Depressione post-partum: presto una terapia?

Dr. Marcello SergioData pubblicazione: 05 agosto 2014Ultimo aggiornamento: 04 dicembre 2014

La depressione post-partum è una patologia di cui soffrono molte donne, circa 80 mila ogni anno in Italia.

Alcune donne addirittura sviluppano una depressione post-partum conclamata nelle settimane che seguono.

Uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Neuropsychopharmacology ha individuato nel monoamino-ossidasi A, un enzima responsabile per la ripartizione dei neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina, il responsabile di questa patologia e sembrerebbe avere un ruolo importante in questa condizione.

In confronto a donne sane, nelle donne che soffrono di depressione post-partum questo enzima è presente a livelli fortemente elevati.

La stragrande maggioranza delle donne sperimenta un temporaneo calo di umore per alcuni giorni dopo la nascita. Questi sintomi di cosiddetto "baby blues" non sono una malattia; tuttavia, in alcuni casi possono rappresentare i primi segni di un episodio imminente di depressione: nel 13 per cento delle madri, il tumulto emotivo sperimentato dopo il parto porta allo sviluppo di una vera e propria depressione post-partum.

La depressione post-partum è dannosa non solo per la madre, ma anche per il bambino.

Nelle donne con depressione post-partum, i valori registrati di questo enzima monoamino ossidasi A sono stati il ​​21 per cento superiori a quelli delle donne che non sono state afflitte da sentimenti negativi dopo il parto.

La ricerca quindi sarà mirata a ridurre i fattori che possono incrementare i livelli di questo enzima, tra cui il fumo, il consumo di alcol e lo stress cronico, per esempio, quando la madre si sente trascurata e abbandonata dal suo compagno o dalla famiglia.

In futuro potranno essere messi in commercio farmaci che riducano i livelli di questo enzima, aumentando la concentrazione di serotonina nel cervello.

 

 

Autore

marcellosergio
Dr. Marcello Sergio Ginecologo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1988 presso la Sapienza roma.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Roma tesserino n° 40414.

16 commenti

#3

E' certamente uno studio interessante aperto sicuramente a nuove acquisizioni, ma se i fattori di rischio citati (fumo, alcol, stress cronico) incrementano i livelli di quell'enzima, responsabile, secondo lo studio, della depressione post partum, non mi è chiaro come tali fattori predisponenti non possano essere la causa di una qualsiasi altra forma depressiva.
Quell'enzima si attiverebbe (fermi restando i fattori di rischio) solo nella donna che ha partorito?
E se la depressione post partum insorge in donne che non hanno alcuno di quei fattori di rischio, questa a cosa sarebbe dunque dovuta?

Non mi è ben chiaro il passaggio seguente:
<<In confronto a donne sane, nelle donne che soffrono di depressione post-partum questo enzima è presente a livelli fortemente elevati.>>

Quali sarebbero le donne sane? Quelle che non hanno partorito o quelle che hanno partorito e non hanno la depressione?
Quindi basterebbe evitare fumo e alcol senza necessità di sintetizzare un farmaco per la "neutralizzazione" dell'enzima, o no?

Lo studio a mio parere (almeno da quanto riporti nella tua comunicazione) non tiene conto (erroneamente) che la farmacologia non può far tutto e che molti aspetti del comportamento umano considerati patologici, seppur ipotizzabili come alterazioni enzimatiche, ormonali, metaboliche, risentono non di una dose di un farmaco, ma più spesso di una dose di "buone (e professionali) parole" !


#4
Dr. Marcello Sergio
Dr. Marcello Sergio


Grazie per l'intervento.

Le cause della depressione post-partum purtroppo sono lungi dall'essere ben definite (e questo studio aiuta a saperne di più), tant'è che questa patologia si può manifestare anche negli uomini

https://www.medicitalia.it/news/ginecologia-e-ostetricia/4104-anche-i-papa-soffrono-di-depressione-post-partum.html

Quindi non è possibile semplificare il discorso a donne che hanno o non hanno partorito, sane o non sane.

E' ovvio che non basta evitare fumo e alcol (lo studio non dice questo), ma questi sono fattori di rischio (non cause eziologiche) che possono contribuire allo svilupparsi della condizione patologica.

La farmacologia ha fatto grandi cose (a cominciare dagli antibiotici), dove purtroppo le "buone (e professionali) parole" non servono!

#5

Caro collega,
Ho premesso che lo studio è interessante, ma non ho letto il lavoro e pertanto le notizie che si apprendono sull'argomento e su cui si può discutere, allo stato attuale, sono quelle che tu fornisci in questa news.
Scrivi infatti: <<<La ricerca quindi sarà mirata a ridurre i fattori che possono incrementare i livelli di questo enzima, tra cui il fumo, il consumo di alcol e lo stress cronico>>>, quindi mi pare che, almeno stando a questa frase, lo studio direbbe solo questo.
Lo stress cronico fa aumentare quell'enzima? Ma per la depressione che si manifesta nel post partum, quanto è "cronico"? Ossia quanto dura il tempo, diciamo così, di "incubazione" ?
Perchè poi il fumo (fattore di rischio, d'accordo e abitudine non certo di un giorno)sarebbe responsabile solo a parto avvenuto?

Il periodo post partum ha un tempo limitato. Nella madre la crisi depressiva si manifesta da qualche giorno dopo il parto e, in genere, non supera l'anno, a meno che lo stato patologico poi evolva e si complichi con una depressione maggiore o altro.

Se è l'incremento dell'enzima a sostenere la patologia (non altre cause vengono prospettate, mi pare) esso enzima, al momento, va considerato la sola causa (etiologia).
Questo enzima poi decresce spontaneamente? Evidentemente si,se la depressione guarisce o migliora. E se la depressione si aggrava? Quali i motivi per cui l'enzima in alcune donne (o uomini) rimane a livelli alti.

E se la psicoterapia aiuta, con successo, la donna a superare tale periodo critico, la concentrazione dell'enzima scende ai livelli più bassi o scompare, per effetto della psicoterapia o per quale altro evento terapeutico?

Indiscutibile il progresso della Medicina con gli antibiotici, ma non comprendo il nesso! Anche prima del loro avvento, nemmeno Freud si era sognato di guarire la polmonite con la psicoanalisi.

Credo che a quelle domande che, credimi, con tutta umiltà ho posto, la ricerca debba dare delle risposte, altrimenti rimarrà un mero esercizio intellettuale alla fine di scarso interesse.

#6
Dr. Marcello Sergio
Dr. Marcello Sergio

Caro collega,
grazie ancora per l'interesse dimostrato. Mi stupisce però che tu non abbia letto lo studio e ti inviterei a farlo.

Alla raffica di domande che poni non credo si possa dare una risposta univoca e a molte non saprei rispondere, in quanto ancora oggetto di studio.

Per altre bisognerebbe citare interi testi di psiconeuroendocrinologia e questa non mi sembra la sede adatta.

Certamente alle tue "umili" domande la ricerca dovrà dare una risposta.
Che lo studio e la new siano di scarso interesse, questo non credo, altrimenti staremmo qui a parlare di moda (che peraltro è interessante).

La ricerca è fatta di piccoli passi e, se non si desse importanza anche a piccole osservazioni, neanche Galileo Galilei sarebbe arrivato alla conclusione che è la Terra che gira intorno al Sole!

#7

Sono io a ringraziare te che volentieri e con passione accetti di parlarne.
Mi preme sottolineare che non ho affermato che lo studio e, soprattutto la tua news, siano di scarso interesse (lo avevo già premesso alla prima replica), ma ho solo detto che se quello studio si dovesse fermare, allora sarebbe stato un inutile esercizio intellettuale.
Sai anche tu quanta "fuffa" si può trovare in giro anche su riviste di un certo rilievo. Ma non voglio assolutamente riferirmi a questo caso.
Ovviamente mi auguro che non sia così e il mio sospetto è che la depressione sia un evento patologico ben più complesso di una eventuale variazione enzimatica, ma, come giustamente mi fai notare, i piccoli passi portano,uno dopo l'altro, a percorrere chilometri,l'importante è che si imbocchi la strada giusta.

Leggerò l'articolo e mi stupirò se gli Autori non si fossero fatte le mie stesse domande.

#8
Dr. Marcello Sergio
Dr. Marcello Sergio


Su queste tue ultime considerazioni concordo in pieno. Purtroppo la depressione, non solo quella post-partum, ha cause molto complesse e se ne conosce ancora poco. Ben vengano farmaci antidepressivi che possano essere utilizzati anche in fase di puerperio o in periodo preconcezionale (ora precluso per l'utilizzo).
Buon lavoro!

#9
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Caro collega lo studio è interessante, mi interessava anche commentare con te questa tua riflessione: <<La farmacologia ha fatto grandi cose (a cominciare dagli antibiotici), dove purtroppo le "buone (e professionali) parole" non servono!>>
La psicoterapia, ad esempio, è noto che produca modificazioni strutturali a livello del SNC, dunque a volte le parole sono potenti abbastanza quanto i farmaci: pensa agli studi in cui l'efficacia degli psicofarmaci è pari a quella di gruppi trattati con psicoterapia in determinate psicopatologie. L'associazione farmaco/psicoterapia poi, evidentemente, spesso migliora ancora l'efficacia degli interventi.

Tornando alla questione antibiotici, il problema della farmacologia psichiatrica è a mio avviso molto più complesso di altre farmacologie, essendo la "causa" di praticamente tutte le psicopatologie ancora assolutamente incerta, a differenza di altre patologie organiche dove la causa è spesso nota e relazionata in maniera diretta con la lesione d'organo o la patologia.

In pratica non esiste - sino a prova contraria - un "esame" obiettivo in grado di diagnosticare una psicopatologia con una certezza assoluta e ciò complica notevolmente anche la ricerca farmacologica in ambito psicologico e psichiatrico.

#10
Dr. Marcello Sergio
Dr. Marcello Sergio

Caro collega, grazie per l'intervento.

Mi sembra ovvio che alcune patologie traggano beneficio dalla psicoterapia, come altre necessitino di un intervento farmacologico.

E' quindi ovvio e non necessiterebbe di replica che la "farmacologia ha fatto grandi cose...", basti pensare ad alcune patologie ostetrico-ginecologiche (e mi limito a queste): E' risolutiva la psicoterapia in una candidosi? no!, nella gestosi? no!...

Piuttosto chiedo a te (perdona l'ignoranza) donde venga la tua riflessione "la psicoterapia è noto che produca modificazioni strutturali a livello del SNC...." e ti invito a riportarne gli studi.

Nonchè chiarire meglio il senso di "non esiste - sino a prova contraria - un "esame" obiettivo in grado di diagnosticare una psicopatologia con una certezza assoluta..."

Tu stesso parli di "associazione farmaco/psicoterapia" e questo sembra contraddire il senso del tuo discorso.

Tengo a precisare che questo blog è aperto a qualsiasi confronto dialettico costruttivo, ma non a "guerre" di quartiere tra medici, psicologi e quant'altro...

#11

Credo che il dr. Raggi (mi corregga egli se sbaglio) intendesse dire che noi possiamo isolare un batterio, un virus rsponsabili di alcune malattie e sintetizzare l'antibiotico mirato o il vaccino che li distrugge, mentre un ansiolitico, un antidepressivo non è sicuramente "mirato" a modificare, interrompere un ciclo biochimico eventualmente responsabile, ancorché sconosciuto, della patologia psichiatrica.

Per quanto riguarda l'esame obiettivo, attendiamo la replica del dr. Raggi perchè in effetti non è ben comprensibile.

Sicuramente in una persona depressa l'esame clinico non evidenzierà una differenza nell'evocazione dei riflessi, non si avrà una palpebra più chiusa dell'altra o una pupilla più piccola dell'altra o altri "segnali" semeiologici tanto patognomonici di una o dell'altra patologia, ma la semeiologica psichiatrica è altrettanto pratica e concreta, altrimenti come si farebbe diagnosi di schizofrenia piuttosto che di oligofrenia o di frenastenia o di ipofrenia o di autismo o di Sindrome di Rett tanto per fare alcuni esempi?
In psicologia esistono patologie che lo psicologo/psicoterapueta dovrà differenziare se deve intervenire nel tentativo terapeutico, o sbaglio?

#16
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Cari colleghi,
ritengo che la news sia interessante e attuale e i miei commenti, stimolati proprio in virtù dell’interesse, vogliono essere solo un contributo e uno spunto di ulteriore riflessione.

Detto questo provo a rispondere alle due principali domande che mi avete posto.

1) Modificazione strutturale SNC e psicoterapia
Si tratta di una mole di studi enorme che dal 1999 (il primo studio del Premio Nobel Kandel) a oggi trova conferme anche attraverso le tecniche di neuroimaging. Dai uno sguardo a questo breve e conciso articolo del dr. Alessandro Mura che riporta anche una buona bibliografia di studi e ricerche: http://www.psicoanalisi.it/scienza_news/2731#.U_Ihj_l_uSo

2) La diagnosi psicopatologica
È un problema enorme e troppo complesso da affrontare in poche righe (ci scriverò un articolo magari), per cui si rischia di essere riduttivi, però la diagnosi in psicopatologia è – rispondendo anche al collega dr. Migliaccio – sicuramente pratica e concreta, ma non “obiettiva” per un dato di fatto costitutivo.

La differenziazione in psicopatologia è un atto estremamente complesso e delicato, ma resta esattamente come la diagnosi un puro atto clinico.

La semeiotica psichiatrica è basata su dati empirici ma non su osservazioni “incontrovertibili” come la maggior parte delle altre semeiotiche mediche. La psichiatria utilizza evidentemente il sapere psicopatologico per le proprie osservazioni e le proprie diagnosi esattamente come fa lo psicoterapeuta (che – val la pena ricordarlo – può a sua volta essere medico o psicologo).

La diagnosi psichiatrica delimita l’aspetto psicopatologico del soggetto, senza però predeterminare in maniera incontrovertibile. In breve, manca del tutto la possibilità di approfondimento strumentale del processo diagnostico in psicopatologia, essendo praticamente tutte le psicopatologie (ovviamente quelle di natura “non organica”) non obiettivabili attraverso un riscontro strumentale. Non c’è il “marker” ematico per la schizofrenia come per l’epatite e infatti la schizofrenia (ad es.) come malattia somatica oggettiva non esiste.
Esiste solo come “disturbo schizofrenico” dato da un insieme di sintomi raccolti sistematicamente (e soggettivamente) da un vasto numero di operatori appartenenti a differenti orientamenti, i quali li raggruppano assieme per frequenza e similitudine nella “sindrome” schizofrenica. Ecco perché il problema diagnostico in psicopatologia è ancora oggi tanto sentito e dibattuto, proprio perché tanto complesso.

I criteri di classificazione dei disturbi mentali, infatti, sono considerati incerti a differenza delle altre classificazioni basate su evidenze obiettive. Si tratta di sistemi classificatori basati su rilevazioni empiriche ma non “oggettive”. Basti pensare che i vari DSM in psichiatria forense non possono essere utilizzati.

Al sintomo psicopatologico, inoltre, non corrisponde affatto la classica "lesione d’organo" a sua volta riferibile a una causa specifica come per le malattie somatiche classiche. I quadri clinici in psicopatologia si basano dunque su dati statistici e non su quadri biologici oggettivi. Alcune psicopatologie hanno una correlazione significativa con specifiche alterazioni anatomiche (ad es. l’aumento dei ventricoli cerebrali nella schizofrenia), ma si tratta sempre di una “coincidenza” per quanto significativa che non può essere assunta a validità di nesso causale diretto. In sintesi, i sintomi in psicopatologia possono solo e sempre essere considerati “tipici” ma mai “specifici” di determinate categorie patologiche.

Restando sulla depressione ad esempio, pensate quanto poco ci dica una diagnosi appunto di “depressione maggiore” rispetto all’intervento terapeutico e psicoterapeutico da fare in seguito. Se pure avessimo ad esempio (Fabj, Fondamenti di psicopatologia generale, Persiani ed. 2014) «un paziente che ha 5 dei 9 sintomi descritti per la diagnosi e che presenta “ideazione suicidaria” e “senso di colpa”, sarà assolutamente diverso per espressione e gravità da quello che presenta “insonnia” e “astenia” (…) e per la stessa diagnosi richiedere strategie terapeutiche assai differenti.»

Spero di non essere andato troppo OT e grazie dell’occasione che mi avete dato per portare queste considerazioni.

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