Abbandonare una terapia dopo due anni infruttuosi?

Salve a tutti, vi scrivo per un parere difficile, ma cercherò di essere il più sintetico e chiaro possibile.
Ho 37 anni e da settembre del 2014 ho iniziato una psicoterapia da uno psichiatra psicoterapeuta adleriano abbastanza conosciuto nella mia città (Torino). Premetto che ero molto diffidente a rivolgermi ad uno psichiatra invece che ad uno psicologo, e ho scelto questo terapeuta solo perché un mio conoscente fidato me lo aveva indicato come possibilità.
Ho sempre effettuato una seduta a settimana, ed ho continuamente messo in crisi la terapia perché non ho mai sentito, in quasi due anni, che questo terapeuta mi abbia “agganciato” in qualche modo.
Nonostante la sua fama (ed il suo costo), non ho di lui una grande considerazione, e ormai negli ultimi quattro mesi la maggior parte delle sedute passa o in silenzio o con continue ripetizioni, da parte sua, di spiegoni da “manuale dello psichiatra” sul perché continuare la terapia.
Tutto questo glie l’ho già detto apertamente, esponendo più e più volte tutti i miei dubbi e la mia frustrazione, compresa l’opinione che ho sull’errore che ho fatto buttando quasi 7000 euro nella sua terapia invece che spenderli in altro.
Ultimamente mi sono anche sentito dire frasi veramente banali, tipo: -io non posso mica farle cambiare idea- o -non posso fare nulla per farle cambiare il modo di vedere le cose- e allora a cosa serve andare da un terapeuta se non per cambiare un punto di vista che ci inchioda o cercare di vedere le cose senza una distorsione che ci infliggiamo?
Non posso sintetizzare il motivo che mi ha portato ad andare in terapia, solo per fare un quadro completo al terapeuta mi ci sono volute più o meno 50 sedute, e non lo ripeterei mai! Anche volendo non avrei i soldi per farlo.
Un mese fa ho chiesto, vista l’assenza di risultati, di fare un punto e di stabilire un limite oltre il quale abbandonare. Mi è stato risposto, come alla seduta introduttiva, 40 sedute. Una risposta “da sportello della Asl”, come gli ho fatto notare. Secondo lui -è un modulo che in genere funziona-. Risposta da me ritenuta agghiacciante. Un approccio quanto più lontano ad una visione personalizzata di un percorso terapeutico.
Ho quindi cercato più e più volte di scegliere con lui cosa fare, ma ora mi trovo nella paradossale situazione di dover andare da un altro psicoterapeuta per decidere se continuare la psicoterapia! Allucinate!
Da come la vedo io lui tira solo acqua al suo mulino e nonostante la reputazione e la cattedra in facoltà di psicologia di Torino non è assolutamente un terapeuta valido.
Rimpiango la scelta, anche perché ho vissuto già un fallimento a 20 anni con un terapeuta cognitivista ( nominativo oscurato dallo staff ) che, dopo un anno di terapia, ha dichiarato che io ero una persona troppo complessa per lui e che non poteva più aiutarmi. Almeno lui è stato intellettualmente onesto ed ha riconosciuto i suoi limiti.
Grazie per aver letto il lungo post e per gli eventuali consigli.
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dopo
Dr.ssa Laura Rinella Psicologo, Psicoterapeuta 6,3k 119 7
Gentile Utente,
le rispondo in linea generale non conoscendo personalmente il suo caso né potendo entrare in merito a un percorso psicoterapeutico da qui.
La decisione di interrompere un percorso può essere presa dal paziente in qualsiasi momento comunicandolo al proprio terapeuta o da quest'uiltimo se ritiene che questa sia infruttuosa.
Prima di decidere sarebbe bene discutere con il proprio curante dubbi e perplessità in merito al percorso.
Opportuna una seduta conclusiva per dare un senso al percorso fatto quando si decide di interrompere.

Importante durante una psicoterapia l'alleanza terapeutica,cioè quel clima di mutua fiducia e collaborazione che consente di lavorare in modo efficace.

Cordialità

Dr.ssa Laura Rinella
Psicologa Psicoterapeuta
www.psicologiabenessereonline.it

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Dr. Armando De Vincentiis Psicologo, Psicoterapeuta 7,2k 225 108
gentile utente il mio punto di vista è questo, dopo già qualche mese privo di risultati è bene cambiare!
legga questo
https://www.medicitalia.it/blog/psicologia/4088-quando-il-paziente-si-allea-con-la-propria-malattia.html

Dr. Armando De Vincentiis
Psicologo-Psicoterapeuta
www.psicoterapiataranto.it
https://www.facebook.com/groups/316311005059257/?ref=bookmarks

