Non so chi sono

Salve a tutti.Sono un ragazzo di 25 anni. Non so perché sto scrivendo quì, forse ho solo bisogno di sfogarmi con qualcuno. Sono uno studente universitario, studio Farmacia, primo anno fuori corso (6° anno). Vivo in famiglia con i miei genitori e due sorelle. Andando subito al sodo, mio padre quando ero piccolo non si comportava bene, beveva spesso, e in macchina era sempre un trauma. Mia madre piangeva e urlava ed io e mia sorella seduti dietro in silenzio. Questo succedeva spesso. Questo e non solo, mi hanno portato oggi a crescere con un carattere molto introverso, bloccare quelle emozioni in macchina evidentemente ha determinato il mio carattere di oggi: chiuso, freddo , timido, insicuro. Sono insicuro perché i miei genitori non mi hanno mai fatto sentire sicuro, dato che non potevo fidarmi. Di tutto questo ne sono consapevole perché ho già intrapreso una psicoterapia anni fa, poi conclusasi per mia volontà. Diciamo che il motivo apparente era che non riuscivo a fare progressi e parlavo sempre delle stesse cose, per cui mi sentivo come un peso per la dottoressa. Un giorno la intravidi guardare l'orologio mentre parlava e quella fu la goccia che mi fece concludere la terapia. Col senno di poi ho capito che in realtà mi sono sottratto alla sfida che lei mi aveva proposto, ossia affrontare mio padre ed arrabbiarmi con lui, dicendogli tutto quel che aveva sbagliato. Io oggi infatti non riesco a guardarlo negli occhi e provo una rabbia nei suoi confronti. Non ho avuto bravi genitori, ma li giustifico, erano giovani, oggi sono maturati.
Detto ciò, ho 1300 lettere per esprimere ciò che sento ora, in questo periodo, nei mesi passati, da sempre.
Mi sento solo, tremendamente solo. Non ho amici, li ho allontanati, li vedevo troppo diversi, non mi sentivo mai a mio agio, o semplicemente sono cambiato rispetto all'immagine che ho dato loro di me e pur di non cambiarla,li ho allontanati.Ho un amico, ma è strano, giudica sempre, con lui non mi sento in grado di parlare.Ho un amica ma è distante, è assente.2 anni fa sono stato lasciato dalla mia ex dopo 2,5 anni di storia. Lei mi ha lasciato per la mia gelosia, eccessiva.Guardavo gli altri ragazzi.Poi mi son reso conto che forse li guardavo non per gelosia nei confronti loro, ma perché mi piacevano.Così da circa 2-3 mesi a questa parte, ho FORSE capito di essere gay o bisessuale.In un forum ho fatto amicizia con un ragazzo di cui poi mi sono invaghito (in due settimane). Lui pure, ma al ritorno dell'ex, che poi tanto ex non era, si sono lasciati per davvero e ora lui vuole superare il "lutto". Io mi ritrovo punto e a capo. Appena trovo qualcosa di bello mi viene sempre portato via. Sono stanco della mia vita, non ho vita sociale, i miei interessi riesco a portarli avanti in camera mia!! Penso spesso al suicidio, ma non lo farei mai. Non so che fare per cambiare, tutti vanno avanti, io sto dietro. L'università va male.Va tutto male.Ho finito le lettere, anche quelle volano via.Spero in tanti consigli. Grazie
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Attivo dal 2014 al 2018
Psicologo
Gentile Utente
Sicuramente ha avuto una storia difficile da vivere e da ricordare.
L'infanzia è un momento evolutivo fondamentale per la formazione del carattere, dell'autostima e della fiducia. Il sostegno e l'incoraggiamento dei genitori e la serenità familiare sono aspetti fondamentali per il benessere dei figli.
Ma ci sono tante persone con storie simili alla sua che sono riuscite a costruire in età adultà un carattere forte e deciso.
Cerchi di trovare occasioni di socializzazione palestra, volontariato, associazioni si crei una rete di persone intorno a lei.
Ricontatti gli amici che ha allontanato e ricostruisca la sua vita sociale.
Le consiglio di riprendere la psicoterapia e affrontare anche il tema della sua identità sessuale.
Stia sereno i momenti negativi capitano a tutti.
Si prenda un po' di tempo per lei, si distragga e non giudichi gli amici
che vogliono starle vicino ma ne approfitti per organizzare uscite e gite fuori porta.
Poi vedrà che ritrovando la serenità andrà meglio anche l'università.
Non resti chiuso in camera ad elaborare pensieri negativi ed irreali! La vita è fuori da casa sua.

Cordialità.
[#2]
Dr.ssa Angela Pileci Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 19,6k 493 45
Gentile Utente,

la rabbia che oggi prova per Suo papà può essere trasformata in qualcosa di più costruttivo e la psicoterapia avrebbe dovuto aiutarLa a fare proprio questo passaggio, cioè a comprendere e sciogliere questi stati mentali.

E' vero che i bambini non si trattano così, ma oggi Lei è adulto e sa che se il papà beveva evidentemente riteneva che quella fosse la strategia migliore per risolvere i propri problemi. Noi sappiamo che non è così, ma di solito la rabbia lascia il posto alla compassione, alla comprensione.

