Questo film drammatico mi ha incuriosito per i due attori principali: Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman, a cui ho dedicato un articolo in occasione della sua morte. In secondo luogo, il titolo secco e potenzialmente “psichiatrico”, cioè “Il dubbio”.

La storia in breve. La direttrice di una scuola religiosa vigila su ogni cosa, convinta dell'utilità della sorveglianza, con lo spirito di evitare guai nella scuola, ma anche di proteggere gli allievi. Per questo invita una sua sottoposta a segnalarle qualsiasi anomalia. Così infatti accade, perché parrebbe che un prete abbia condotte ambigue nei confronti di un allievo, verso cui si mostra anche pubblicamente amorevole e protettivo. Su questo “sospetto” si innesca una sorta di inchiesta ufficiosa, di richieste di chiarimenti e infine di contrapposizione tra la direttrice e il sacerdote.

Alla fine dei conti (NB attenzione perché quello che segue è un cosiddetto spoiler, cioè racconta come finisce il film, quindi se non volete saperlo, leggetelo dopo averlo visto).... dicevo, alla fine dei conti la direttrice finge di avere delle informazioni riservate di precedenti condotte pedofile, al che il sacerdote reagisce dimettendosi dall'incarico.

Il film è psichiatricamente ben costruito sul concetto di dubbio e di decisione. Per prendere decisioni è necessario dissipare prima di dubbi? Secondo il principio logico sì, possibilmente e fino al massimo livello possibile. Secondo la regola che ci insegnano le ossessioni, no. Oltre un certo limite, che non è neanche così estremo, si decide sulla base di una serie di elementi, che combinano dati, esperienza, impressioni, priorità. La direttrice, fino in fondo, non sarà mai “con certezza” quale sia la verità. Cercherà di alludere, di provocare, di mettere alle strette, di interrogare, ma niente....non andrà oltre il sospetto iniziale. Che fare allora? Come decidere senza avere in mano un elemento comprovante il sospetto? Eppure decide, e decide anche con sicurezza. Affida la decisione ad una prova, a un trucco: fa intendere al presunto colpevole che ha le prove di altri comportamenti pedofili, ben inteso che prenderà provvedimenti a meno che il sacerdote non provveda da solo a smetterla. Ma anche in questo caso, è così scontato che se il sacerdote rassegna le dimissioni, lo fa perché è colpevole? E se la minaccia fasulla ha funzionato, questo vuol dire che davvero nel suo passato ci sono scheletri nell'armadio? Ma poi, quali saranno di preciso questi scheletri? Quelli che pensa la direttrice, oppure potrebbe trattarsi d'altro, che comunque lo rende ricattabile? O magari ancora, può darsi che il prete, innocente, sia stato ferito nell'orgoglio, e non tollerasse di essere accusato o sospettato di cose infamanti. E in quanto alla minaccia di rivelare qualche segreto passato, avrebbe potuto temere false accuse anche sul passato, vista l'ostilità della direttrice.

Insomma, tutto fuorché un espediente che può dare una certezza “logica”. Ma la direttrice sceglie di usare quel metodo, intuitivo, e con decisione lo applica.

 

L'aspetto psichiatrico del film è la contrapposizione tra il principio del “dover sapere” e il principio del “dover agire”. In teoria si potrebbe pensare, anche essendo in un ambito religioso, che vi sia una “regola” che permette di sapere bene prima di decidere. La cosa che “illumina” potrebbe essere la certezza di un principio, che applicato fornisce poi la necessaria serenità per agire. Invece non è così, come non lo è nella realtà. Il contrario se mai. La regola sembra quella della militanza, cioè del dover agire così spesso, dover decidere così spesso su tutto, da maturare poi come conseguenza anche la capacità di dubitare di tutto, come effetto collaterale. Si dubita di tutto quando si è visto di tutto. A volte, si sarebbe tentati di usare il dubbio per decidere, ma così si finisce per attorcigliarsi intorno al dubbio. Il vero “dubbio” utile è in realtà quello che non si vede, che opera in automatico per fornire poi, in uscita, la risoluzione. Quello che resta resterà anche dopo, a decisione presa. Non importa se si è avuta prova della bontà della decisione, ritornerà fuori anche in quel caso.