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dopo
Utente
Utente
Vi ringrazio per le risposte.
Sono molto frustrato per questa situazione e vorrei poterne venire a capo con il terapeuta, ma come ho già detto i miei molteplici tentativi sono falliti.
La cosa che mi fa stare peggio è che dopo tutto questo tempo e questi soldi sprecati tornerò ad essere da solo e nella stessa identica situazione di prima.
Non intendo certamente iniziare una nuova terapia, sia perchè non posso ricominciare tutto daccapo un'altra volta mettendoci un anno solo per ricostruire la mia situazione sia perchè il portafogli si è svuotato.
Mi rincresce che questa persona non avrà una sola conseguenza professionale ed economica per il suo totale fallimento.
Quanto all'etica paziente- dottore, non mi faccio nessuno scrupolo a sparire senza nemmeno comunicarglielo, gli ho dato migliaia di euro e non mi sentirò certo in difetto morale!
Ha i miai soldi come congedo.
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Dr. Armando De Vincentiis Psicologo, Psicoterapeuta 7,2k 225 108
(...)Non intendo certamente iniziare una nuova terapia, sia perchè non posso ricominciare tutto daccapo (..)
gentile utente non è necessario riprendere un percorso simile al primo, ci sono terapie focalizzate e orientate alla soluzione del problema come le brevi strategiche.
saluti
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dopo
Utente
Utente
Gentile dott. De Vincentiis, sono consapevole dell'esistenza di svariate tipologie ed approcci di psicoterapia, ma il mio attuale terapeuta è docente di "Teorie e tecniche della Psicoterapia breve" alla facoltà di Psicologia dell'Università di Torino, e lui stesso ha constatato l'impossibilità di una terapia di breve periodo nel mio caso.
Al contrario di un percorso breve rimpiango di non aver scelto la psicoanalisi invece della psicoterapia, ma come dicevo non intendo ricominciare tutto daccapo.
Riguardo al "problema", è proprio per delineare la situazione che ci ho messo così tanto, la cosa è complessa, e non semplificabile ad un solo ostacolo da superare.
Quello che non sono in grado di capire da solo è se sono arrivato o no ad un punto dove continuare sarebbe completamente inutile. Dal mio punto di vista sì, ma non posso saperlo con sicurezza.
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Attivo dal 2016 al 2019
Psicologo
Gentile utente,
la domanda che dovrebbe farsi non è "abbandono o non abbandono?" ma "perché non ho abbandonato?". Che rapporto ha lei con i legami? Che rapporto ha con le separazioni? Che rapporto ha lei con la dipendenza? Che rapporto ha lei con le figure di potere? Sono decine le domande che dovrebbe farsi. L'unica che si fa contiene già la risposta in sé e lei lo sa benissimo.
Onestamente non credo nelle terapie brevi, ma credo nelle buone terapie (che possono essere più brevi o più lunghe, non conta la durata). Ma ciò che è davvero terapeutico non sono le nozioni che si trasmettono, non sono il sapere enciclopedico, non sono le teorie che si conoscono. Ciò che cura davvero (ed è quindi terapeutica) è la relazione, cosa che tra lei e il suo terapeuta non esiste proprio.
In bocca al lupo.
[#7]
dopo
Utente
Utente
Dr. Giordano la ringrazio per la risposta.
Alcune delle domande che mi ha suggerito me le sono poste, sia durante la terapia che ora, altre no, e sono delle importanti domande. Che non siano venute fuori dopo un periodo considerevole di terapia è già una cosa significativa, a parer mio.
Riguardo al perché non ho ancora abbandonato, le risposte che riesco a darmi sono:
- non voglio tornare ed essere completamente in balia di me stesso (ma è una risposta "farlocca", perché a quanto pare già lo sono)
- non voglio buttare via l'intera terapia e i soldi che ho speso, sarebbe stato tutto inutile
- non sono certo di fare la cosa giusta, forse mi sbaglio e non sono in grado di giudicare
- la mia vita è costellata di fallimenti e di cose interrotte senza aver raggiunto nessun risultato e nessun traguardo, questa sarebbe l'ennesima sconfitta e non so che cos'altro fare

