi giorni sto lasciando andare ,quello che era soltanto una passione probabilmente,voluta più che altro dal fatto,di essere riconosciuto e rispettato dalla gente più che un bisogno naturale cambiare...ora me ne sto accorgendo piano piano..e questo mi sta portando più serenità...non capisco perché in certi momenti della vita si ha bisogno di queste conferme e confronti esterni per dire al mondo guarda che ci sono pure io e "sono forte"e in ambito sportivo,professionale e quant'altro...
Mi sto accorgendo che in molti casi le passioni forse fanno solo male a lungo andare...e che dovrei accontentarmi di quello che gia ho senza incasinarmi nel cercare altro solo per fare crescere il mio status nel sociale,forse non ho più bisogno di conferme!
Mi sto accorgendo che in molti casi le passioni forse fanno solo male a lungo andare...e che dovrei accontentarmi di quello che gia ho senza incasinarmi nel cercare altro solo per fare crescere il mio status nel sociale,forse non ho più bisogno di conferme!
Gentile utente,
quello che scrive ora mostra che sta riflettendo in modo diverso, più interno. È un passaggio che merita rispetto, ma anche di non essere ulteriormente lavorato qui.
Proprio perché sta iniziando a farsi domande che riguardano il senso, il riconoscimento, il bisogno di conferme, questo spazio non è più quello adatto per andare avanti. Continuare a parlarne online rischierebbe di trasformare anche questa fase in un nuovo confronto esterno.
Direi che questo è un buon punto per fermarsi, lasciare sedimentare ciò che sta emergendo e portarlo dove può essere davvero approfondito con continuità.
Un caro saluto.
quello che scrive ora mostra che sta riflettendo in modo diverso, più interno. È un passaggio che merita rispetto, ma anche di non essere ulteriormente lavorato qui.
Proprio perché sta iniziando a farsi domande che riguardano il senso, il riconoscimento, il bisogno di conferme, questo spazio non è più quello adatto per andare avanti. Continuare a parlarne online rischierebbe di trasformare anche questa fase in un nuovo confronto esterno.
Direi che questo è un buon punto per fermarsi, lasciare sedimentare ciò che sta emergendo e portarlo dove può essere davvero approfondito con continuità.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
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Utente
Secondo lei è meglio cercare di inseguire la serenità o la soddisfazione personale che ne deriva da un percorso intrapreso anche se difficoltoso o pericoloso ? Perché a questo punto è questo il vero nucleo del mio consulto.
Vorrei sapere un altra cosa per "gentilezza "la monotonia e la ripetitività di un certo modo di vivere può influire l'essere umano a farsi delle domande e a non essere più sereno, felice e soddisfatto?nel caso fosse così,che tipo di consiglio date ai vostri pazienti?
Questa è una domanda che rivolgo anche alla dottoressa che mi ha risposto per primo.
Grazie
Cordiali saluti
Vorrei sapere un altra cosa per "gentilezza "la monotonia e la ripetitività di un certo modo di vivere può influire l'essere umano a farsi delle domande e a non essere più sereno, felice e soddisfatto?nel caso fosse così,che tipo di consiglio date ai vostri pazienti?
Questa è una domanda che rivolgo anche alla dottoressa che mi ha risposto per primo.
Grazie
Cordiali saluti
Utente
Non so se ha seguito il consulto, ed in particolare l'ultima mia risposta, dottoressa
Gentile utente,
certo ho letto gli scambi con molta attenzione. Non sarò breve, perché complesse sono le dinamiche del lavoro e del benessere lavorativo.
Il nodo che pone, ed è un nodo autentico, non è trascurabile. La domanda che mi fa non è tecnica , è una domanda di senso.
Per questo cerco di darle una risposta di senso, che la inviti a ragionare, ad un dialogo sincero con se stesso. Non credo che il punto sia scegliere tra serenità e soddisfazione personale, come se fossero due poli opposti. Il punto, piuttosto, è chiedersi a quale prezzo viene ottenuta la soddisfazione, e quanto a lungo la serenità può essere sacrificata senza conseguenze sulla salute psichica e fisica.
