La diffusione pandemica della malattia da coronavirus (COVID-19) è un evento epocale.

Quarantena, distanziamento sociale e chiusura delle frontiere hanno gravemente limitato la nostra libertà di movimento e di interazione sociale con conseguenze difficilmente quantificabili al momento, ma che cambieranno per lungo tempo la nostra vita. Sicuramente, hanno già minato il benessere psicologico di molti e la salute mentale dei più deboli. 

I primi risultati di un sondaggio dell’Università di Roma Tor Vergata in collaborazione con l’Università dell’Aquila su un campione di 18147 persone, intervistato fra il 27 marzo e il 6 aprile 2020, indicano che:

  • 6666 (37.14%) partecipanti alla ricerca presentava sintomi propri del disturbo da stress post-traumatico
  • 3732 (20.8%) avevano gravi sintomi d’ansia,
  • 3099 (17.3%) riportavano sintomi depressivi gravi
  • 1306 (7.3%) lamentavano insonnia persistente.

Inoltre, come si è verificato in precedenti pandemie, l’emergenza sanitaria sta aggravando significativamente lo stato di salute di molte persone che soffrivano di disturbi mentali già prima dell’avvento del coronavirus.

  • Il timore di essere contaminati;
  • l’angoscia per i familiari colpiti o, addirittura, uccisi da COVID-19;
  • il rischio di perdere il posto di lavoro o di dover chiudere la propria attività;
  • l’impossibilità di potersi spostare e riunire liberamente per incontrare congiunti e amici o semplicemente andare al cinema o al ristorante,

sono tutti fattori in grado di spiegare il disagio mentale che emerge dalla ricerca scientifica. E tutti questi fattori hanno come denominatore comune l’insicurezza che a sua volta, genera paura, indignazione e rabbia.

Di questi sentimenti, pur normali in tempi così difficili, si nutre la disinformazione che, esattamente come la pandemia da coronavirus, si è propagata su scala planetaria creando una vera e propria infodemia.

Essa sfrutta la fame di notizie, l’infomania, che in questo periodo affligge tutti noi, incollati alla televisione o sui social, avidi di informazioni su quanto sta succedendo e potrà succedere.

Le notizie prive di documentati supporti socio-politici, economici e scientifici, dilagano con declinazioni diverse in base agli interessi che devono supportare e promuovere:

  • il governo americano sostiene che il virus sia stato creato e diffuso da un laboratorio cinese;
  • i russi sono sicuri che l’epidemia sia parte della guerra commerciale fra USA e Cina e sia stata creata dai servizi segreti americani per destabilizzare il governo cinese;
  • gli iraniani accusano gli Stati Uniti e i musulmani sunniti di voler colpire il loro popolo che è sciita;
  • i movimenti antivax, contrari alle vaccinazioni, sospettano che la diffusione del coronavirus sia stata favorita dalla vaccinazione antinfluenzale.

E potremmo continuare all’infinito.

Chi non sarebbe impaurito, indignato, arrabbiato se queste affermazioni fossero vere?

E quanto gravi potrebbero essere le conseguenze sull’equilibrio psichico, soprattutto se già compromesso da preesistenti disturbi mentali?

Purtroppo, non è difficile cadere in trappola, anche per le persone più attente e critiche. Scrive lo storico Yuval Noah Harari nel suo bestseller “21 lezioni per il XXI secolo”:

“I processi globali sono troppo complicati per poter essere compresi appieno da chiunque. Come può una persona conoscere la verità su quanto accade nel mondo senza cadere facilmente vittima della propaganda e della manipolazione dell’informazione?”.

In tal modo si determina una frattura tra ciò che è vero e ciò che viene percepito come vero e vissuto come una verità assoluta. Una notizia, nonostante sia smentita ripetutamente, viene creduta vera da tantissime persone e ne influenza vita e decisioni.

Del resto bisognerebbe partire dall’assunto che la verità per la scienza non è un concetto assoluto, ma relativo e in continuo progresso. Il problema è diventato come comunicare la scienza, come selezionare gli interventi affidabili da quelli palesemente errati, come discernere le fonti, sapendo quanto sia difficile avvicinare grandi masse di persone a una comunicazione scientifica corretta.

Questa difficoltà è sotto i nostri occhi. Molte persone si sono create una propria opinione, spesso catastrofica e complottista, sull’andamento della viremia, indipendentemente dal fatto se sia basata su informazioni concrete, non verificate o totalmente false apprese attraverso i media e/o i social network. C’è un’incapacità diffusa di fidarsi di questo o quello scienziato, ci si muove fra mille affermazioni contraddittorie.

Fra i tanti consigli profusi a piene mani in questi mesi di pandemia per restare mentalmente sani, due mi sembrano veramente importanti.

Il primo: evitare l’infomania da consultazione ossessiva dei notiziari e delle catene di Sant’Antonio dei social. Ma soprattutto verificare le fonti da cui provengono le notizie, in particolare quelle allarmanti.

Fatti e conoscenza, dunque, per combattere il virus. Ma fatti e conoscenza anche per combattere efficacemente i dubbi, le ansie e la depressione, figli della paura e della rabbia, che accompagnano i tempi d’incertezza in cui viviamo.