Come ho detto non comincerò un'altra terapia, non ce la farei a ricominciare tutto daccapo e non ho i soldi per farlo.
Se ci fosse un lupo nella bocca mi ci butterei io...
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Attivo dal 2016 al 2019
Psicologo
Purtroppo non so cosa dirle. Mettere il limite del "non comincerò un'altra terapia, non ce la farei a ricominciare tutto daccapo e non ho i soldi per farlo" lascia poco spazio a qualsiasi proposta.
Se può servirle, non tutti gli psicoterapeuti sono cari e ciò non vuol dire che siano meno bravi (e credo questo l'abbia capito a sue spese).
Per quanto riguarda la bocca del lupo, credo che non esista posto più sicuro al mondo, considerando che i lupi in bocca ci portano i propri cuccioli. L'in bocca al lupo dovrebbe essere un augurio a cui rispondere "lunga vita al lupo" e invece per qualche strana ragione vogliamo farli crepare.
Se ha bisogno, batta un colpo. Buona serata.
[#9]
dopo
Utente
Utente
Grazie ancora per la sua risposta dott. Giordano.
Dovrò prendere una decisione in questi giorni, vedrò...
Lei che orientamento psicoterapeutico ha?
Riguardo al considerare l'analisi invece che la terapia le sembra una cosa sensata?
Grazie ancora.
[#10]
dopo
Utente
Utente
Volevo aggiungere una breve nota conclusiva alla vicenda. Lunedì sono andato alla seduta di routine, dopo aver saltato due sedute, una per malattia ed una perché avevo bisogno di tempo per decidere il da farsi, ovviamente in entrambi i casi ho avvisato con largo anticipo che non mi sarei presentato.
Tutta un seduta spesa DI NUOVO sul continuare o no la terapia, sulle mie perplessità e difficoltà incontrate.
Nulla di concluso, ci siamo dati appuntamento al lunedì successivo, poiché non riuscivo a prendere una decisione e mi pareva di poter ancora trarre qualcosa da questo percorso.
Prima di salutarci mi viene comunicato che dovrò pagare la seduta alla quale non sono adato per mia deliberata scelta, perché "in un percorso terapeutico serio si fa così".
Ho cercato di argomentare la cosa, trovandola assurda, sopratutto nella mia condizione e viste le mie difficoltà nel continuare.
Niente da fare.
Ho deciso oggi di terminare così il rapporto, un "terapeuta" che pensa prima ai soldi e poi a chi segue non dovrebbe esercitare, secondo me.
( contenuto rimosso dallo staff di medicitalia.it )
Questo forum a parer mio deve essere d'aiuto anche nell'orientamento delle scelte, e sapere chi si deve evitare è fondamentale.
[#11]
Attivo dal 2016 al 2019
Psicologo
Carissimo, mi scuso per il ritardo nella risposta, ma non mi erano stati notificati ulteriori messaggi, ho scoperto quindi per caso i suoi due messaggi dopo il mio.
Io ho un orientamento sistemico-relazionale (che ha le sue basi anche nella psicoanalisi, ma nei suoi sviluppi in direzione relazionale), per questo le facevo domande su che significato avesse ad esempio l'abbandono nella sua vita. A differenza di altre psicoterapie (o anche della psicoanalisi classica), credo sia importante comprendere come ci muoviamo nelle relazioni, dove abbiamo imparato a comportarci in questo modo, il nostro ruolo nella nostra famiglia e di conseguenza il nostro ruolo nella società.
Mi fa piacere sapere che finalmente una decisione l'ha presa, ma non mi sento di giudicare il collega, perché non lo conosco e poi la psicoterapia è un vestito che deve andarci comodo, non tutti gli approcci vanno bene per tutti e lo stesso dicasi della persona che sta dietro lo psicoterapeuta. La relazione (vede, è un concetto quello della relazione di cui non si può fare a meno) stessa con lo psicoterapeuta non è necessariamente facile, va costruita su presupposti che evidentemente tra voi due non c'erano. Per quanto riguarda il pagare le sedute non effettuate, è a discrezione del terapeuta, che può essere più o meno flessibile. E' ovviamente una cosa che va stabilita e spiegata all'inizio della terapia, anche questo entra nella relazione e la descrive.
[#12]
dopo
Utente
Utente
Purtroppo dopo la fine della terapia ho un forte risentimento nei confronti di questo terapeuta, ho anche sentito un avvocato per capire se fargli causa in qualche modo. Non mi va giù l'aver perso un'opportunità e tutti i soldi che ho speso inutilmente.
Per il resto le cose stanno degenerando, ho perso il lavoro e sto praticamente sempre in casa a dormire o rannicchiato nel letto, ho "paura" di alzarmi perché non so che fare. Ho passato momenti molto brutti in passato e temo che la cosa ora diverrà peggiore.
Non tenterò un'altra terapia perché non voglio ricominciare tutto da capo, come ho fatto per tanti altri aspetti della mia vita.
Non so cosa fare con gli psicofarmaci che il precedente terapeuta mi aveva prescritto, ormai non mi giovano più in alcun modo.
Assumo dosi sempr più consostenti di Tramadolo Cloridrato, l'unica cosa che riesce a tirarmi fuori dallo stato mentale in cui mi trovo, anche se per poche ore.
Non mi importa delle conseguenze sulla salute, ho avuto idee suicidarie tutta la vita e ormai fanno parte di me, il problema sarebbe continuare a vivere così, non morire.
Ho fatto un errore a rivolgermi alla terapia e non all'analisi, ero partito dall'idea della psicoanalisi Junghiana e sono finito con la terapia psicodinamica adleriana... che scelta stupida che ho fatto!
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Dr. Roberto Callina Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 1,3k 32 8
Caro Utente,

è certamente comprensibile la sua reazione di risentimento nei confronti del Collega, visto che non ha avuto risultati apprezzabili; ritengo, tuttavia, che ogni percorso di psicoterapia sia un'esperienza unica e irripetibile, così come lo sono i pazienti, i terapeuti e le persone in genere.

E' per tale motivo che non tutte le terapie funzionano per tutti i pazienti ma, soprattutto, non tutti i pazienti funzionano *con* tutti i terapeuti e viceversa.

E' un dato condiviso dalla comunità scientifica che la relazione che si crea tra paziente e terapeuta rappresenta un fattore di cura trasversale a tutte le terapie ed è fondamentale per il buon esito della terapia stessa.
Da quanto scrive, sembra evidente che la relazione tra lei ed il suo ex terapeuta non abbia funzionato; ciò che forse si può imputare al Collega è la leggerezza di non aver compreso che lei abbia <<continuamente messo in crisi la terapia perché non>> ha <<mai sentito, in quasi due anni, che questo terapeuta>> l'<<abbia “agganciato” in qualche modo>>.
Difficile, se non impossibile, però, poter entrare nel merito del suo percorso, da qui, senza averlo vissuto da protagonista.

Non si faccia però ingannare dalle etichette (psicoanalisi, psicanalisi, psicoterapia, etc.).
L'approccio adleriano è un approccio valido quanto altri e condivide con l'approccio junghiano, la visione psicodinamica della personalità, e quindi della patologia.

Ciò che mi rattrista è percepire il suo scoraggiamento, sentire che in lei non ci sia più la voglia di lottare, la volontà di trovare una soluzione che non sia solo un oppioide.

Il consiglio che mi sento di darle è di non interrompere la terapia psicofarmacologica che le è stata prescritta. Si rivolga almeno al suo medico di base che potrà aiutarla a gestire uno scalaggio adeguato.

Per quanto possibile, a distanza, resto in ascolto per ogni altra sua domanda o anche solo per uno sfogo.

Un caro saluto

Dr. Roberto Callina - Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo
Specialista in psicoterapia dinamica - Milano
www.robertocallina.com

[#14]
Attivo dal 2016 al 2019
Psicologo
Concordo col collega sul non abbandonare la terapia farmacologica, che si basa su importanti bilanciamenti di dosaggi e interromperla può portare a farla sentire peggio di come stava prima di iniziare ad assumere quei farmaci. Chieda consiglio al suo medico.
Mi domando poi se lei è capace di separarsi, cosa che le avevo già chiesto tempo addietro. Anche nella separazione dal suo terapeuta (che in realtà definirei "suo psichiatra" dal momento che non le è stato terapeutico né avete costruito una relazione terapeutica) sembra che ha difficoltà a separarsi. Quel risentimento di cui parla è comunque un modo per restare legato a lui. Così come il rifiuto dei farmaci che rappresentano in fondo l'unica cosa che le ha dato.
Si faccia forza, possediamo più risorse di quante ne vediamo.
[#15]
dopo
Utente
Utente
Grazie per le gentili risposte, ma non credo più alla "lotta" come soluzione di qualcosa.
La soluzione può semplicemente non esserci. Così come non c'è modo di guarire da alcune malattie fisiche può essere ugualmente impossibile equilibrare situazioni squilibrate e distorte che durano praticamente da una vita.
I farmaci che prendo sono il Cymbalta, 60 mg al mattino, che praticamente non mi da più nessun giovamento, e una compressa da 10 mg di Ritzen la sera. Sono io che ho voluto rimanere su questo dosaggio di ansiolitico, il terapeuta da "bravo psichiatra" mi avrebbe imbottito in maniera crescente. A marzo dell'anno scorso ero arrivato a 45 gocce di En la sera senza effetti, dormivo due ore a notte, e lo psichiatra mi aveva prescritto 20 gocce di Talofen due volte al giorno!
Combinazione in quel periodo ho fatto una visita neurologica a Torino per continue emicranie, e la neurologa, sentendo del Talofen, era rimasta molto perplessa.
Quando ho fatto notare la cosa, sottolineando come stessi male e il parere negativo della nuerologa, la risposta è stata: -I neurologi non capiscono niente!-
No, GLI PSICHIATRI NON CAPISCONO NIENTE!!!

Questa è l'unica cosa che ho concluso da questa inutile e dannosa esperienza. Alla larga... chissà quanti danni fanno questi macellai. Vergogna!
A parte questa mia opinione in questi giorni mi è impossibile fare qualsiasi cosa, dormo quasi tutto il giorno, se sono sveglio ho una costante sensazione di malessere e irrequietezza.
Riguardo al contramal, non lo prendo tutti i giorni, ma è l'unica cosa che mi fa uscire da questo stato di apatia nevrotica.

Non vedo cosa io possa fare, di certo la soluzione non è in uno psicologo.

[#16]
Dr. Roberto Callina Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 1,3k 32 8
Caro Utente,

accolgo anche questo suo sfogo, dettato probabilmente dal suo comprensibile risentimento.

Tuttavia, non credo si possano condannare tutti gli psichiatri solo perché lei ha avuto una esperienza negativa.

Ci sono bravi psichiatri che spesso collaborano con noi psicoterapeuti e, grazie al farmaco, ci consentono di fare grandi progressi nella terapia psicologica.

Io non conosco la sua situazione, quali siano i complessi motivi cui accenna che le hanno fatto intraprendere un percorso psicoterapico, ma la invito nuovamente a riflettere sul fatto che potrebbe esserci una via d'uscita.
Oggigiorno molti disturbi psichiatrici, anche gravi, e/o psicologici, si possono curare, a differenza di quanto avveniva un tempo.

È evidente che lei non sia contento della situazione che vive; perché allora non provare a cambiarla?
Cos'ha da perdere?
Ci sono anche servizi di sanità pubblica presso cui potrà trovare ascolto e provare a dare una svolta alla sua vita.

Le auguro davvero che possa trovare la forza di farsi aiutare.

Restiamo in ascolto.

Un caro saluto
[#17]
dopo
Utente
Utente
Ad oggi la situazione non è cambiata, anzi è diventata sempre più insopportabile.
Non vedo altro modo di smettere di stare male oltre all'uccidermi. So che moti lo dicono e non lo pensano, ma il mio è un ragionamento lucido: tutti muoiono, anche io morirò, posso solo decidere se decadere fino alla mia morte naturale, magari facendo pure del male agli altri, oppure evitarmi una discesa in un abisso che consumerà ogni cosa di me.
I cosiddetti disturbi psichiatrici non esistono. Esiste la vita, che per alcuno VA MALE. ci sono persone che sono più sensibili di altre, è questo per alcuni è una condanna. Ogni cosa diventa sofferenza, ogni interazione, ogni sensazione, ogni osservazione. Questo non è un disturbo, è il modo in cui sono fatto. Molte cose saranno dipese da me, altre no, ma il risultato è questo.
gli psicofarmaci non servono a nulla, aiutano solo il terapeuta a dare l'illusione al suo "paziente" che le cose vanno meglio, così continuerà a dargli fiducia, ma in realtà nulla va meglio, è solo tutto altreato come quando si prende una droga.
Penso che quasi nessuno di quelli che leggeranno queste righe sarà in grado di immaginare quello che sento io ogni giorno, ma semplicemente sono così e tutto è andato (o l'ho fatto andare) storto, per cui la vita nella quale mi trovo porta il mio essere fatto in questo modo a trasformarsi in una dannazione.
spero di trovare il coraggio di morore, perché uccidersi NON è un gesto di vigliaccheria, ci vuole CORAGGIO a farlo, molto più coraggio che a lasciarsi vivere o a prendere una pasticca.
Le persone (poche) che i vogliono bene capiranno, le altre... non mi importa di loro. Non posso vivere per non dare dispiacere ad altri. Spero di non essere più qui presto. Non so che altro scrivere, solo che i vostri incasellamenti da routine, da psicologo, da psichiatra, da terapeuta a volte si inceppano, NON FUNZIONANO. Io sono uno di quei casi. Non avete la verità in tasca e non potete dire che potrei essere aiutato. Non lo sapete. Riconoscete questo enorme limite. Le persone come me esistono, e voi non le potete aiutare.
[#18]
Dr.ssa Francesca Lifranchi Psicologo, Psicoterapeuta 31 4
Buonasera,
mi spiace molto per la sua sofferenza e per il fatto che non abbia trovato qualcuno in grado di aiutarla.
Sicuramente il suo malessere è talmente forte e profondo che qui su internet non è possibile affrontarlo.

Concordo con alcune cose che ha scritto e in particolare con queste affermazioni
> Non posso vivere per non dare dispiacere ad altri.

Sicuramente ognuno deve trovare la forza e la voglia di vivere perchè lo vuole, non per gli altri... come rispetto al fatto di iniziare la psicoterapia lo si deve volere per se stessi non perchè lo vogliono e lo dicono altri.

>Le persone come me esistono, e voi non le potete aiutare.

E' assolutamente vero, non si può aiutare tutti... magari ha conosciuto nella sua vita persone con deliri di onnipotenza o ego spropositati che si credono bravissimi e in grado di aiutare tutti, ma non siamo tutti così.

Io credo che affinchè un percorso di psicoterapia funzioni, sia necessario innanzitutto che la persona voglia essere aiutata, e soprattutto la cosa fondamentale in questo campo è la relazione paziente - terapeuta che si viene a creare. Al di là degli approcci e delle tecniche che sono tante, e con cui capisco che ci si può perdere... bisogna trovare la persona "giusta", quella con cui ci si trova bene, in grado di farci provare delle cose che non abbiamo mai provato.

Rispetto a quando dice:
>>> Questo non è un disturbo, è il modo in cui sono fatto.
La psicoterapia serve proprio per cambiare il modo in cui si è fatti... e attenzione bene sto parlando di psicoterapia non sto parlando di farmaci.

Ora come ha scritto, molto probabilmente non c'è niente che possa scriverle per farle cambiare idea... la sua vita deve essere stata molto difficile e dolorosa, ha avuto la forza di chiedere aiuto (cosa anche questa non facile) ed è stato peggio e si sente come se fosse in un tunnel chiuso da cui non c'è una via di uscita se non quella di porre fine alle sue sofferenze.

Ma perchè scriverci? Forse come "attacco" alla categoria, vista l'esperienza negativa che ha avuto... ma io credo e spero che sia perchè dentro di lei, ci sia rimasta ancora una scintilla di voglia di vivere che l'ha spinta nonostante tutto a chiedere qui ancora un piccolo aiuto, una piccola spinta.

Si attacchi a questa scintilla e faccia riaccendere un po' la speranza che le darà la forza di non arrendersi e di cercare quella persona "giusta" in grado di accompagnarla fuori dal tunnel nero senza uscita.

Spero di ricevere tra un po' di tempo sue notizie che ha trovato quella persona!

Dr.ssa Francesca Lifranchi
Psicologa, Psicoterapeuta

[#19]
dopo
Utente
Utente
Ovviamente questo è un attacco alla categoria.
Non dovreste essere orgogliosi di appartenere a questa "categoria".
Siete dei falsi guaritori, degli spacciatori che invece di droga spacciano "sedute" dove state, appunto, seduti ad ascoltare una persona che vi parla, facendo assolutamente NULLA e guadagnando anche 2 euro al minuto (come il "luminare" che ho avuto la fortuna di incontrare)!
E la cosa peggiore è che non avete nessuna responsabilità, non conoscete fallimento, perché l'unico che fallisce è il paziente, che si è affidato a voi e poi resta solo e impoverito, in tutti i sensi.
La psicoterapia è una delle più grandi menzogne che sono state inventate negli ultimi due secoli, e voi siete gli esponenti di questa menzogna.
In qualsiasi altro lavoro, tranne quello del medico forse, un mancato raggiungimento dell'obiettivo comporta anche un mancato guadagno, ma non nel vostro caso.
Vi prendere i meriti dei "vostri" successi, ma non avete demeriti materiali.
Io ho speso anni della mia vita, migliaia di euro (il "professionista" che ho incontrato grazie a me si può comprare l'equivalente di un'automobile, se vuole) e a nessuno frega dove sono finito o come sto.
Spero ardentemente che un giorno questa persona la paghi, perché non devo essere solo io a soffrire.
In quanto a lei, ha la presunzione di dirmi ancora che la soluzione siete voi! Quanta arroganza! Ma chi vi credete di essere? Non site la risposta a NIENTE!
Dovete solo ringraziare chi ha inventato gli psicofarmaci, perché grazie a quelli vi tenete i "pazienti".
Ora censurate pure il mio post, come avete censurato quello dove dicevo nome e cognome del furbacchione che mi ha "curato". Del resto siete una casta e dovete proteggervi fra di voi raccontando a tutti che siete, appunto, La risposta ai problemi.
Ma la realtà è che non riuscite nemmeno lontanamente a fare quello che senza dubbi sostenete di poter fare: aiutare la gente.
Congratulazioni.
[#20]
Dr.ssa Sabrina Camplone Psicologo, Psicoterapeuta 4,9k 86 99



"ho continuamente messo in crisi la terapia perché non ho mai sentito, in quasi due anni, che questo terapeuta mi abbia “agganciato” in qualche modo. "


Gent.le Utente,
i processi di cambiamento passano attraverso l'assunzione di responsabilità verso se stessi non attraverso la delega al farmaco o allo specialista, nessuno l'ha accompagnata di forza i alle sedute ogni volta lei ha fatto una scelta ma non è sufficiente andare fisicamente da uno psicoterapeuta e aspettarsi di essere "agganciati", allora si che saremmo degli imbonitori.
E' necessario un coinvolgimento attivo da parte del cliente e sopratutto vanno affrontate le resistenze al cambiamento che inevitabilmente affiorano in un percorso terapeutico, ma ciò è possibile se vi un'alleanza terapeutica diversamente non si va da nessuna parte.
L'aspetto che le ha creato difficoltà a interrompere questo percorso è proprio l'atteggiamento di delega verso lo specialista che ora non a caso alimenta il suo risentimento ma è proprio l'aspetto che interferisce con la possibilità di avviare un reale processo di cambiamento.

