Adolescenza e identità sessuale, come gestirla da genitori

Buongiorno,

Ho un'adolescente di 15 anni, nata femmina, che già dai 6-7 anni ha iniziato saltuariamente a dirmi di sentirsi più maschio che femmina.
In quella fase sono stata ad osservare più che agire.
Dagli 8 anni ha iniziato a intraprendere comunque un percorso psicologico per alcune difficoltà che hanno poi portato ad una diagnosi (tardiva) di neurodivergenza, mai accettata dal papà (da cui sono divorziata) ma abbastanza evidente sin dai primi anni.

Dall'età di 12 anni le affermazioni e i dubbi sul suo orientamento e la sua identità si sono fatti piu vivi, fino a voler cambiare il nome e a chiedere di essere chiamato al maschile, per cui ho iniziato a parlarne molto e capire se fosse il caso di rivolgerci a qualcuno che potesse occuparsi in modo specifico del suo disagio.

Premetto che non ho cambiato subito, ma mi sono resa conto negli anni che rivolgermi al maschile gli rompeva improvvisamente il muro che aveva addosso e creava un dialogo molto più fluido.
Premetto anche che non sono una madre che tenta di accontentare i figli per ogni colpo di testa (sono più i miei no che si e sono razionale da dar fastidio).
Se lo faccio è perché presumo sia la cosa giusta.

Purtroppo, se già dalla diagnosi di neurodivergenza (che però gli ha svoltato la vita in termini di consapevolezza) il papà ha avuto un rifiuto, da quando ha cominciato a parlare dei dubbi sulla sua identità è crollato il mondo.
Sono riuscita a convincere il padre in circa un anno ad acconsentire a un consulto professionale in merito (anche su consiglio del terapeuta che segue da anni), piuttosto che lasciare un'adolescente star male e creare astio, e lo inizierà tra un mese.

Frequenta regolarmente il papà ma non riesce ad avere un dialogo con lui a riguardo la, inoltre impedisce di avere un confronto sul tema anche con i suoi parenti, o esprimere alla nonna come si sente, per paura che "sganci una bomba".
Ripete spesso che "deve accettarsi per la donna che è", che non esiste nessun'altra opzione, e che deve finirla con questa storia, come se potesse spegnere un interruttore, oltre a affermazioni che non scrivo perché di cattivo gusto.

Vorrebbe dire chiaramente come sta a suo padre ma ha paura di deluderlo.
Io faccio da mediatrice, ci ho provato in tutti i modi.
La sua famiglia non vede di buon occhio questo genere di questioni, ma credo che le spiegazioni richieste a noi genitori da parte di altre persone siano un fatto nostro e non un problema che un figlio deve risolverci evitando di parlarne.

A me interessa solo che anche se un giorno decidesse di intraprendere un cambio di identità, sia pienamente consapevole, a prescindere da come la pensino gli altri.

Cosa dovrei fare in questa situazione?
Sta correndo troppo, oppure essendo anni che va avanti così, è giusto non considerarla una semplice fase ma dare voce al disagio?
Se si trattasse di disforia e gli venisse consigliato un percorso adatto, il rifiuto del papà potrebbe impedirlo?

Scusate la lunghezza, grazie mille.
Dr. Benedetto Vivona Psicologo 85 6
Gentile,

la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e attenzione una situazione complessa, che coinvolge non solo sua figlia ma l’intero sistema familiare. Dal suo racconto emerge una madre presente, riflessiva e attenta a distinguere tra l’ascolto del disagio e il timore di assecondare impulsività o fasi transitorie. Questa distinzione è tutt’altro che scontata e rappresenta già un importante fattore di tutela.

Il fatto che sua figlia, fin dall’infanzia, abbia espresso in modo ricorrente interrogativi rispetto alla propria identità, e che tali vissuti si siano intensificati nel corso dell’adolescenza, suggerisce che non si tratti di un’emergenza improvvisa, ma di un tema che nel tempo ha cercato spazio e riconoscimento. Questo non significa, automaticamente, che vi sia una definizione identitaria già consolidata o un percorso prestabilito, ma indica la presenza di un disagio soggettivo che merita ascolto e comprensione.

È importante sottolineare che dare voce a questo disagio non equivale a spingere verso una direzione, né a prendere decisioni affrettate. Al contrario, un accompagnamento psicologico adeguato ha proprio la funzione di creare uno spazio di esplorazione protetto, graduale e non giudicante, in cui l’adolescente possa comprendere meglio se stessa, i propri vissuti e i propri bisogni, senza pressioni esterne né aspettative da soddisfare.

Nel suo racconto appare centrale anche la difficoltà del padre ad accettare sia la neurodivergenza sia le tematiche legate all’identità. Questo tipo di rifiuto, quando espresso in modo rigido o invalidante, può diventare una fonte significativa di sofferenza per un’adolescente, soprattutto se accompagnato dal messaggio implicito che certi vissuti non dovrebbero esistere . La paura di deludere il genitore, che lei descrive, è un elemento clinicamente rilevante e merita attenzione, perché può favorire chiusura, senso di colpa e conflitti interni.

Rispetto alle sue domande:

Non è possibile stabilire a priori se si tratti di una fase o di qualcosa di più strutturato. Ciò che conta, dal punto di vista psicologico, non è etichettare, ma comprendere la funzione che questi vissuti hanno nella storia di sua figlia e come si intrecciano con la sua neurodivergenza, con il contesto familiare e con lo sviluppo adolescenziale.

Il fatto che questi temi siano presenti da anni rende appropriato non minimizzarli, ma affrontarli con un supporto specialistico, evitando sia la negazione sia la fretta di arrivare a conclusioni definitive.

Un eventuale percorso specifico, qualora fosse indicato da professionisti competenti, dovrebbe sempre avere come obiettivo il benessere psicologico dell’adolescente e la sua consapevolezza. Il dissenso di un genitore può rappresentare un ostacolo sul piano relazionale e pratico, ma non dovrebbe impedire l’accesso a un ascolto clinico adeguato, soprattutto se vi è già un percorso psicologico in atto e una collaborazione tra professionisti.

Il ruolo che lei sta svolgendo come mediatrice è comprensibile, ma è altrettanto importante che il peso della gestione emotiva del conflitto genitoriale non ricada su sua figlia. Le questioni legate alle spiegazioni, alle resistenze familiari e alle reazioni dell’ambiente adulto dovrebbero restare una responsabilità dei genitori.

L’obiettivo in questa fase non è decidere chi essere , ma garantire uno spazio sicuro in cui sua figlia possa sentirsi vista, ascoltata e accompagnata nel proprio percorso di crescita, senza sentirsi costretta a scegliere tra il proprio benessere e l’approvazione di un genitore. Il lavoro clinico può aiutare non solo l’adolescente, ma anche gli adulti coinvolti, a trovare modalità di comunicazione meno conflittuali e più rispettose dei vissuti di ciascuno.

Un cordiale saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183

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La ringrazio per la risposta innanzitutto.

Ha sottolineato un punto fondamentale, che è quello che mi sto chiedendo: può essere che il suo identificarsi dipenda dalla sua neurodivergenza (ADHD e disprassia conclamate e verosimilmente spettro autistico seppur di lieve entità ) e dal suo vissuto, che hanno portato a rapporti discontinui e difficoltà relazionali. Il passo 'se non sono A, allora sono B' diventa in questi termini abbastanza facile, ma il prendere una decisione su questa base mi sembra affrettata e non vorrei che poi se ne pentisse. Ed è il motivo per cui mi sono sentita a questo punto di valutare con il terapeuta anche un percorso parallelo con uno specialista in ambito di identità di genere.

Il punto è che mi spaventa la reazione del papà e le conseguenze che possono portare. Mi spiego meglio: la diagnosi tardiva è arrivata, al di là dei rimbalzi dell Asl, anche perché lui si opponeva anche solo al supporto di uno psicologo dall'inizio delle elementari. Ho provato a non incrinare i rapporti, ma assistendo al crollo di mia figlia dopo anni (era arrivata a dire di voler farla finita, e aveva solo 10 anni) non ce l'ho più fatta e l'ho minacciato che sarei andata per vie legali. Da lì è iniziato il percorso terapeutico e il dubbio diagnostico, diagnosi che si è conclusa tardi per gli stessi motivi. Credo che questo abbia portato a una difficoltà ulteriore per mia figlia, soprattutto in ambito relazionale e scolastico, e inoltre ha portato a scontri tra me e il papà che prima non si sono mai verificati (in ogni caso, mai di fronte a lei). Fin che era piccola ho tentato di tenere buoni rapporti, tardando però in quello che avrei dovuto fare probabilmente prima. I colloqui fatti con gli specialisti in cui ho sempre cercato di coinvolgere anche lui hanno valso poco.
Ora è adolescente, la situazione si ripete, ed è abbastanza grande per intuire che non siamo sulla stessa linea d'onda.

