Mantenere le distanze non è previsto dai nostri schemi mentali.

Mi è capitato di osservare l'interazione tra diverse persone in questi tempi in cui la distanza sociale rappresenta uno degli elementi fondamentali per ridurre il contagio tra le persone.

In farmacia una cliente, senza mascherina, discute con la farmacista di alcune questioni; mentre parla, senza rendersene conto, muove alcuni piccoli passi in avanti per meglio far comprendere le cose che dice; la farmacista, dal canto suo, concentrata sui medicinali che prepara per la vendita, risponde alle sue domande e, senza rendersene conto, le due interlocutrici si trovano a discutere a meno di un metro. La vendita termina ed entrambe non si sono accorte assolutamente di nulla.

Stessa situazione in un supemarket: una donna cerca qualcosa, che non trova, tra gli scaffali e chiede indicazioni ad un commesso e, per farlo, compie inconsciamente un passo in avanti, raggiungendo appena il metro di distanza. Il commesso, per rispondere, fa un altro piccolo passo, magari senza rendersene nemmeno conto, ed ecco che entrambi si trovano a discutere della merce a meno di un metro di distanza. Per fortuna i due hanno delle mascherine.  

E queste dinamiche su descritte non ho potuto fare a meno di osservarle ovunque.

 

Perché accade tutto ciò? Per strafottenza? Disprezzo del pericolo?

Nulla di tutto questo, "semplicemente" siamo abituati alle relazioni.

Il nostro cervello le ha radicante nel tempo. Nel corso degli anni, fin da piccoli, si è impressa la memoria dalla vicinanza, degli abbracci e del contatto reciproco. Se è vero che esistono norme psicologiche e sociali che tendono a far mantenere  la distanza fisica tra gli estranei, può bastare anche lo scambio di poche parole per entrare in una sorta di "confidenza" reciproca in grado di abbattere le distanze.

Fin dall'infanzia, o meglio, fin dal momento della nostra nascita riceviamo l'imprinting (1) del contatto, fondamentale nelle prime relazioni tra madre e figlio. Un’impronta che rimane indelebile e che il nostro corpo continua a reclamare nel corso dell'intera vita. La mancanza di questi contatti, dovuta a deprivazioni di varia natura, ha addirittura evidenziato una serie di difficoltà relazionali tra madre e figlio che, nel tempo, si sono ripercosse negativamente anche in altre relazioni significative della vita del giovane (2).

Il contatto e le relazioni ravvicinate, quindi, hanno avuto un vero e proprio ruolo importante nella nostra sopravvivenza emotiva. Il nostro cervello, come il nostro corpo, ne conserva una sorta di memoria indelebile, difficile da abbattere, anche quando vi è l'oggettiva necessità di mantenere le distanze in situazioni di emergenza, come durante la pandemia.

Da un lato la ragione ci impone di mantenere le distanze da rispettare e, dall'altro, tale memoria ancestrale ci spinge ad accorciare queste distanze.

Basta un minimo di perdita di attenzione e/ o di distrazione che questo imprinting fa sentire la sua potenza, prendendo il sopravvento. La ragione ci dice che dobbiamo stare a distanza dagli altri, ma l'attenzione su questa riusciamo a mantenerla solo all'inizio di una conversazione. Dopo pochi secondi siamo distratti da ciò che stiamo dicendo, dalle cose che stiamo facendo e dimentichiamo le regole di base che abbiamo appreso solo da pochi mesi, lasciando spazio all'istinto che, invece, si è impresso fin dai primordi della nostra esistenza ed ha avuto decenni per radicarsi nel nostro cervello.

Ai tempi del coronavirus il mantenimento della distanza sociale è un dovere verso noi stessi e gli altri per evitare possibili contagi, ma è di una difficoltà estrema da mantenere nel quotidiano, quando si va a fare la spesa, negli ambienti lavorativi, poiché va a cozzare con il nostro istinto primordiale di contatto e di vicinanza. La nostra parte razionale fa molta difficoltà a far arrivare il messaggio alle zone più arcaiche del nostro cervello.

Dalle diverse interviste dei numerosi esperti che si confrontano sulla questione del contagio sentiamo spesso dire che, se manteniamo le distanze, l'uso della mascherina potrebbe non essere necessario, ma l'eventuale virologo o pneumologo che disquisisce non considera le dinamiche psicologiche su descritte e l'inevitabile distrazione che, prima o poi, lascia spazio alla memoria relazionale del nostro corpo.

Da qui si evince, da un punto di vista non solo infettivologico (almento per creare una barriera per le goccioline di saliva che emettiamo mentre parliamo), ma anche psicologico, la necessità dell’utilizzo delle mascherine, ovviamente indossate in modo corretto.

Non siamo né stolti né menefreghisti, ma, psicologicamente, non siamo in grado di autogestire le nostre distanze né, soprattutto, di controllare quei piccoli movimenti inconsci che in pochi attimi ci fanno accorciare gli spazi durante una conversazione

Premere, purtroppo, solo sulla distanza sociale non appare compatibile con la nostra psicologia.

 

Note:

1) L'etologo Konrand Lorenz evidenziò, negli animali, come la prima esperienza subito dopo la nascita fosse in grado di condizionare il comportamento futuro di attaccamento.

2) in la Prima infanzia, L. Camaioni, il Mulino.