Riguardo all'efficacia della psicoterapia, mi sento in dovere di risponderle anche per rispetto all'utenza che ci legge e che merita di ricevere informazioni corrette ma preferisco rinviarla ad uno studioso autorevole che da anni fa ricerca relativa fattori di efficacia in psicoterapia.

"Lo stesso Kandel, e la ricerca neuroscientifica attuale, ha dimostrato che le psicoterapie agiscono sul funzionamento psicobiologico. Questa conclusione non ci sorprende, se è vero che l’assetto biologico sorregge cognizioni, emozioni e comportamenti e dunque varia al variare di esso, in negativo o in positivo, e che l’aumento di complessità e ricchezza delle connessioni cerebrali e dei collegamenti tra gli emisferi cerebrali e tra le aree funzionali – che la terapia può favorire – corrisponde ad un migliore stato di salute mentale.

La plasticità neuronale e le variazioni epigenetiche (di cui tanto si parla oggi come nuova frontiera delle neuroscienze) consentono possibilità di ristrutturazioni del sistema biologico che la psicoterapia può attivare, al pari dei farmaci ed anzi con effetti più a lungo termine: permettono in definitiva che “il cervello cambi se stesso” come diceva Doidge nel titolo di un suo libro.

Dimostrata empiricamente l’ipotesi secondo cui l’attività terapeutica può cambiare le strutture cerebrali, non ci resta che concludere con LeDoux che essendo la psicoterapia un processo di apprendimento per i pazienti, è di conseguenza un modo di cambiare l’assetto delle connessioni cerebrali. "

http://www.psicologiafunzionale.it/sef/interviste/intervistiamo-il-prof-santo-di-nuovo-il-ruolo-tra-psicoterapia-e-medicina/

Dr.ssa SABRINA CAMPLONE
Psicologa-Psicoterapeuta Individuale e di Coppia a Pescara
www.psicologaapescara.it

[#21]
dopo
Utente
Utente
Se vado da un terapeuta è proprio perché non so cosa fare, non so come cambiare la mia vita, ho una visione che so essere distorta ma comunque è quella che ho.
Ci ho messo un anno di sedute solo a fare un quadro il più possibile accurato, ho pagato questa persona 100 euro alla settimana e secondo lei, se ho capito bene, io dovevo fare qualcosa? E cosa? Allora lei stessa ammette che non avete un ruolo, se siamo "noi" che sbagliamo a rimetterci a voi!
Non riesco proprio a comprendere.
Perché costate così tanto se il lavore deve PARTIRE da chi si rivolge a voi? Il passo di riconoscere il bisogno di un aiuto, la scelta di aprirsi completamente impiegando tante risorse psicologiche quando se ne hanno così poche, queste sono già un atto di volontà. E ora mi sento dire che sono io che dovevo fare il lavoro? Ma allora cosa doveva fare il terapeuta?
Lui doveva indirizzarmi in questo lavoro su me stesso, lui doveva darmi degli spunti sui quali io potevo lavorare.
Mi dispiace ma trovo la sua affermazione alquanto discutibile, voi lavorate con la vita delle persone, ed alla fine non volete responsabilità se vi è un fallimento, quindi è sempre chi si rivolge a voi che commettere errori. Ma voi dovevare aiutarlo a non commettere errori.
Il suo massaggio in fondo è che le persone come me sono quindi irrimediabilmente sole e condannate?
La prego di risparmiarmi la filosofia e le citazioni affascinanti, ho passato e sto passando un periodo terribile, non credo che lei possa immaginare come ci si sente, e spero che non provi mai un a cosa del genere. Nessuno dovrebbe provarla.
Ed il suo intervento, a parte essere una difesa fine a sè stessa della categoria, non ammette alcun tipo di errore da parte di un suo collega, come altri terapeuti hanno ipotizzato negli interventi precedenti.
Lei ipotizza un mio atteggiamento nel corso di due anni di terapia senza sapere se in effetti è stato così o meno, ma la cosa non fa altro che colpevolizzare me per questo insuccesso, e negare quindi un vero rapporto con il terapeuta che non si è strutturato.
Le sue parole, in onestà, mi hanno fatto sentire ancora più solo, poiché mi confermano che solo io posso aiutarmi e non voi, e dato che non sono in grado di farlo sono finito.
[#22]
Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 298 182
>>> non ho mai sentito, in quasi due anni, che questo terapeuta mi abbia “agganciato” in qualche modo
>>>

Si figuri che in alcune forme di terapia si punta "all'aggancio" nel corso della prima seduta. A volte possono volercene una o due in più, ma l'ordine è quello. E se l'aggancio non avviene, di solito è anche inutile proseguire.

Ha ragione a dire che in alcuni casi la psicoterapia purtroppo non è efficace. Alcuni pazienti semplicemente non possono essere curati. Il primo terapeuta da cui è andato a 20 anni, dopo un anno ha riconosciuto che non era in grado di aiutarla e gliel'ha detto. Ma può bastare anche meno.

Però non è detto che nel suo caso debba essere sicuramente così. Sa come si dice, le apparenze ingannano, le mancanze confermano.

Per quanto riguarda l'analisi fallimentare di cui ci ha parlato, un non psicologo o un non paziente potrebbe essere duro e obiettarle: perché ha continuato ad andarci, se stava vedendo che non si sentiva neanche agganciato? Ma sappiamo bene, come psicologi, che la difficoltà a staccarsi dal terapeuta talvolta è parte del problema del paziente, e quindi si può creare un conflitto di interessi con il terapeuta. D'altra parte alcune forme di terapia sostengono che la brevità non deve essere un prerequisito e che risultati duraturi non possano essere ottenuti in breve tempo. Quindi è difficile che le dicano "non posso aiutarla".

Le terapie che si autodefiniscono "brevi" al contrario mettono le mani avanti e dicono: se entro 10 sedute (ad esempio) non vedessimo nessun risultato, sappia che sarà io a tirarmi indietro. Ma non è detto che una terapia breve debba sempre essere breve. Variando il tempo fra le sedute, si può seguire la persona per il tempo necessario.

Esiste una fallacia cognitiva, cosiddetta dell'investitore, nella quale la persona più investe in qualcosa e più quel qualcosa non rende, più gli viene difficile smettere d'investirci, smobilitare il capitale e applicarlo altrove. Il ragionamento è: se smetto ora, tutto quello che ho investito sarà stato inutile. Quindi devo continuare.

Anche se volessimo dire tutto il male possibile del collega che l'ha seguita - ma non lo possiamo fare, sia perché non conosciamo né lui né lei, sia perché la deontologia ce lo proibirebbe - di sicuro anche lei ha svolto un ruolo nel colludere con una terapia che non ha prodotto nulla, se non ulteriore rabbia e frustrazione.

Il mio punto di vista è lo stesso di quanto le ha detto il collega inizialmente: se dopo alcuni mesi una terapia non funziona, di solito non ha senso proseguirla.

Dr. Giuseppe Santonocito - Psicologo Psicoterapeuta
Specialista in psicoterapia breve strategica
www.giuseppesantonocito.it

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Dr.ssa Sabrina Camplone Psicologo, Psicoterapeuta 4,9k 86 99
"e allora a cosa serve andare da un terapeuta se non per cambiare un punto di vista che ci inchioda o cercare di vedere le cose senza una distorsione che ci infliggiamo?"

I punti di vista si confrontano ed eventualmente si cambiano attraverso discussioni, dibattiti la psicoterapia è altro.
Si tratta di un'esperienza nella quale la relazione terapeutica è protagonista nell'avviare un processo di cambiamento.
La relazione implica che entrambi, psicoterapeuta e cliente entrino in relazione perché, solo in questo modo, quest'ultimo ha l'opportunità di fare un'esperienza concreta attraverso la reciprocità della condivisione.
Quindi, al di là delle semplificazioni ( lo specialista mi risolve i problemi/ me lei risolvo da solo), è evidente che lo psicoterapeuta si assume la responsabilità della presa in carico della richiesta di aiuto, ma questo non significa che cede alla tentazione di sostituirsi al cliente o di tentare di manipolare le sue opinioni, altrimenti al cliente arriverebbe implicitamente il messaggio che "non ha delle risorse interiori alle quali attingere" e dipende dallo psicoterapeuta, in tal modo anziché diventare un processo di crescita personale si porrebbero le premesse per un rapporto di dipendenza.
La sua rabbia che deriva dalla delusione di un'aspettativa illusoria in realtà è un passaggio necessario per riconoscere la disfunzionalità dell'atteggiamento di delega che orienta la sua richiesta di aiuto.
Or,a sta a Lei fare un utilizzo costruttivo di questa esperienza, chiedendosi cosa può apprendere da essa anziché chiudersi in un atteggiamento vittimista e autoreferenziale che contribuisce ad avvelenare ulteriormente il suo vissuto.
Inoltre credo che un altro aspetto che abbia "inquinato" la possibilità di costruire una relazione terapeutica sia che lo stesso specialista fosse il referente sia per la terapia farmacologica sia per la psicoterapia, in altre parole come se la prescrizione del farmaco confermasse l'aspettativa che il cambiamento arriva "da fuori".


"Lei ipotizza un mio atteggiamento nel corso di due anni di terapia senza sapere se in effetti è stato così o meno, ma la cosa non fa altro che colpevolizzare me per questo insuccesso, e negare quindi un vero rapporto con il terapeuta che non si è strutturato."

No, mi sono basata sulle sue affermazioni ma non le ho attribuito delle colpe e tanto meno ho affermato che vi fosse una buona alleanza terapeutica dato che è stato Lei stesso a sottolineare questo aspetto fin dall'inizio, io non mi permetterei mai di esprimere un giudizio a riguardo. Ho soltanto messo in evidenza un aspettativa che rischia di invalidare un percorso terapeutico se non viene riconosciuta ed elaborata in modo adeguato ma in questo ambito lo psicoterapeuta ha una responsabilità precisa.
Infine, le ho citato dei contributi scientifici non per affascinarla ma per evitare generalizzazioni fuorvianti ossia la psicoterapia non funziona, il punto è che per funzionare è necessario instaurare una relazione terapeutica e questo può fare la differenza in positivo o in negativo come nel suo caso, in altre parole forse quello che attribuiva una sorta di onnipotenza allo psicoterapeuta era lei.

