L'ansia da separazione è una fase normale e transitoria dello sviluppo del bambino che può, in alcuni casi, aggravarsi e protrarsi in età adulta. Come intervenire?

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L’ansia da separazione è la reazione di spavento e di protesta che il bambino manifesta quando le sue principali figure di accudimento, specie la madre, si allontanano da lui o quando è in presenza di figure non familiari.

Compare in genere intorno agli otto mesi di vita e talora può esprimersi anche con una crisi di pianto disperato, che si calma solo quando il piccolo viene rassicurato dalla presenza di chi normalmente si occupa di lui.

Si tratta di un’importante e normale fase dello sviluppo sia intellettivo sia sociale del bambino, che testimonia come egli abbia imparato a riconoscere chi si occupa di lui, come abbia stabilito con il caregiver (“colui che dà cure”) un legame di attaccamento e come percepisca in sua assenza un pericolo.

Lo psicoanalista austriaco Renè Spitz ha descritto lo stadio in cui si manifesta l’angoscia dell’estraneo o angoscia dell’ottavo mese, in cui il bambino impara a differenziare fra i vari volti umani e a reagire positivamente a quelli a lui familiari e negativamente a quelli a lui estranei. Si tratta di un’importante conquista sul piano dello sviluppo delle sue capacità sociali e relazionali e, come tale, è un passaggio obbligato ma transitorio.

 

Cos’è che spaventa veramente il bambino?

Intorno agli 8 mesi, il piccolo non ha ancora una matura comprensione e consapevolezza delle dimensioni spazio e tempo, per cui se la mamma non è fisicamente presente per lui è come se fosse sparita per sempre e pensa che non tornerà più.
In genere, l’ansia si intensifica intorno ai 13-18 mesi di vita per poi ridursi progressivamente tra i 3 e i 5 anni.

 

Cosa possono fare i genitori?

Per i genitori, non è sempre facile resistere e rimanere tranquilli di fronte al pianto disperato di un figlio e alle sue continue richieste di attenzioni. È naturale che il bambino chiederà di non essere lasciato solo, di poter dormire ancora con loro, di non andare a scuola, ma è questo il momento in cui mamma e papà devono cominciare a dare le prime regole, in maniera chiara e coerente.

Tale separazione richiede una sorta di “svezzamento”, è un passaggio e come tale non può avvenire in maniera brusca, ma deve essere graduale e fatto con tanto amore, pazienza e comprensione.

I genitori devono “accompagnare” il proprio piccolo per favorire l’acquisizione di nuove abitudini e il superamento di questa fase transitoria della crescita.

È un momento delicato per tutti, specie per la madre, che deve imparare a contenere le proprie emozioni, come il senso di colpa, la preoccupazione, ecc. ed evitare quei comportamenti che possano "trattenere" il figlio e bloccarlo nelle sue esplorazioni.

I bambini sono, infatti, delle "spugne emotive”, nel senso che colgono immediatamente le emozioni in circolo in una famiglia e le assorbono, per cui sentiranno subito se la mamma è spaventata dalla separazione e ne saranno a loro volta spaventati. Il messaggio implicito è che separarsi è veramente pericoloso e questo complica inevitabilmente il distacco.

Prima di allontanarsi, è bene che i genitori lo preparino alla separazione salutandolo con un sorriso e rassicurandolo sul fatto che non vanno via per sempre, ma che ritorneranno. Vanno categoricamente evitate le sparizioni improvvise: i bambini hanno bisogno di fidarsi delle figure di riferimento, di sapere che possono contare su persone responsabili e affidabili, che se promettono poi mantengono le promesse, mentre un adulto che scompare di nascosto lo spaventa e lo rende insicuro.

Le reazioni di protesta o di tristezza alla separazione vanno rispettate e non svalutate: il bambino va riconosciuto nel suo dolore e deve essere calmato, non rimproverato o, peggio ancora, schernito con frasi del tipo “ormai sei grande, non devi piangere”.

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Anche fare promesse che poi non saranno mantenute, mentire sul proprio ritorno immediato o garantirgli una ricompensa non sono utili al suo benessere. Non è così che va consolato un bambino.

Il figlio può essere tranquillizzato in tanti modi, ad esempio con un abbraccio e, dopo i 4 anni, con una spiegazione che egli possa comprendere, del tipo “adesso mamma e papà devono andare a lavoro ma torneranno a casa dopo pranzo e poi giocherete tutti insieme”.

Un altro momento della giornata che può essere motivo di ansia e di preoccupazione è quello che precede l’addormentamento: anche in questo passaggio, egli deve essere “accompagnato” e con dolcezza è importante che comprenda che il suo posto non è nel lettone fra i genitori, ma che dispone di un lettino e di una cameretta tutti suoi e che è bello poter avere degli spazi propri.

Non accondiscendere, dunque, quando chiede di dormire ancora fra mamma e papà: raccontare una favola, cantare la ninna nanna, dare il bacio della buona notte hanno un notevole effetto calmante per il bambino e lo aiutano ad addormentarsi in maniera serena.

 

Quand’è che si parla di Disturbo di ansia da separazione?

Quando i comuni indicatori dell’ansia da separazione perdurano oltre l’età in cui la loro presenza è ritenuta normale, la loro intensità è eccessiva e causa al bambino un disagio significativo o compromissione del funzionamento sociale, scolastico o di altre aree importanti (DSM IV - TR), si è in presenza di un quadro clinico specifico, noto come Disturbo di ansia da separazione.
In questo caso, l’ansia del bambino all’allontanamento della madre non solo è esagerata, ma è anche inappropriata rispetto all’età e richiede l’intervento di uno specialista.

I principali sintomi sono:

  • eccessiva angoscia quando i genitori sono fisicamente lontani,
  • preoccupazione che possa accadere qualcosa di terribile ai familiari,
  • timori insoliti e a volte bizzarri di essere rapiti da sconosciuti o da fantasmi o alieni che sono nascosti nella sua stanza,
  • paura di perdersi,
  • rifiuto di andare a scuola o in altri luoghi lontani da casa,
  • comparsa di malessere fisico, come mal di stomaco, mal di testa, sintomi influenzali, ecc. alla minaccia di una separazione,
  • paura del buio, disturbi del sonno e incubi frequenti sul distacco dai familiari.

È sufficiente che siano presenti in un mese solo 3 dei sintomi sopra elencati ad insorgenza entro i 18 anni di età per fare una diagnosi di disturbo di ansia da separazione.

Si tratta di bambini che si lamentano spesso accusando i genitori di non amarli e che non si interessano alle normali attività ludiche dell’età: la loro attenzione, infatti, è rivolta in modo anormale alle cose degli adulti. In tal modo, cercano di richiamarne l’attenzione e di controllare che i genitori non si allontanino da loro.

 

Come poter intervenire in questi casi?

In un'ottica bio-psico-sociale, il disturbo può anche essere legato a fattori genetici, ad esempio ad un temperamento inibito che renderebbe il bambino più ansioso e dipendente dalla madre, e ad accadimenti di vita negativi e stressanti vissuti durante l'età infantile. Tuttavia, è bene considerare che le famiglie hanno sempre delle responsabilità: genitori iperprotettivi, ansiosi, irrisolti, ossessivi, amplificano il disagio del bambino e ne aumentano i livelli di ansia

Il disturbo, se non risolto, può protrarsi in età adulta e manifestarsi in una forma diversa, ad es. attraverso un disturbo da attacchi di panico, agorafobia, ansia generalizzata, ecc.

Il tipo di trattamento va scelto a seconda dell'età del soggetto: in età adulta, l'intervento elettivo è la psicoterapia individuale; nel caso dei bambini, invece, è bene lavorare con tutta la famiglia, sia per sostenere i genitori sia per comprendere qual è il significato che il disagio del piccolo assume nel suo ambiente di vita.