Utente 441XXX
Gentili dottori, chiedendo scusa fin da subito per la lunghezza, mi permetto di disturbarvi esponendovi la mia vicenda. Alcuni mesi dopo la morte di mio padre (avvenuta per un infarto), ho avuto il mio primo attacco di panico. Ero in palestra. Mi sentii malissimo e corsi al pronto soccorso. Mi fu detto che si era trattato, per l'appunto, di un attacco di panico. Cominciai a fare esami per escludere altre cause (moltissimi di natura cardiologica e, fra gli altri, anche una risonanza magnetica all'encefalo con angio RM), che risultarono tutti nella norma. Ho interrotto lo sport (ero appassionatissimo) e per un periodo di tempo mi sono curato con dello xanax (non più di un milligrammo e mezzo al giorno), su indicazione del mio medico curante. Non riuscendo a venirne fuori (innumerevoli sintomi: dolori al petto, violenti tremori, formicolio agli arti, testa pesante e vuota, sensazione di straniamento dalla realtà, palpitazioni, extrasistole e tanti altri), ho cominciato a vivere nella paura. Poi, in preda alla disperazione, mi sono rivolto ad un neurologo, il quale mi diagnosticò un disturbo d'ansia con somatizzazioni, e mi prescrisse del mutabon (tre compresse al giorno di amitriptilina e perfenazina), togliendo via via lo xanax. Cominciai anche a fare della psicoterapia, che durò parecchi mesi. Ho scalato via via il mutabon, eliminando la compressa del pomeriggio e quella della sera, alternando periodi brutti ad altri migliori. La psicoterapeuta, dal canto suo, mi disse che non era utile proseguire nei nostri dialoghi in quanto avevamo sviscerato tutto ciò che era possibile. La mia situazione è migliorata, seppur di poco. L'anno scorso (dopo tre anni di mutabon) mi sono rivolto ad uno psichiatra (esperto delle mie problematiche), il quale mi ha detto che il mutabon, dopo così tanto tempo, andava scalato (a suo dire "parkinsonizza") nell'arco di 8-9 mesi. Lui stesso mi fece fare un profilo psicologico e mi inviò da un'altra psicoterapeuta, dalla quale ancora vado volentieri. Con grande gradualità ho scalato l'ultima compressa di mutabon. Sono arrivato al punto di prenderne solo un quarto al mattino. In questo modo e con la psicoterapia sono stato decisamente bene per alcuni mesi. I problemi sono cominciati quando ho tolto anche l'ultimo quarto di pillola (cosa che non mi aspettavo, in quanto credevo che il grosso fosse ormai fatto). Da 15 giorni a questa parte ho ripreso a stare piuttosto male: problemi di respirazione, fiato corto, dolori, forte peso alla pancia e al petto, senso di pesantezza alla testa, lievi emicranie, capogiri, senso di svenimento. Lo psichiatra mi dice di stare tranquillo e che tutto si risolverà. Ma trattandosi di sintomi un po' diversi dai vecchi, continuo a spaventarmi ed a pensare chissà a cosa (infarti, ictus, emorragie celebrali e così via). Qualche volta sono stato costretto a prendere 0,25 di xanax. Pure stamattina ho la testa pesante. Datemi un consiglio. Devo resistere ancora un po'? Questo stato è normale?.Passera?

[#1] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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"L'anno scorso (dopo tre anni di mutabon) mi sono rivolto ad uno psichiatra (esperto delle mie problematiche), il quale mi ha detto che il mutabon, dopo così tanto tempo, andava scalato (a suo dire "parkinsonizza") nell'arco di 8-9 mesi."

Quando l'ha visitata era parkinsonizzato ?

In tre anni non si è mai provato a migliorare la risposta ? Dice che era un po' migliorato, ci si è accontentati di questo senza mai cambiare nulla ? Perché ?
Dr.Matteo Pacini
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[#2] dopo  
Utente 441XXX

Gentile dottore, innanzi tutto grazie per la celerità e la disponibilità. Spero di non essere confusionario nelle cose che scrivo.
Cerco di andare per ordine.
No, quando mi ha visitato non ero parkinsonizzato, però mi ha detto che il farmaco, a lungo andare, avrebbe potuto dare questo problema.
Sono molto onesto con lei: mi sono trascurato, nel senso che ho continuato a prendere la compressa di mutabon al mattino a lungo, senza chiedere ulteriori consulti. La situazione era migliorata. Riuscivo di nuovo a fare cose che prima non facevo più. All'inizio anche rimanere solo a casa o guidare la macchina erano diventati un problema. Col tempo, invece, questi aspetti sono tornati completamente alla normalità e anche i sintomi si erano molto ridotti. L'unica cosa (alla quale tengo tanto), che non sono riuscito a riprendere, è stato lo sport (ci ho tentato ma sono stato malissimo).
A questo aggiunga una mia avversione per gli psicofarmaci (che, credo, sia una caratteristica comune a tutti quelli che soffrono dei miei problemi) ed il fatto che, almeno all'inizio, ritenevo la psicoterapia una stupidaggine. In realtà mi sono rivolto allo psichiatra perché non ritenevo più giusto andare avanti senza un supporto tecnico (l'unico era stato il neurologo di 3 anni fa, che non avevo più consultato) e perché volevo capire se, al di là dei risultati raggiunti, sarebbe stato possibile effettuare anche un ultimo step e tornare ad una vita del tutto normale.
Quando, su sua indicazione (si tratta, in verità, di una persona estremamente disponibile), ho cominciato a scalare l'ultima pillola di mutabon sono tornato ad essere gioviale, partecipe, simpatico e sorridente. Come se stessi raggiungendo un traguardo che credevo irraggiungibile. In più, negli ultimi tempi, ho anche scoperto che l'amitriptilina, come molti altri antidepressivi, può essere un cardio-tossico, la qual cosa ha ulteriormente accentuato la mia avversione. Ho visto persone che prendevano forti antidepressivi essere dei veri e propri zombie: l'idea di dover ricorrere a terapie farmacologiche più forti mi atterrisce tanto quanto la malattia stessa. Per questo mi sono buttato anima e corpo nella psicoterapia (alla quale, come detto, inizialmente non credevo). Insomma, al momento sono un po' bloccato, nel senso che spero che la psicoterapia faccia il suo effetto e spero, allo stesso modo, che la situazione che sto vivendo sia solo un fatto momentaneo, dovuto alla eliminazione di ogni copertura farmacologica, dopo tanti anni. Non ne sono sicuro, però.

[#3] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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Guardi, sta ragionando sulla psichiatria in termini che non potrebbero essere più lontani da concetti medici. Farmaci "forti", poi "zombie" perché prendevano antidepressivi (...ma quali antidepressivi ? saranno stati farmaci di altro tipo..)
Ha scoperto che i farmaci possono essere tossici, beh, una scoperta sensazionale. La differenza è che gli altri li prende, questi no perché ha semplicemente una "cecità" rispetto alla natura del problema.
Le sembra di prendere medicine per niente, è come se le chiedessero di pagare una tassa e non capisce per cosa. La paga malvolentieri, se può non la paga.
Buttarsi "anima e corpo" in una terapia è già un fraintendimento, quello che le dicevo prima. Che vuole che importi se uno si cura "convinto" o "non convinto" ? Importa sul fatto che uno segua la cura, ma poi...
Inoltre, non si scelgono le cure selezionando quelle che piacciono, non funziona così.

Riparta da zero con uno specialista che le spieghi bene le opzioni adatte al suo disturbo. In questa storia ravviso, sostanzialmente, un misto di allarmismo ingiustificato unito a una sospensione di una cura parzialmente efficace senza cercarne una migliore, cosa che era la più logica.
Dr.Matteo Pacini
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