 

Nel film si alternano momenti di dubbio e di “non-detto” a un inizio e una fine che invece sono secche decisioni. Nella scena in cui la nuova insegnante comunica, senza dirlo apertamente all'inizio, che un allievo è oggetto di attenzioni non ortodosse da parte del prete, il passaggio dal dubbio alla certezza è brusco. Bastano due parole perché la direttrice “sappia”, con certezza operativa, non logica, che quello che l'altra le sta dicendo è un'accusa netta di pedofilia. Un altro avrebbe potuto insabbiare la cosa, avrebbe potuto non raccogliere la segnalazione, avrebbe potuto (a ragione) pensare che era un po' troppo poco. Avrebbe potuto poi, come fa la direttrice, chiedere ai diretti interessati...Ma, anche così facendo, non si può sperare nella verità se questa dovrebbe venire come confessione. Perfino le vittime, a volte, non riescono a confermare le accuse. Infatti, la direttrice convoca la madre del ragazzo, come per farle capire che, se lei sapeva qualcosa di più, non aspettava altro che di intervenire in difesa del ragazzo. Sorprendentemente, anche la madre ha un “dubbio”: anzi, a noi viene il dubbio che anche lei abbia un dubbio, perché non si mostra sorpresa fino in fondo del sospetto circa il prete pedofilo. Ma quello che fa, anche in questo caso, è una scelta di fronte a un dubbio: sì, può darsi che il figlio abbia avuto rapporti col prete, ma il figlio forse ha tendenze omosessuali, qualcosa di cui tutti in famiglia hanno “il dubbio”, e quindi questo significherebbe due cose: un piccolo scandalo, e dover cambiare scuola. Una famiglia di condizioni misere non può permettersi uno sfacelo del genere, e non è detto – questo è l'altro dubbio della madre – che fermare quello che avviene sia davvero un bene per il figlio.

Queste due modalità, il dubbio e la decisione, sono in effetti due momenti diversi. Uno, circolare (il dubbio), che può aggiungere elementi, complicare, cogliere le eccezioni e le specifiche, ma non può mai portare ad una decisione. Le decisioni finiscono per essere tutte possibili, e in questo equivalenti. Anzi, il dubbio impone di avere la certezza. La crea come bisogno, mentre in origine non c'era. La prova che la certezza non c'è è che l'organismo è programmato per andare avanti nell'incertezza. Andare avanti non a tentoni, in maniera goffa e impacciata, ma con una “certezza operativa”, cioè sapere cosa fare. Si può essere nel dubbio in maniera irrisolta, e contemporaneamente prendere decisioni. Anzi, lo si è necessariamente, per cui il dubbio diventa soltanto il livello di logica che intendo utilizzare, e che poi insieme ad altri nessi meno stretti, e più analogici, servirà a prendere una decisione.

Neanche quando uno ha preso la decisione il dubbio è risolto. Perché non c'entra, la decisione non deriva da un suo scioglimento. Anzi, è probabilissimo che una volta fatto un passo importante, il dubbio torni subito a bussare, come per un controllo postumo.

Anche la direttrice, alla fine della storia, sarà attanagliata dal dubbio. Rifarebbe quello che ha fatto, ed è chiaramente convinta di averci azzeccato. Ma non può liberarsi dal dubbio. D'altronde, si potrebbe dire, se uno non dubitasse continuamente non riuscirebbe poi neanche a “cogliere” le analogie. E' quindi il dubbio sul passato, spesso, che aiuta a prendere decisioni sul futuro.

 

Il dubbio, parola che la protagonista pronuncia con disperazione, è quasi un peso da portare per aver dovuto decidere. Non è un dubbio malefico, che blocca l'azione. Non è un dubbio benefico, che la orienta rapidamente verso il canale d'uscita. E' semplicemente un dubbio vitale. Il nostro attrito con l'incertezza, che punge nei momenti di risacca.