Con l’aumentare dell’età, il bilancio tra il riassorbimento osseo e la sua ricostruzione tende a squilibrarsi a favore del primo, realizzandosi l’osteoporosi che consiste in un impoverimento progressivo della densità minerale ossea, che porta ad un deterioramento della microarchitettura di sostegno dell’osso, con conseguente aumento del rischio di frattura.

Le più frequenti fratture da osteoporosi sono quelle vertebrali, frequentemente causate da attività quotidiane o da cadute, definite anche da compressione e si manifestano con il collasso del soma vertebrale.

La riduzione percentuale di altezza del corpo vertebrale rispetto alla vertebra adiacente distingue le fratture in tre gradi: lieve (20-25%), moderata (25-40%) e severa (>40%). Le fratture osteoporotiche spinali sono generalmente a carico della regione toracica e lombare.

E’ frequente che le fratture vertebrali di grado 1 e 2 siano misconosciute e considerate come un semplice mal di schiena. Il trattamento di queste fratture può essere conservativo, con l’utilizzo di un corsetto tutorio, oppure con approccio chirurgico mini-invasivo costituito dalla vertebroplastica, consistente nella stabilizzazione mediante l’iniezione di cemento osseo nel corpo vertebrale, oppure nella cifoplastica con palloncino gonfiabile che viene poi riempito con cemento.

E’ stato calcolato che ogni 22 secondi nel mondo si verifica una nuova frattura vertebrale; negli Stati Uniti si hanno ogni anno 750.000 nuovi casi di fratture da compressione, che causano in circa un terzo dei pazienti sindromi dolorose acute o che durano anche mesi. Dal 2006 al 2014, si è rilevato che 81. 690 pazienti negli USA sono stati sottoposti a vertebroplastica e 169.143 a cifoplastica, malgrado non vi sia una chiara evidenza di efficacia sul controllo del dolore a lungo termine e di sicurezza. Per poterlo stabilire, è stato commissionato uno studio controllato e randomizzato dalla American Society for Bone and Mineral Research (ASBMR) ed il report è stato pubblicato da Peter R. Ebeling, della Monash University, Clayton, Australia, il 24 Gennaio 2019, sul Journal of Bone and Mineral Research.

Dalla meta-analisi di cinque trial randomizzati e controllati è emerso che la vertebroplastica non fornisce un significativo miglior controllo del dolore e che non dovrebbe pertanto essere considerata una opzione di prima scelta. Infatti, dopo un iniziale beneficio di durata breve nella riduzione del dolore, a lungo termine non è stato riscontrato un miglioramento della sindrome dolorosa né della qualità della vita al confronto con i soggetti di controllo, che non sono stati sottoposti a questa procedura e che con analgesici sono migliorati entro alcune settimane.

In un editoriale di accompagnamento dell’ASBMR, Bart L. Clarke e Sundeep Khosla della Mayo Clinic College of Medicine, Rochester, Minnesota, sostengono che nel loro Centro non viene attuata alcuna procedura di vertebroplastica prima di sei settimane, periodo entro il quale generalmente si riesce a controllare con analgesici la sindrome dolorosa. Per converso, questi Autori ammoniscono a non considerare vertebroplastica e cifoplastica come un’arma magica, mettendo anzi in guardia dai potenziali rischi legati alla fuoriuscita del cemento e di fratture adiacenti e ad ulteriori eventi avversi.

Ebeling ribadisce nel suo report per ASBMR l’importanza critica di continuare le terapie anti-osteoporotiche nei pazienti con fratture vertebrali recenti, che i dati raccolti da molteplici trial controllati e randomizzati indicano essere in grado di ridurre successive fratture dal 40 al 70% e che indossare per 2 ore al giorno un corsetto per 6 mesi ed un moderato esercizio fisico riducono il dolore e migliorano la mobilità.

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