Terapia in stallo: frustrazione e rabbia, cosa fare?

Gentili Dottori,
Mi trovo in una strana situazione per la quale provo a chiedere il vostro parere esterno.

L'anno scorso ho ricominciato psicoterapia per poter reggere ad un problema familiare straordinariamente grave, a cui si sono sovrapposti ulteriori problemi miei di cambiamento di lavoro e anche di città.
Ora che la situazione sembra stabilizzata e che gli attacchi di panico e la depressione sono sotto controllo con un farmaco, mi ritrovo in quella che mi parrebbe essere una fase di stallo della terapia.
Nella mia vita ho sempre cercato di migliorarmi e di correggere i miei difetti e la mia imponente inettitudine relazionale, con scarso successo.
Ho pensato che avrei potuto beneficiare ancora di questa terapia per poter provare a migliorare la mia personalità e il mio modo d'essere, ma la cosa non sembra funzionare.
Quando provo, con enorme fatica, ad esporre il fatto che ho il sospetto di avere problemi psicologici o psichiatrici o disturbi di personalità il dialogo in terapia si blocca, perché il terapeuta si limita a dire che non è vero che ho problemi, ma non succede... nient'altro.
Insomma, io ho questa enorme difficoltà nelle relazioni sociali, ne affermo l'esistenza, e la cosa si ferma lì, ad una gentile e pacata negazione del mio problema.
Non è la prima volta che accade, a dire la verità, essendo già capitato in un'altra terapia.
Questa cosa mi genera molta frustrazione e ho iniziato a non riuscire più a portare contenuti in seduta, così ho sentito di interrompere, per stanchezza e frustrazione.
Il fatto di aver interrotto però mi spaventa, non so se sia stata una mossa avveduta.
Ma mi fa sentire anche arrabbiato.
E' sempre tutto uguale, mi sento sempre uguale.
Cosa posso fare adesso con questa rabbia?
Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 5.1k 207
Gentile utente,
mi permetta di capire meglio.
Lei scrive: "Quando provo, con enorme fatica, ad esporre il fatto che ho il sospetto di avere problemi psicologici o psichiatrici o disturbi di personalità il dialogo in terapia si blocca, perché il terapeuta si limita a dire che non è vero che ho problemi".
Se il terapeuta ritiene che lei non abbia "problemi psicologici o psichiatrici", fa bene a chiarirlo, non le pare? Dovrebbe invece ingannarla, dicendole che ha questi problemi?
Nella riga dopo però lei fa un'affermazione diversa: "io ho questa enorme difficoltà nelle relazioni sociali, ne affermo l'esistenza, e la cosa si ferma lì, ad una gentile e pacata negazione del mio problema".
Ma lei al terapeuta dice che vuole migliorare le sue relazioni sociali, o gli dice invece che ha problemi psicologici o psichiatrici?
Queste sono due cose molto differenti.
Se lei vuol farsi aiutare dal curante nell'approccio con le ragazze o nella ricerca di amici, gli chieda di migliorare le sue modalità e le sue potenzialità.
Perché invece gli parla di suoi problemi psicologici o psichiatrici? Lasci che sia il curante, se occorre, a fornirle una diagnosi.
A quanto pare ha anche interrotto la terapia, e nemmeno in occasione di questa insolita chiusura unilaterale ha sentito il bisogno di ascoltare il parere dello specialista.
Peccato, perché avrebbe potuto aiutarla.
Ci rifletta.

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Prof.ssa Anna Potenza
Riceve in presenza e online
Primo consulto gratuito inviando documento d'identità a: gairos1971@gmail.com

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Utente
Utente
In questo periodo non ho le forze fisiche per lavorare su me stesso e su un grave evento del recente passato che mi tormenta, perché mi sto dedicando ad abituarmi con fatica ad un lavoro completamente nuovo, quindi avrei comunque messo in pausa la terapia. Io provo vergogna per le mie difficoltà relazionali perché non le capisco, a parte dei sospetti su qualche forma di autismo o asperger che potrei avere, continuo ad essere molto incredulo su queste mie stranezze, che non vedo negli altri, quindi devono esserci dei motivi che devo per forza indagare per poterli affrontare e risolvere (se sono curabili). Mi sono sentito non validato e sminuito esattamente come in passato, quando tentavo di esprimere le mie difficoltà ma chi mi ascoltava non capiva, negando che io avessi problemi e ritenendo che fossero solo mie congetture infondate. Questo mi ha fatto arrabbiare.
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Utente
Utente
In effetti frustrazione è ciò che sento anche nel leggere la sua risposta, gentile Dott.ssa Potenza. Ho impiegato tanti anni per riuscire a trovare dei modi per inquadrare le mie stranezze e incapacità e per accettarle, e ora ricevo sempre la stessa risposta stereotipata. Cioè la negazione piccata del mio lavoro di accettazione. Io sono contento di essere riuscito a definire il fatto di essere difettoso. Lo accetto. Chiedo consiglio su come guarire, o almeno su come conviverci. Ma ricevo solo negazione. Anche da lei.

Il parere del terapeuta, se proprio vuole saperlo, è stato: "assecondiamo questa suo desiderio di interrompere e non fissiamo un altro appuntamento".
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Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 5.1k 207
Gentile utente,
scrive di ricevere sempre "la negazione piccata del mio lavoro di accettazione. Io sono contento di essere riuscito a definire il fatto di essere difettoso".
Dice di avere ricevuto una negazione su questo anche da me, non saprei se "piccata", e nel mio caso non si capirebbe il perché: io non la conosco, per me è indifferente che lei sia "difettoso" o funzionante, se vuole usare questo lessico.
Ho cercato di farle capire che c'è differenza tra avere "problemi psicologici o psichiatrici" o avere invece problemi relazionali.
Qui lei contraddice la sua prima opinione, scrivendo: "provo vergogna per le mie difficoltà relazionali perché non le capisco".
Ma allora, le ha riconosciute e le capisce, oppure no?
Queste difficoltà differenti possono dipendere da molti fattori, a volte anche da disturbi psicologici e psichiatrici; ma poiché il suo curante, che la conosce, li ha esclusi, sarebbe meglio pensare che il problema sia piuttosto nell'educazione ricevuta, nelle carenti skills life, nell'aspetto, nell'abbigliamento, nelle cure della persona, nel tono dell'umore, nei limiti culturali, nella mancanza di empatia o altro.
A queste difficoltà ci sono rimedi, se desidera superarle, come scrive: "Chiedo consiglio su come guarire, o almeno su come conviverci".
Mi accingevo a dirle quali strade percorrere per cercare di superare le difficoltà relazionali, ma lei mi ha inibito la risposta aggiungendo: "Ma ricevo solo negazione. Anche da lei".
E questo prima ancora di aver chiarito a quale ambito appartengono i suoi problemi.
Del suo terapeuta dice che ha acconsentito al suo desiderio di interrompere la terapia. Non era proprio quello che lei aveva chiesto?
Credo che sia inutile continuare a chiedere pareri se poi vuole respingerli con rabbia o non tenerne conto.
Le suggerirei di far chiarezza dentro sé, prima di fare domande a dei professionisti.
Buone cose.

Prof.ssa Anna Potenza
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