Utente 142XXX
Buongiorno gentili medici.
Scrivo questo post non con la pretesa che da qui abbia una soluzione, ma vorrei intanto parlarne, avere qualche parola, un confronto.
Tempo fa già scrissi di essere triste per aver tolto l'apparecchio. Oggi sono tornata dal dentista il quale ha chiuso la mia cartella clinica con la dicitura "la paziente non intende proseguire la terapia. FINE"
In realtà non la proseguo a causa di alcune difficoltà personali...
Volevano trattenersi il mio modulo con cui ogni volta mi presentavo all'appuntamento, ma gli ho chiesto se potessi tenerlo per ricordo e me l'hanno concesso.
Il punto è: oltre al dispiacere di aver tolto l'apparecchio, oggi si aggiunge la tristezza perché questa cosa è definitivamente chiusa. Sento che mi viene da piangere. Sono andata lì per tre anni, con tutte le cose annesse che ho vissuto da sola o con gli specialisti.
Oltre a ciò e da tutto questo, mi grida dentro una domanda: perché io soffro sempre? Sono sempre malinconica! Non ricordo un giorno in cui non sia stata pensierosa o triste per qualcosa, anche da bimba.
Ripeto, se è una questione che richiede tempo ed un contatto diretto con uno Psicologo me ne rendo conto, però vorrei tanto avere dei primi riscontri, quantomeno per ridimensionare la cosa.
Poi non so se mi andrebbe di affrontare un colloquio e dover elencare e dettagliare il mio dolore... Scusate se mi contraddico.
Grazie a tutti i medici che vorranno darmi un piccolo aiuto.
Cordialmente

[#1]  
Dr. Alessio Congiu

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Gentile utente,

è un suo diritto essere contraddittoria in quanto, come è normale che sia, vive emozioni contrastanti: da un lato il bisogno di ridurre questo stato di sofferenza che le capita di provare fin da quando era piccola, dall'altro la paura di dover vivere più intensamente questo dolore parlandone con un'altra persona.

La terapia è infatti una cosa delicata, intima, personale. Può servire del tempo per sentirsi pronti ad affrontare certi argomenti, e può servire del tempo per trovare la persona giusta con cui parlarne.

Venendo alla sua domanda, è difficile inquadrare il malessere che prova dal caso che ci riporta. Sappiamo tuttavia che la tristezza è considerata un'emozione legata alla convinzione di aver perso qualcosa per noi importate. Sotto questa luce, l'andare dal dentista potrebbe aver acquisito per lei un significato diverso dal semplice intrattenere un semplice rapporto professionale con uno specialista. Si potrebbe ipotizzare che l'interruzione del rapporto sia stato vissuto in modo non diverso da come potrebbe viversi la chiusura di un rapporto di amicizia, familiare o sentimentale; in breve, un'esperienza di lutto che la starebbe lasciando rattristita per la perdita del legame creatosi con il dentista, con lo staff, con l'ambiente, etc.

O ancora, si potrebbe ipotizzare che la parole "FINE" apposta nella sua cartella dallo specialista possa averle fatto venire in mente che questa interruzione del rapporto fosse una chiara testimonianza di un supposto difetto della sua persona, tale da giustificare l'interruzione del rapporto (es., "Nessuno ha interesse per me. Non conto per nessuno. Non sono degna di essere apprezzata dagli altri").

Nel complesso, potremmo ipotizzare diversi scenari, che avrebbero come denominatore comune un vissuto di perdita, di mancanza di valore personale, di inadeguatezza o di non amabilità associato ad un cambiamento per lei significativo.
Quanto quindi starebbe vivendo troverebbe una più che logica spiegazione nel modo cui starebbe valutando questi cambiamenti. Chiunque si ritroverebbe a vivere sentimenti di tristezza, di vuoto o di malinconia nell'interpretare il cambiamento in questi termini.

Nella speranza che tali semplici spunti su cui riflettere possa esserle di aiuto, le porgo dei saluti cordiali.

Dr. Alessio Congiu
Dr. Alessio Congiu
Psicologo Clinico
T. +39 345 465 8419
alessio.congiu@hotmail.it

[#2] dopo  
Utente 142XXX

Buonasera dottore.
La ringrazio della risposta e per la lettura della situazione.
Credo proprio che abbia centrato il punto.
Leggere le sue parole mi ha fatto stare un po' meglio.
Ho deciso di tentare di cambiare il modo in cui mi vesto (sempre di nero), provo ad iniziare da lì per essere meno di umore basso, meno cupa.
Lei ritenete che anche questo possa aiutare?
Grazie

[#3]  
Dr. Alessio Congiu

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Gentile utente,

temo di non poter essere in grado di rispondere alla sua domanda. Non esistono ricette per stare meglio che valgono per tutti; al contrario, è presente un'ampio margine di variabilità nelle modalità che potrebbero realmente essere di aiuto alle persone.

Ognuno di noi è unico e questa unicità si manifesta anche nella definizione delle procedure che meglio potrebbero permetterci di superare le nostre difficoltà. Questo è in genere il motivo per il quale si predilige rivolgersi ad uno specialista piuttosto che provare a seguire strade suggerite da amici, parenti, conoscenti. L'idea è quella di costruire un percorso che si adatti quanto più alla specificità della persona, piuttosto che imporre la stessa procedura richiedendo che fosse la persona ad adattarsi ad essa.

Se quindi ritiene che provare a vestire in maniera meno cupa possa aiutarla nel motivarsi ad affrontare meglio le sue giornate, è giusto che lei provi. Faccia comunque attenzione a come deciderà di utilizzare questa "strategia": se infatti la stessa fosse utilizzata per "allontanare" emozioni per lei inaccettabili, potrebbe correre il rischio che queste si ripresentino con maggiore frequenza ed intensità. L'idea è sempre quella di apprendere ad accettare tutti i nostri vissuti, sia quelli più positivi che quelli più negativi. Pertanto, il vestirsi con indumenti più colorati e sgargianti potrebbe aiutarla a trovare più sollievo dalla sofferenza che starebbe vivendo laddove la sua intenzione non fosse quella di "scacciare" la sofferenze per lei intollerabili, ma bensì quella di prendersi cura di se stessa, di valorizzarsi e di contrastare la possibile convinzione di essere poco attraente, poco desiderabile, poco amabile, etc. Dovrebbe rappresentare un tentativo che lei starebbe provando a compiere per se stessa, per non assecondare il vissuto di sofferenza che pure starebbe provando, al fine di provare ad uscire da uno stato prolungato di disagio.
Dr. Alessio Congiu
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