come superare l'isolamento e trovare amicizia e compagna

Salve, sono un uomo di 35 anni, libero professionista, e vorrei chiedere un consulto.
Non ho una compagna (ho sempre avuto relazioni brevi) e non ho amici, ma dovrei spiegarmi meglio.
Da ragazzo mi sono trasferito allestero con la mia famiglia.
Lambientamento non è stato semplice, ma alla fine ci sono riuscito.
Terminato il liceo, il mio percorso è stato un po inusuale: ho lavorato per qualche anno e ho iniziato gli studi relativamente tardi, anche a causa di problemi familiari.
Entrambi i miei genitori si sono ammalati e ho dovuto, ma anche voluto, aiutarli per molti anni durante malattie gravi.
Questo però non mi ha scoraggiato: ho iniziato e portato a termine gli studi, seppur in ritardo rispetto ai miei coetanei.
Ciò mi ha comunque permesso di intraprendere un percorso professionale soddisfacente, in un ambiente giovane, dinamico e di altissimo livello.
Il successo negli studi e nel lavoro è sempre stato importante per me, ma allo stesso tempo vivo con un certo fastidio il ritardo accumulato rispetto ai miei coetanei.
Ho le capacità, ma temo che questo possa pesare in futuro sulla mia crescita professionale.
Tuttavia, non è questo il motivo per cui scrivo.
Ho detto di non avere amici, ma non è del tutto corretto.
Ovunque sia stato (paesi, studi, lavoro), ho conosciuto molte persone, ma si tratta sempre di rapporti funzionali allo studio o al lavoro: non riesco a creare vere amicizie.
A volte ho bisogno di stare solo e, quando sono in compagnia al di fuori delluniversità prima e del lavoro poi, mi sento spesso fuori posto.
Sono una persona molto pratica, poco incline allo small talk o agli eventi di convivialità.
Non ho una compagna, ed è una cosa che mi pesa, anche più della mancanza di amici.
Non vorrei dare unidea sbagliata: non sono un nerd, ma una persona concreta e poco superficiale.
Al lavoro sono circondato da persone giovani, con cui interagisco quotidianamente, ma oltre a questo non riesco ad andare.
In passato avevo un cane, ed è stata forse la cosa più simile a un amico: questo dice molto.
Gli anni passano.
Tornare a casa la sera, in un ambiente vuoto, a volte è proprio ciò di cui ho bisogno, ma spesso è fonte di grande dolore.
Sono stato in terapia per provare a smuovere la mia situazione, ma non ha funzionato.
Mi trovo in questa condizione perché le circostanze della mia vita mi hanno portato a isolarmi e, col tempo, questo è diventato il mio modo di essere.
Vorrei dei consigli pratici, se esistono, per cambiare la situazione.
Potrei riprendere la terapia, ma non credo che sia questa la soluzione.
Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 177 10
Gentile,

da quanto emerge dal suo racconto, sembrerebbe che a oggi le pesa la difficoltà a creare legami che vadano oltre il contesto funzionale e quella sensazione di vuoto quando torna a casa.

Per come lo descrive, non sembra una mancanza di capacità relazionali (lei ha sempre conosciuto persone), ma piuttosto un modo di stare nelle relazioni: concreto, poco incline alla superficialità, ma anche poco portato a entrare in quella zona più informale e spontanea dove spesso nascono i legami.

A volte succede che, dopo anni in cui si è stati molto focalizzati su responsabilità e obiettivi (come nel suo caso), si sviluppi una sorta di abitudine a stare da soli o in relazioni funzionali. Non è qualcosa che si decide, ma col tempo diventa il modo più naturale di muoversi.

Se cerca indicazioni pratiche, gliene lascio alcune molto semplici ma mirate:
non puntare subito all’amicizia o alla relazione, ma a micro-contatti ripetuti (un caffè, una pausa breve, una chiacchiera dopo il lavoro)
scegliere contesti dove l’interazione non sia solo sociale ma abbia una base concreta (sport, attività, corsi)
tollerare una certa quota di leggerezza o small talk, anche se non le viene spontaneo: spesso è proprio quello il ponte iniziale
darsi tempo: passare da relazioni funzionali a relazioni personali è un processo graduale

Un piccolo paradosso che può esserle utile: più si cerca una connessione vera fin da subito, più si rischia di restare fuori da quei passaggi intermedi che la rendono possibile.

Un altro punto che emerge è l’alternanza che descrive: a volte ha bisogno di stare da solo, altre volte quella solitudine pesa molto. Trovare un equilibrio tra queste due parti può essere un passaggio importante, senza forzarsi troppo da un lato o dall’altro.

Rispetto alla terapia: lei dice che non ha funzionato. Può succedere, ma a volte non è tanto il se , quanto il come e con chi. In alcuni casi può essere utile un lavoro più focalizzato proprio sulle dinamiche relazionali attuali, piuttosto che su aspetti più generali. Quindi la esorto a rifletterci su questa chiusura.

Non sembra una situazione bloccata, ma piuttosto un modo di funzionare che si è consolidato nel tempo. E ciò che si è costruito nel tempo, di solito, si modifica anche a piccoli passi, ma concreti.

Un caro saluto.

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941

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