Forse ha un peso il problema che il papà ha avuto quando Lei era bambino. Ma forse no. In ogni caso, ha decisamente più senso capire oggi come risolvere il SUO, di problema, cioè quello legato al fatto di sentirsi solo e forse "non visto", esattamente come si è sentito "un peso" per la psicoterapeuta. Guardare l'orologio ha senso in terapia per non sforare, non per buttare fuori dalla porta il pz. Evidentemente le Sue credenze su se stesso, la bassa autostima, Le hanno fatto interpretare il comportamento della Collega come un gesto di poca attenzione, di scarsa accoglienza, che probabilmente ha memorizzato nel passato...

Forse quella sgradevole sensazione di essere un peso e di non essere importante per qualcuno è ciò che anche oggi Le impedisce di avere relazioni sane e profonde.

Anche io penso sarebbe importante tornare in terapia, se se la sente anche con la stessa professionista e affrontare una volta per tutte queste problematiche.
Altrimenti resteranno lì, ferme, a darLe fastidio.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica

[#3]
Attivo dal 2014 al 2015
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Gentile utente,

non proprio consigli, ma riflessioni...

Si percepisce che ci troviamo di fronte ad una persona, probabilmente, molto bisognosa di affetto, di "essere" e di "esistere"...

Ha intrapreso un percorso terapeutico, che è terminato no per lo sguardo altrove (in senso metaforico), ma forse proprio perché non si era creata quell'alleanza terapeutica, che ci permette di essere trasparenti e di fidarci e affidarci all'altro (?)... O perché erano state "toccate" le corde giuste e le resistenze erano più preponderanti della motivazione....

In questo momento che ha sentito il bisogno di "fidarsi" di noi, provi a pensare di riprendere un percorso, anche con un professionista diverso, per cercare di far fronte a questo suo dolore interiore:la rabbia... Spesso devastante ed accecante.

La rabbia rappresenta una delle emozioni più complesse e importanti, che si possono elaborare in un percorso di psicoterapia... Così da riacquistare fiducia in se stesso e negli altri.

Si affidi, almeno... ci provi.

Rimaniamo in ascolto.

Un caro saluto
[#4]
dopo
Utente
Utente
VI ringrazio per le celeri risposte.

Aggiungo una cosa, che ho omesso per motivi di spazio. Durante le scuole medie sono stato vittima di bullismo. Poi la cosa si è protratta per un po'. Gli stessi amici che ho allontanato talvolta si prendevano gioco di me, anche perché ero abbastanza piccolo e minuto.
Capisco quel che ha fatto mio papà e diciamo che ho iniziato a perdonarlo nell momento in cui ho capito i motivi per cui si compartava così. Suo papà si è ucciso quando era piccolo e sicuramente il non aver avuto ua figura paterna di riferimento, non l'ha agevolato a svolgere a sua volta quel ruolo. In ogni caso, lo capisco e lo accetto.
Per quanto riguarda la sensazione di essere un peso, questa è sempre stata insita in me. Ad esempio non ho mai chiesto ai miei amici di uscire per non sembrare pesante. Mercoledì incontrerò la mia amica ma ho la sensazione che lei lo faccia solo perché è rimasta l'unica mia amica, quindi anche in questo caso, la sensazione di essere un peso. Io non so perché sia così, ma è sempre così.

Sto pensando di tornare in terapia, ma non so quanto sia possibile visto che ho già usufruito del servizio fornito dall'ASL. Non posso permettermi di pagare privatamente una psicoterapia. Non posso permettermi di fare palestra o qualsiasi altra attività a pagamento. Non lavoro e i miei genitori non possono permetterselo. A peggiorare la situazione, c'è il fatto che vivo in un paesino. Il volontariato dovrei farlo quì, ma penso che non ci siano posti disponibili, ci sono sempre le solite persone, anagraficamente grandi, quindi non so quanto mi servirebbe.

Sto in casa tutto il giorno, in camera mia. Leggo, vedo film, telefilm, suono la chitarra, disegno,faccio pesi, al massimo esco in cortile ad usare il telescopio. Gli unici posti dove vado sono: università e biblioteca. Ultimamente il mio intestino brontola, forse per l'ansia, quindi ho dovuto abbandonare lezioni e biblioteca. Non so più che fare. Attendo sempre di stare solo in casa come adesso per piangere e sfogarmi.

La brevissima storia con questo ragazzo ha riaperto ogni cosa.Dopo che la mia ex mi abbandonò (già questo verbo la dice tutta), mi ritrovai in questa condizione. Ora sono punto e a capo. Non so come uscire da questo circolo vizioso. Mercoledì cercherò di sfogarmi con la mia amica, ma servirà si e no per 2 giorni, poi si ricomincia.

Per quanto riguarda il discorso omosessualità, è possibile ricondurla alla mancanza di affetto da parte della figura paterna? I miei genitori non lo erano per niente. Ora vorrebbero, ma io li scanso e fuggo da ogni contatto fisico. Mi mostro freddo, ma sono l'opposto.

Ho capito successivamente che il motivo per cui la psicologa guardò l'orologio era soltanto per non sforare. Lì per lì ebbi quella brutta sensazione. Probabilmente furono toccate le corde giuste, non saprei. Cercherò di scoprire se è possibile riprendere la psicoterapia con la stessa psicologa, anche perché non vedo altre soluzioni.

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