Quando un percorso professionale diventa stabilmente difficoltoso, stancante emotivamente e fisicamente, demotivante (possiamo definirlo burnout?) o pericoloso per la salute, non stiamo più parlando di una sfida professionale, di una sana crescita, ma di una condizione di logoramento. In questi casi, la perseveranza non è sempre sinonimo di forza: a volte è solo una forma molto sofisticata di auto-trascuratezza.
Come le scrivevo in precedenza, é molto frequente che la soddisfazione derivi dallo status, dal ruolo o dal riconoscimento sociale, e avere il timore di perdere se stessi se si abbandona il lavoro. Ma se ottenuta a scapito della salute, tende nel tempo a svuotarsi e a trasformarsi in obbligo, paura di perdere, senso di prigionia.
Un criterio utile non è chiedersi cosa mi dà più valore , ma questa vita mi permette ancora di respirare? . Se la risposta è no, allora la questione non è mollare o resistere, ma ridefinire: confini, carichi, priorità, identità. Spesso non serve una rottura immediata, ma un ripensamento profondo del patto che si ha con il lavoro e con se stessi.
Rispetto alla seconda domanda: sì, la monotonia e la ripetitività di un certo modo di vivere influenzano profondamente l’essere umano. Non tanto perché la routine sia in sé negativa, ma perché quando diventa rigida, non scelta, priva di significato, genera alienazione. La letteratura scientifica si spreca su questi temi per cui per tranquillizzarla sono presenti da anni e con forte attualità. In quelle condizioni è normale iniziare a farsi domande, perdere serenità, sentire un’inquietudine di fondo.
Forse la sua mente le sta chiedendo di essere ascoltata, le tenta di dire qualcosa, la ascolti. E se le dice basta da tempo, forzare la mano peggiorerà la situazione.
Ai pazienti, in questi casi, non si consiglia di cambiare tutto , ma di distinguere ciò che è dovere interiorizzato da ciò che è desiderio autentico, ritrovare identità alternative al ruolo professionale (chi sono io oltre a ciò che faccio) e soprattutto di considerare la salute non come una variabile negoziabile, ma come la base su cui tutto il resto poggia.
La serenità non è il premio di fine corsa, è una condizione necessaria per rendere qualsiasi soddisfazione professionale sostenibile. E quando viene meno, la domanda non è sono io che sto fallendo? , ma che cosa, nella mia vita, non è più allineato con ciò che sono oggi? .
Questa, a mio avviso, è davvero il nucleo del consulto.
Se vuole, in homepage può trovare un mio articolo sul Workaholism. Leggerlo potrebbe farle piacere.
Concludo però rimarcandole i limiti dei consulti on-Line. Considerato il suo disagio, valuterei un possibile confronto con un professionista che la possa, di persona, aiutare a capire meglio come si sente e come orientarsi verso un futuro più sereno. Nessuno può scegliere per lei, ma aiutarla e accompagnarla a valutazioni più profonde e consapevoli si.
Cordialità
certo ho letto gli scambi con molta attenzione. Non sarò breve, perché complesse sono le dinamiche del lavoro e del benessere lavorativo.
Il nodo che pone, ed è un nodo autentico, non è trascurabile. La domanda che mi fa non è tecnica , è una domanda di senso.
Per questo cerco di darle una risposta di senso, che la inviti a ragionare, ad un dialogo sincero con se stesso. Non credo che il punto sia scegliere tra serenità e soddisfazione personale, come se fossero due poli opposti. Il punto, piuttosto, è chiedersi a quale prezzo viene ottenuta la soddisfazione, e quanto a lungo la serenità può essere sacrificata senza conseguenze sulla salute psichica e fisica.
Quando un percorso professionale diventa stabilmente difficoltoso, stancante emotivamente e fisicamente, demotivante (possiamo definirlo burnout?) o pericoloso per la salute, non stiamo più parlando di una sfida professionale, di una sana crescita, ma di una condizione di logoramento. In questi casi, la perseveranza non è sempre sinonimo di forza: a volte è solo una forma molto sofisticata di auto-trascuratezza.
Come le scrivevo in precedenza, é molto frequente che la soddisfazione derivi dallo status, dal ruolo o dal riconoscimento sociale, e avere il timore di perdere se stessi se si abbandona il lavoro. Ma se ottenuta a scapito della salute, tende nel tempo a svuotarsi e a trasformarsi in obbligo, paura di perdere, senso di prigionia.
Un criterio utile non è chiedersi cosa mi dà più valore , ma questa vita mi permette ancora di respirare? . Se la risposta è no, allora la questione non è mollare o resistere, ma ridefinire: confini, carichi, priorità, identità. Spesso non serve una rottura immediata, ma un ripensamento profondo del patto che si ha con il lavoro e con se stessi.
Rispetto alla seconda domanda: sì, la monotonia e la ripetitività di un certo modo di vivere influenzano profondamente l’essere umano. Non tanto perché la routine sia in sé negativa, ma perché quando diventa rigida, non scelta, priva di significato, genera alienazione. La letteratura scientifica si spreca su questi temi per cui per tranquillizzarla sono presenti da anni e con forte attualità. In quelle condizioni è normale iniziare a farsi domande, perdere serenità, sentire un’inquietudine di fondo.
Forse la sua mente le sta chiedendo di essere ascoltata, le tenta di dire qualcosa, la ascolti. E se le dice basta da tempo, forzare la mano peggiorerà la situazione.
Ai pazienti, in questi casi, non si consiglia di cambiare tutto , ma di distinguere ciò che è dovere interiorizzato da ciò che è desiderio autentico, ritrovare identità alternative al ruolo professionale (chi sono io oltre a ciò che faccio) e soprattutto di considerare la salute non come una variabile negoziabile, ma come la base su cui tutto il resto poggia.
La serenità non è il premio di fine corsa, è una condizione necessaria per rendere qualsiasi soddisfazione professionale sostenibile. E quando viene meno, la domanda non è sono io che sto fallendo? , ma che cosa, nella mia vita, non è più allineato con ciò che sono oggi? .
Questa, a mio avviso, è davvero il nucleo del consulto.
Se vuole, in homepage può trovare un mio articolo sul Workaholism. Leggerlo potrebbe farle piacere.
Concludo però rimarcandole i limiti dei consulti on-Line. Considerato il suo disagio, valuterei un possibile confronto con un professionista che la possa, di persona, aiutare a capire meglio come si sente e come orientarsi verso un futuro più sereno. Nessuno può scegliere per lei, ma aiutarla e accompagnarla a valutazioni più profonde e consapevoli si.
Cordialità
Utente
Intanto vi ringrazio, per le risposte anche per quelle precedenti del dott Vincenzo Capretto e le sue dr.ssa Eleonora Riva,mi hanno aiutato a riflettere e a comprendere bene il mio stato d'animo, compromesso da una routine ripetitiva e stressante essendo a contatto con moltissima gente.Come diceva il dott.Capretto il problema non è fuori ma dentro di te,ed è vero!
cercherò di dare piu spazio a me stesso e sicuro ritroverò serenità e voglia di vivere.
Grazie egregi dottori
cercherò di dare piu spazio a me stesso e sicuro ritroverò serenità e voglia di vivere.
Grazie egregi dottori
Gentile utente,
proprio perché sta toccando aspetti interni e delicati, può essere utile avere uno spazio tutto suo, continuativo, in cui fermarsi e guardare con calma ciò che emerge, senza doverlo gestire da solo.
Non come urgenza, ma come possibilità di prendersi cura di sé in modo più stabile.
Le auguro di ritrovare, passo dopo passo, quella serenità che sta cercando.
Tanti auguri.
Un caro saluto.
proprio perché sta toccando aspetti interni e delicati, può essere utile avere uno spazio tutto suo, continuativo, in cui fermarsi e guardare con calma ciò che emerge, senza doverlo gestire da solo.
Non come urgenza, ma come possibilità di prendersi cura di sé in modo più stabile.
Le auguro di ritrovare, passo dopo passo, quella serenità che sta cercando.
Tanti auguri.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
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Questo consulto ha ricevuto 11 risposte e 206 visite dal 21/01/2026.
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