Utente 215XXX
Come ho scritto in consulti precedenti, sto seguendo una psicoterapia psicoanalitica da un anno e mezzo abbondante.
Ho iniziato questo percorso sapendo solo di avere dei problemi col cibo e di non stare bene. Non mi rendevo completamente conto del mio isolamento e delle mie difficoltà a stare con gli altri.

Da pochi giorni ho preso in affitto un appartamento perché, continuare a vivere dove vivevo, mi era insopportabile. E lo consideravo un aggravamento del blocco totale che già avevo.
Pur con fatica e molto poco convinta, ho abbandonato la mia stanza-prigione ed ora vivo da sola.

L'unico problema è che non lavoro, non studio, non parlo con nessuno, non frequento nemmeno lontanamente nessuno (ad eccezione dello psicoterapeuta e di mia madre), né ha intenzione di nascere in me il desiderio di imparare a fare qualsiasi di queste azioni.
Pago e pagherò ciò che devo, grazie ad un tot di denaro che ho via. Finché durerà.

Ora sta vincendo la parte di me a cui sembra non importante niente di nulla.
Ma temo il mio isolamento. Temo la mia anestetizzazione.

Mia madre sta cadendo definitivamente dal pero e si sta accorgendo di più delle mie difficoltà. Si sta muovendo per venirmi incontro, ma sento che lo sta facendo nel modo sbagliato.
Chiama lo psicoterapeuta. Vuole iniziare un percorso di aiuto psicologico, ma questo mi coinvolge troppo, sconvolgendomi. Non riuscirei a reggere nuove persone, ora. Non riesco sicuramente a reggere una "coralità familiare", ora.
Voglio pensare al mio percorso individuale, che già sto facendo, e basta.

Il fatto è che mia madre si è rivolta principalmente ad uno psichiatra, esperto di problemi alimentari.
Nella mia testa - se immagino ciò come una cosa che gestisco io, senza intrusioni così potenti da parte dei miei genitori - potrei pensare che sia giusto avere un supporto in più che curi la parte alimentare, oltre a continuare la psicoterapia che già sto facendo. E' davvero giusto? O si mischiano le cose?

Scusate. Forse è più uno sfogo che altro. Ma ho bisogno di mettere in ordine i pensieri vuoti e penso di non riuscire a resistere fino alla prossima seduta.
Non posso parlare con nessun altro. Sento il vuoto e ho bisogno di parole.

[#1]  
Dr.ssa Federica Meriggioli

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Gentile ragazza,
anche rileggendo le sue richieste precedenti di consulto sembra che lei si trovi bloccata in questa sensazione di essere fuori dal mondo e bloccata nella possibilità di comunnicare.

In realtà, però, riesce ad esprimere il suo malessere qui e anche con il suo terapeuta.
Probabilmente dovrebbe condividere con lui le sensazioni che prova e le emozioni associate, anche esprimendole così come le vengono alla mente, senza per forza un ordine logico e lasciando fluire il pensiero. Sarà poi nel corso della terapia che andrà ricercato un significato a questa sua condizione.

Rspetto all'affiancare altri percorsi a quello che già ha iniziato è difficile risponderle da qui; sarebbe più opportuno che ne parlasse con lo psicoterapeuta in modo tale da inquadrare la sua richiesta nel suo percorso individuale.


Cordiali saluti
Dr.ssa Federica Meriggioli
Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento Psicoanalitico
f.meriggioli@gmail.com www.federicameriggioli.com

[#2]  
Dr.ssa Angela Pileci

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"...senza intrusioni così potenti da parte dei miei genitori..."

Gentile ragazza, dopo oltre un anno di psicoterapia, spero che ti sia chiaro il funzionamento e le dinamiche all'interno della tua famiglia.
Se ho capito bene tua mamma si è rivolta ad un altro specialista e comunque il tuo terapeuta è tenuto al segreto professionale stretto.