Ho timore che sí, venga al primo incontro con lo specialista, per poi ritirarsi come è già successo, e rifiutare di dare il consenso. E io capisco la paura (magari infondata) di ricevere una risposta che non vuole, o una risposta "difficile". Ma in quel caso, cosa dovrei fare? Non mi va più di privare mia figlia di percorsi che potrebbero essere di aiuto. Ma non mi va nemmeno di continuare a dare priorità a una finta pace anziché alla salute di nostra figlia.
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Dr. Benedetto Vivona Psicologo 85 6
Gentile,

la ringrazio per aver approfondito ulteriormente la situazione. Quanto descrive permette di cogliere con maggiore precisione la complessità del quadro e, soprattutto, il peso che negli anni è ricaduto su di lei come genitore, nel tentativo di tenere insieme la tutela di sua figlia e il mantenimento di un equilibrio familiare possibile.

La domanda che si pone, se e in che misura i vissuti legati all’identità possano intrecciarsi con la neurodivergenza e con le difficoltà relazionali sperimentate nel tempo, è una domanda clinicamente fondata. In adolescenti con ADHD, disprassia e tratti dello spettro autistico, il tema dell’identità (non solo di genere, ma dell’identità in senso ampio) può assumere contorni più rigidi, dicotomici o assoluti, soprattutto quando esiste una lunga storia di sentirsi fuori posto , non compresi o in difficoltà nel rapporto con gli altri. Questo non invalida né banalizza il disagio espresso, ma rende ancora più indicato un percorso di approfondimento specialistico che aiuti a distinguere, senza fretta, tra bisogni evolutivi, vissuti identitari e tentativi di dare coerenza a una sofferenza più ampia.

Proprio in questa direzione, la sua scelta di pensare a un lavoro parallelo con uno specialista competente in ambito di identità di genere non appare affrettata né ideologica, ma orientata alla cautela e alla responsabilità clinica: non per decidere , bensì per comprendere. Un percorso di questo tipo non ha come obiettivo quello di arrivare rapidamente a una definizione, ma di offrire uno spazio strutturato in cui l’adolescente possa esplorare se stessa in modo graduale, sostenuto e consapevole.

Rispetto al timore legato alla reazione del padre, dal suo racconto emerge una storia già segnata da ripetuti ostacoli all’accesso alle cure, con conseguenze emotive significative per sua figlia. Il fatto che in passato il rifiuto del supporto psicologico abbia contribuito a un crollo così grave è un elemento che, dal punto di vista clinico, non può essere ignorato. Quando la pace familiare viene mantenuta al prezzo del benessere psicologico di un minore, rischia di trasformarsi in un equilibrio solo apparente.

Comprensibilmente lei si interroga su cosa potrebbe accadere qualora il padre partecipasse inizialmente al consulto per poi ritirare il consenso, come già avvenuto in passato. Dal punto di vista psicologico, è importante riconoscere che quando il rifiuto reiterato dell’accesso a percorsi di supporto ha già avuto conseguenze significative sul benessere emotivo di un’adolescente, la questione non riguarda più soltanto la dimensione educativa o relazionale tra adulti, ma chiama in causa la tutela della salute psicologica.

Questo non significa forzare decisioni né escludere la figura paterna, ma chiarire che il bisogno di ascolto e accompagnamento psicologico non può essere trattato come un tema continuamente rimandabile per evitare il conflitto. In questi casi diventa fondamentale che la valutazione e l’orientamento vengano condivisi e sostenuti da professionisti, così che le scelte possano maturare all’interno di un quadro clinico chiaro, tutelante e rispettoso dei ruoli e delle responsabilità genitoriali.

Un passaggio importante, anche per lei, è non restare sola nel ruolo di mediatrice. Il confronto diretto con i professionisti coinvolti (terapeuta, eventuale specialista) può aiutarla a chiarire i margini di intervento, le responsabilità genitoriali e le modalità più adeguate di tutela, senza che questo venga vissuto come uno scontro, ma come una presa di responsabilità adulta orientata alla salute.

Sua figlia è ora in un’età in cui percepisce le divergenze tra i genitori. Più che proteggerla dall’esistenza di queste differenze, può essere protettivo evitare che passi il messaggio implicito che il suo stare male debba essere messo in secondo piano per non disturbare gli equilibri. Sentirsi ascoltata e prioritaria rispetto alle paure degli adulti rappresenta, di per sé, un fattore di protezione significativo.

Da quanto emerge, non sembra che stia correndo troppo , ma che stia cercando di non ripetere oggi ciò che in passato ha avuto costi emotivi elevati. Dare spazio a un percorso di comprensione, mantenendo gradualità e supervisione clinica, non chiude possibilità future, ma consente di affrontarle con maggiore solidità e minor rischio di nuove fratture.

Un cordiale saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
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