In definitiva, dato che fa riferimento alle difficoltà economiche e che l'autogestione dei farmaci è vivamente sconsigliata, sarebbe opportuno rivolgersi al servizio pubblico per avere un riferimento adeguato dal punto di vista psichiatrico ed eventualmente potrebbe valutare la possibilità di fare un colloquio con lo psicologo in modo da separare gli ambiti e darsi la possibilità di fare un'esperienza diversa a partire dalla consapevolezza sviluppata finora, quindi non necessariamente ricominciando da "zero", dopo tutto ora ha dei criteri attendibili per valutare l'efficacia della relazione con uno specialista, in altre parole, ha sviluppato una competenza, perché non metterla a frutto? In questo modo l'esperienza terapeutica appena conclusa assumerebbe un significato diverso dal fallimento e sicuramente costruttivo.


“il cliente è un’esperienza in attesa di realizzarsi piuttosto che un problema da risolvere”
Ron Kurtz



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dopo
Utente
Utente
Gentile Dottor Santonocito e gentile Dottoressa Camplone, vi ringrazio per le vostre risposte.
So che le mie parole sono state dettate dalla rabbia e dallo sconforto, ma in questo periodo della mia vita sono veramente terrorizzato, e la paura mi fa comportare come un naufrago che affoga e prende pure a pugni chi cerca di aiutarlo.
Ho letto attentamente le vostre parole e sto cercando di farmi forza per poter trovare qualcuno che mi possa aiutare. Lo scoglio più grande è vincere lo sconforto che mi porta a pensare "da fallito" ancor prima di fallire, e la "fallacia cognitiva dell'investitore" citata dal Dottor Santonocito penso proprio sia uno degli altri problemi.
Ho volutamente sospeso l'antidepressivo da giugno, proprio perché senza la supervisione di uno specialista e senza l'affiancamento di una terapia non voglio assumere questo tipo di farmaci. Inoltre avevo cominciato ad assumere il Cymbalta dopo più di un anno di terapia, proprio perché non penso che le pillole risolvano i problemi e magari mettono pure chi le assume nelle condizioni di evitare di affrontarli, ma questa è una mia supposizione.
Purtroppo non posso fare a meno del Ritzen da 10 mg che prendo la mattina e la sera, senza il quale non riesco nè a mangiare, né a dormire, né quasi a pensare. L'ansia mi divora e mi paralizza, legata a migliaia di motivi per i quali avevo tentato la terapia, cristallizzati ancora di più nel tempo.
Purtroppo devo affidarmi al caso per scegliere un altro professionista, e non riesco a ragionare da vincente o pensare che vi sarà un esito positivo. Inoltre non ho la più pallida idea dell'approccio al quale affidarmi. Mi ero informato sulla terapia della Gestalt, ma come posso sapere se è quella adatta?
Lo so, è un "loop" nel quale sono rinchiuso, ma al momento non riesco a rompere questo circolo di specchi.
Chiedo scusa per i miei toni aggressivi e in alcuni casi offensivi, è solo che sento di aver toccato il fondo del barile e il mio terrore più grande è quello di restarci, qui sul fondo. Per farla breve sono veramente disperato, e lo dico non per compatirmi, ma per cercare di far capire il mio stato d'animo.
Vi ringrazio ancora per le risposte, grazie anche a tutti i vostri colleghi che hanno cercato di aiutarmi per quanto loro possibile, Drottoressa Lifranchi, Dottor Giordano, Dottor Callina, Dottor De Vincentiis.
Spero di farmi ancora vivo, in tutti i sensi.
Buona giornata.
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Dr.ssa Sabrina Camplone Psicologo, Psicoterapeuta 4,9k 86 99
Gent.le Utente,
lo sconforto e la rabbia sono comprensibili ma come avrà notato cerchiamo di andare oltre e per avere un approccio funzionale nonostante la delicatezza della situazione.
Come le ho già detto ritengo che non si tratta di ricominciare tutto da capo, al contrario bisogna lavorare su "qui ed ora" lasciando da parte ricognizioni sintomatologiche.
La scelta di un approccio piuttosto che un altro non le da alcuna garanzia perché è la dimensione relazionale che fa la differenza.
SI faccia guidare dal suo vissuto al termine dei primi colloqui, se lo avesse fatto l'esperienza precedente si sarebbe certamente interrotta molto tempo fa.
A tal proposito le consiglio la lettura di questo articolo:
https://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/153-perche-iniziare-una-psicoterapia.html
[#26]
Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 298 182
Una valutazione utilissima che può fare è basarsi sul terapeuta. Sa già che terapeuti diversi lavorano in modo diverso, e questo è vero non solo <fra> gli approcci, ma può essere così anche all'interno dello <stesso> approccio terapeutico.

Questa è una mini-guida divisa in due parti, che spesso indichiamo agli utenti:

https://www.medicitalia.it/minforma/psicoterapia/533-mini-guida-per-la-scelta-dell-orientamento-psicoterapeutico.html

https://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/1333-mini-guida-per-la-scelta-dell-orientamento-psicoterapeutico-parte-ii.html

Ragioni intanto su questa. Poi potrà fare qualche telefonata. Senza impegno, come si dice, e ascoltando le <reazioni> che le darà parlare con un professionista o con l'altro. Infine, se decidesse di fissare un incontro, si dia un tempo massimo di <due sedute> per riuscire a sentire se c'è spazio per un "feeling" con lui o con lei. E se non riesce ad avvertirne, interrompa pure senza indugi.

E vada avanti.

Purtroppo molti problemi della vita - e la terapia non è un'eccezione - richiedono a volte testardi tentativi per prove ed errori, per venirne a capo.

In bocca al lupo e buone cose

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