Anch'io credo che tu debba parlare di tutto questo con il tuo terapeuta. Come ti trovi con lui? Quali obiettivi sono stati raggiunti durante il percorso?
Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica

[#3]  
Dr.ssa Cristina Di Fonzo

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Gentile ragazza,
le manifesto la mia comprensione e vicinanza per quanto sta vivendo.
Anche se, come lei afferma, per ora non si sente di coinvolgere la sua famiglia in un percorso che sente di dover fare da sola con il suo psicoterapeuta, in casi come il suo sarebbe davvero opportuno intraprendere anche una psicoterapia di tipo familiare (sistemico-relazionale). Tante volte l'origine del nostro male va ricondotto nelle dinamiche relazionali familiari in cui si è invischiati, che hanno un legame anche con le generazioni precedenti. Non viviamo soli: anche quando ci isoliamo siamo parte di un sistema familiare e di altri più ampii (come quello sociale). Le sue problematiche, i suoi sintomi, possono avere un senso se inquadrate nel contesto più vasto in cui è nata e cresciuta, potrebbero avere una funzione ben precisa....Per questo e altri motivi il mio consiglio è di cominciare a considerare l'ipotesi di andare in terapia con tutti i suoi familiari, affiancando questo percorso alla psicoterapia individuale che lei già fa. Conosco diverse persone che l'hanno fatto, anche con problematiche di tipo alimentari o di tipo psicotico, e ne hanno tratto grande beneficio. Mi faccia sapere cosa ne pensa, cari saluti.
Dr.ssa Cristina  Di Fonzo
Psicologa Psicoterapeuta- Sassari

[#4] dopo  
Utente 215XXX

Io mi sento quasi completamente fuori dal mondo, e parlare, comunicare, è faticosissimo.
Ancora adesso, sono frequenti i momenti in cui temo di non riuscire a raccontarmi, durante le sedute. E' una cosa che temo e che, comunque, spesso avviene anche.
E' come se non ci fossi, dentro i miei pensieri, dentro di me. Si annebbia tutto, non m'importa di nulla.
Di questo si è comunque parlato, delle volte, durante le sedute.

Con lo psicoterapeuta mi trovo bene. Non ho mai avuto sentimenti di rifiuto. E, anzi, alcune volte mi viene da piangere, se penso a quanto abbia bisogno della sua presenza dentro di me.

Vorrei solo riuscire a far fluire la comunicazione in maniera più chiara. Ma mi sento sempre incapsulata.
Anche da vostre domande ricevute qua, o da frasi che dice mia madre, è come se ci dovessero essere delle cose automatiche, nel rapporto terapeutico, che a me non appartengono. Nel senso che non è cosa così ovvia per me fare domande, ricevere risposte e comprendere, comprendere ciò che avviene, tenere i fili della terapia.

Poi qua ogni giorno è uguale all'altro. Sto perdendo pian piano il controllo su tutto e quasi non me ne rendo conto.

Non riesco a pensare ad un (ri)avvicinamento alla mia famiglia, ora. Ci sono appena fuggita, trasferendomi.
Sento che mio padre è la causa di tante cose. E i suoi cambiamenti di scena mi confondono, rendendo la mia sofferenza silenziosa, che va e viene, ancora più senza senso.

Come ho scritto più su, vedo lo psicoterapeuta come una mano in mezzo al mare, dentro cui annaspo. Però la vedo e basta, non riesco ad afferrarla del tutto.
Anche se vorrei.
Non riesco a seguire un filo di cose, durante le varie sedute. Ogni volta sembra tutto ruotare intorno al mio blocco totale, con qualche nuovo argomento che salta fuori ogni tanto, ma che rimane sul generico, a titolo.

Non ci capisco nulla.

[#5]  
Dr.ssa Angela Pileci

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SESTO SAN GIOVANNI (MI)
MONZA (MB)

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Iscritto dal 2009
"Sto perdendo pian piano il controllo su tutto e quasi non me ne rendo conto".

Gentile ragazza, in una psicoterapia è necessario destrutturare per poter poi mettere ordine e ristrutturare in maniera sensata.
Hai parlato con il terapeuta di come ti senti, della sensazione di perdita di controllo?

Per quanto riguarda l'immagine che utilizzi per descriverci la relazione terapeutica, penso sia una buona relazione. Non avere fretta di afferrare completamente la mano del terapeuta; è chiaro che ti senti male, ma devi restare calma e avere la fiducia per poter afferrare quella mano. In caso contrario continuerai ad agitarti, senza poter afferrare l'aiuto e uscire dall'acqua.

Saluti,
Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica