Utente 330XXX
Gentili dottori,
Mi scuso innanzitutto per la lunghezza di quello che scriverò.
Le scrivo perché sono molto confusa.
Ho 29 anni e fino all'anno scorso mi sentivo realizzata: sono riuscita dopo anni di duro lavoro ad ottenere un contratto a tempo indeterminato, a comprarmi di conseguenza un appartamento e sto iniziando in questo periodo a progettare il mio matrimonio.
Dal lato familiare è sempre andato tutto bene: alti e bassi normali e gestibili.
Il problema è sul posto di lavoro: sono purtroppo sempre stata una persona passiva a cui andava bene qualsiasi cosa: qualsiasi lavoro affidatomi, qualsiasi orario, ecc.
Purtroppo con il tempo, non so se per orgoglio o altro, ma le ingiustizie hanno iniziato a pesare.
Ho una collega a cui ho voluto bene come una sorella. Ha un carattere molto difficile e non è ben accetta da tutti gli altri. Io devo lavorarci per forza perché fa parte del mio settore e quindi ho imparato sia a conviverci sia a volere bene. Mi affeziono facilmente e faccio di tutto per le persone.
Dopo 3 anni di “convivenza” con questa ragazza le sue continue lamentele hanno iniziato a pesare. Lamentele che non avevano ne capo ne coda. (Lamentele riguardo la mole di lavoro troppo bassa di tutti gli altri, lamentele perché le colleghe ogni tanto perdono tempo a fare quattro chiacchiere, lamentele sul fatto che tutti chiediamo a lei un consulto le abbiamo dei dubbi essendo qui dalla fondazione dell’azienda, ecc) Ha un buon lavoro, ha ottenuto degli aumenti, è rispettata per l’anzianità (anche se è stata la prima impiegata della nostra azienda assunta per parentela). Ho iniziato a riconsiderare la mia vita circa l’anno scorso: mi sono accorta che mentre lei si lamentava aveva comunque la facoltà di prendere senza problemi permessi, ferie, agevolazioni con altre colleghe in quanto parente del nostro capo (abbiamo più capi per ogni settore), ecc.. Mentre io facevo gli orari più brutti perché lei (per anzianità) reputava di non doverli più fare, i lavori che lei reputava più noiosi ecc.. mi sono poi accorta che venivo allontanata a mia volta dalle altre colleghe per il semplice fatto di essere sempre a disposizione di questa persona. Ripensandoci ora in effetti ero molto un cagnolino. Il lavoro mi serve, come credo a tutti, e restavo accanto a questa persona che doveva poi dare giudizi sulla mia condotta al nostro capo al fine della mia assunzione. Questo voleva dire anche non parlare con le colleghe perché il fastidio che procuravo a questa ragazza era palese.
Ho provato più volte ad avere “scatti di orgoglio” ma che alla fine si sono ridimensionati: quando riportavo a lei le mie lamentele lei stessa iniziava a dire che la sua vita non era facile, che si sentiva esclusa, che le altre avevano più tempo per fare pause e chiacchierare invece lei era piena di lavoro, che alle mie (rare) richieste non mi era mai stato negato nulla ecc.. E’ vero: le rare volte che ho avuto delle esigenze, come andare in banca per poter ottenere un mutuo, non mi è stato negato nulla ma era evidente il fastidio e le smorfie che ho potuto vedere. Non sono brava a fare finta di niente e a passarci sopra.
Se probabilmente il capo non fosse stato parente le cose sarebbero andate diversamente e lei non avrebbe avuto tutto questo potere: lei gli riporta le cose in un determinato modo e comunque è preziosa per lui essendo presente dalla fondazione dell’azienda.
A luglio, dopo essermi ammalata, (per eccessivo stress) sono scoppiata. Supportata e spinta a cambiare da parenti e fidanzato ho presentato le dimissioni e ho detto tutto quello che non ho mai potuto dire al mio capo: ho confermato quello che dicevano le altre colleghe che era impossibile lavorare con il carattere di questa persona, che non sa collaborare, che è egoista, che alcuni suoi atteggiamenti danneggiano gli affari… (motivati con prove evidenti).
Il capo non è stato assolutamente contento di questa mia uscita perché non se l’aspettava: mettevo purtroppo anche in crisi l’azienda andandomene così su due piedi. mi ha quindi proposto di parlarne e cercare un compromesso: ora svolgo un part time di 30 ore per avere più tempo per me e per la mia famiglia. (Prima non ero mai a casa per gli eccessivi straordinari)
Ho ribadito comunque gratitudine per un posto di lavoro che mi ha dato tanto e che sono sempre disposta a collaborare per consentire la riuscita di obiettivi comuni.
Sembrava essere tutto sistemato: il capo stesso mi ha abbracciato, mi ha detto di prendermi tutto il mese di agosto per ricaricarmi (avevo accumulato più di un mese di ferie in 2 anni che ero lì quindi potevo) e di non dire niente a questa persona ma semplicemente che per problemi familiari dovevo lavorare di meno al momento.
Questa persona ovviamente non ha preso bene questa mia agevolazione: se non si ha la stessa anzianità che ha lei (quindi impossibile) non è giusto ottenere privilegi o riconoscimenti.
Adesso sono 2 mesi che sto vivendo abbastanza un inferno. Lei è diventata fredda, acida e cattiva. Non sa collaborare e non si vive più bene così. In più, probabilmente grazie alla loro parentela, si devono essere parlati e detti chissà cosa. Il capo, se mi parla, mi parla freddamente e mi urla al telefono per cose che svolgo invece correttamente.
Il mio dubbio è proprio questo: con tutte le altre colleghe e colleghi (che mi stanno supportando vedendo cosa passo ogni giorno e conoscendolo bene loro stessi) vado molto d’accordo. Anche con gli altri capi. Ormai conosco quel lavoro come le mie tasche e riconosco finalmente di averlo sempre ben gestito con entusiasmo e voglia di fare. E’ quindi giusto rinunciare ad un posto di lavoro a tempo indeterminato per colpa di una ragazza immatura, parente del capo, che mi impedisce di andare avanti così?
Ringrazio davvero molto per l’attenzione prestatami. Chiedo scusa per essermi dilungata ma ho cercato di far ben capire una situazione un po’ complessa e che ha anche dello psicologico che dura ormai da 3 anni.

[#1] dopo  
Dr.ssa Angela Pileci

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Gentile Utente,

non è GIUSTO dover rinunciare ad un posto di lavoro per le problematiche che ha descritto, ma talvolta (soprattutto se si ha la possibilità di farlo) è indispensabile pensare e occuparsi di se stessi, come mi pare abbia iniziato a fare Lei, ad esempio riducendo il numero di ore di lavoro.

Quindi potrebbe essere sensato - in linea generale- anche cambiare lavoro, a volte. Ad esempio nei casi in cui si ipotizza il mobbing, non ha molto senso continuare a stare male al lavoro, scontrandosi continuamente con tutti, non è sano.

Nel Suo caso, però, mi pare di capire che ci siano altre soluzioni, prima delle dimissioni, soluzioni meno drastiche.

Ad esempio, modificare il Suo atteggiamento. Lei si descrive all'inizio come piuttosto remissiva, forse temeva il conflitto... In ogni caso, su questi aspetti è bene lavorarci su. Si generano meno problemi se gli aspetti critici vengono trattati di volta in volta, anzichè accumulare e poi scoppiare.

Il Suo affezionarsi facilmente a questa collega, se da una parte è una cosa carina, dall'altra forse tradisce un po' di ingenuità. Gli ambienti di lavoro sono sempre più spesso competitivi ed è molto raro che ci sia amicizia e vera collaborazione.

Ma la responsabilità di tutto ciò non è certo Sua, o non del tutto. Sono i Suoi responsabili che hanno il dovere di gestire il team e fare in modo che tali dinamiche vengano modificate. A meno che non sia tutto ciò utile in qualche modo per l'azienda stessa. Ci sono aziende che creano all'interno del team un clima conflittuale deliberatamente nella convinzione che questo possa essere utile all'azienda. Dipende dagli obiettivi che sono stati fissati dall'alto, ciò può pure funzionare.

Però, prima delle dimissioni, potrebbe Lei cercare di prendere le giuste distanze da tutto ciò, visualizzando l'utilità e la funzionalità di questo lavoro e godendosi il periodo di preparativi del Suo matrimonio, aggiustando le priorità. Questo non significa che il lavoro non sia importante, ma che da certe dinamiche malsane è opportuno allontanarsene.

Cordiali saluti,
Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica

[#2] dopo  
Utente 330XXX

Gentile dottoressa Pileci,
la ringrazio per avermi risposto.
Sto lavorando da anni su quello che lei ha definito giustamente ingenuità. Me ne sono accorta io stessa ma prima che possa lavorarci su è già troppo tardi. Mi sforzerò maggiormente per capire dove sbaglio. Al lavoro si passa la maggior parte del proprio tempo e quindi ho sempre cercato di creare un ambiente sereno e divertente per stare bene un pò tutti quanti. Sono consapevole che non si possa essere tutti amici e che c'è differenza tra colleghi di lavoro e veri amici.. bisognerebbe giusto collaborare e poi se la relazione si sviluppa in qualcosa di più può solo essere positivo. Ho commesso l'errore di credere che l'affetto di questa persona fosse sincero e non egoistico. Il nostro lavoro si basa molto sulla collaborazione per questo non riesco proprio a capire come possa venir così giustificata una persona solo perché parente di un capo e solo perché è presente dall'inizio dell'attività aziendale e quindi ha in mano tutte le pratiche.
Non è corretto che lei abbia il potere di rispondere male alle proprie colleghe, di fingere cortesia per poi sparlare alle spalle, di inviare email acide su errori commessi da altri che possono capitare (mentre lei può farlo perchè oberata di lavoro)
Ho commesso anche l'errore di credere che la stima del mio capo fosse vera. Invece andavo bene solo quando lavoravo più del dovuto e sottostavo a questa collega. I capi degli altri settori non sono così. Ho pensato di chiedere se posso restare ma in un altro settore: siamo un'azienda così piccola che avrei dei problemi in ogni caso. Credo di necessitare a questo punto di un cambiamento. Non ho ancora avuto il coraggio di ripresentare le dimissioni (che questa volta immagino verranno accolte) per il semplice fatto che non è corretta una cosa del genere e per il fatto che purtroppo è una situazione che va a giorni.. Ci sono giorni insopportabili e giorni in cui riesco comunque a portare a termine il mio lavoro e mi basta. Penso mi rimanga da continuare a provarci e vedere come procedere di giorno in giorno. Sicuramente ora mi sento più forte perchè svincolata da questa persona e se le cose non vanno le affronto. Grazie ancora dottoressa. Buona giornata.

[#3] dopo  
Dr.ssa Angela Pileci

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Purtroppo in ambiti competitivi come quello aziendale c'è davvero di tutto e spessissimo la competizione non si esprime attaccando un collega direttamente e apertamente, ma con forme molto più subdole che non vengono immediatamente percepite e comprese da chi le subisce.

Però la dinamica competitiva è messa in atto da più parti: da una parte c'è la Sua collega che più o meno consapevolmente agisce in questo modo, dall'altra c'è Lei che non percepisce immediatamente il gioco dell'altro.

Per fare questo può partire dapprima da se stessa, cioè dalle Sue emozioni: quando percepiamo rabbia, disagio o altro c'è sempre una ragione. Ma è anche vero che se una persona è remissiva, probabilmente ha imparato e sperimentato che si vive più serenamente ( o almeno così s'illude di fare) se non solleva questioni. Non è necessario arrivare allo scontro, ma i conflitti sono in un certo senso fisiologici: bisogna imparare a gestirli, non ad evitarli...

Quindi, concordo con Lei: prima delle dimissioni, lavori su se stessa e, se vuole velocizzare il processo per capire meglio se stessa e le situazioni che vive, può anche rivolgersi ad uno psicologo di persona.


Cordiali saluti,
Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica