Coronavirus: quando il gioco si fa duro

Dr.ssa Franca Scapellato Data pubblicazione: 19 marzo 2020

Non finirà presto. Le giornate iniziali di confinamento sono trascorse in modo tutto sommato leggero, organizzando attività per i bambini, cucinando, scambiandosi meme divertenti sui social, organizzando flash mob sui balconi.


Le immagini degli ospedali intasati, dei sanitari stravolti, delle città deserte, soprattutto per chi non abitava nelle zone più colpite, impressionavano al momento, provocavano angoscia, ma sembravano lontane, quasi irreali.

Il pensiero, che in psicanalisi viene definito subconscio e in terapia cognitiva pensiero automatico, quindi non pienamente cosciente, era: facciamo questo sacrificio, e da dopodomani le cifre, le maledette cifre, scenderanno e potremo riprendere la vita di prima. Andrà tutto bene.

Ora cominciamo a renderci conto che il mondo sta cambiando, non solo il nostro mondo piccolo, ma tutte le nazioni. Questo nemico invisibile sta modificando equilibri economici e politici. Quando finirà, e finirà di sicuro, niente sarà più come prima.

Cominciamo a perdere persone che conosciamo, e a perderle in un modo che non consente neppure i riti funerari, l’elaborazione collettiva del lutto. I malati entrano in ospedale, e se purtroppo muoiono alla famiglia viene restituita una bara chiusa. Muoiono medici, sacerdoti, vicini di casa.

Quando finirà? Ce lo chiediamo tutti, ma soffermarsi su questa domanda non serve, perché la risposta non c’è. Oggi come non mai la strategia migliore è concentrarsi su quello che si può fare ora, per la propria famiglia, per i vicini di casa anziani e in difficoltà, vivere un giorno dopo l’altro, come facevano i nostri nonni in tempo di guerra.

In questa crudele primavera capiterà di rimpiangere le gite all’aria aperta, i viaggi nelle città d’arte, la pizza con gli amici, la spiaggia. È comprensibile, ma fissarsi su quello che ci stiamo perdendo impedisce di vivere adesso, ci rende irritabili, depressi, o peggio ci induce a compiere azioni che mettono a rischio la vita degli altri.

Restiamo a casa, noi che possiamo, inventiamoci ogni giorno cose da fare, leggiamo, telefoniamo agli amici e ai parenti, teniamo impegnati i bambini. Bisogna fare uno sforzo, un grosso sforzo di volontà, andare contro l’istinto.

Di fronte a un pericolo la reazione istintiva, perfezionata in migliaia di anni, è di lottare o fuggire: fight or fly. Purtroppo in questo caso non serve, la risposta utile è stare in casa.

In caso di pericolo l’uomo, animale sociale, cerca il contatto fisico e il conforto dei suoi simili, si riunisce, si abbraccia. Anche questo non si può fare.

Durante la persecuzione nazista tante persone, famiglie intere, sono rimaste nascoste per mesi in soffitte, in polverosi sgabuzzini, mangiando quel poco che i loro salvatori potevano recapitare a rischio della vita. Quando iniziavano a cadere le bombe potevano solo sperare che non cadessero sul loro rifugio. Una vita terribile, ma il nemico lì era ben visibile, non c’era scelta.

Noi fatichiamo a mettere in relazione i necrologi con l’innocente scappatella per incontrarsi con la “morosa” o tirare due calci al pallone in un campetto. 

Combattiamo un nemico tanto invisibile quanto implacabile, e lo possiamo fare in un modo solo: isolandoci e restando a casa. Per tutto il tempo che ci vorrà.

Autore

francascapellato
Dr.ssa Franca Scapellato Psichiatra, Psicoterapeuta

Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1981 presso università di Parma.
Iscritta all'Ordine dei Medici di Parma tesserino n° 3717.

10 commenti

#1
Ex utente
Ex utente

buonasera, concordo su tante cose, ma sicuramente non concordo su questa "Noi fatichiamo a mettere in relazione i necrologi con l’innocente scappatella per incontrarsi con la morosa o tirare due calci al pallone in un campetto. "
Io fatico a capire come si possa dire: puoi fare sport all'aperto mantenendo le distanze di 1 mt almeno e poi contestualmete mi si dica: si puoi ma non farlo.
Io fatico a capire come si possa dire #iorestoacasa quando devo andare a lavorare in fabbrica a produrre beni di ultima necessità.
io fatico a capire come si possa dire di non muoversi lasciando i mezzi pubblici tutti in funzione.
Io fatico a capire come si possa fare leva sulla fragile mente umana, segnata oltretutto da una spiccata ignoranza coltivata negli ultimi anni attraverso l'abuso di social media, e dare la responsabilità indiretta a persone che sino all'altro giorno si salutavano amichevolmente, di controllare me e i miei movimenti, creando una crepa sociale immensa, che nessun vaccino o cura potrà guarire.
Il virus fa il suo lavoro, proprio come noi abbiamo fatto e facciamo con la terra, con gli animali, con i nostri simili, ma noi siamo dotati di intelletto, coscienza, il virus no, lui lotta solo per moltiplicarsi.

#3
Dr.ssa Franca Scapellato
Dr.ssa Franca Scapellato

Gentile Fourblack,
sulle scelte di politica sanitaria concordo in parte con lei, molte mi sembrano insufficienti e altre eccessive. I mezzi pubblici sono indispensabili per chi deve andare comunque a lavorare. Purtroppo, e lo dico da runner, anche se modesta, certi sacrifici bisogna farli, perché, come stava scritto nelle osterie di una volta "Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno". Meno persone in giro vuol dire meno lavoro per le forze dell'ordine, e meno rischio di contagi. L'equilibrio tra libertà personale e protezione della salute collettiva (ma è anche qui un discorso politico) si è modificato, non sempre in modo giustificabile, ed è giusto rimanere vigili e criticare quello che non va, però intanto bisogna obbedire a quanto viene chiesto e sperare che le regole vengano chiarite strada facendo. Del resto tutti gli altri Paesi occidentali, dopo averci scherniti, stanno facendo come noi, e stanno commettendo gli stessi errori. In un regime totalitario è più semplice, i diritti civili non esistono.

#5
Ex utente
Ex utente

Buongiorno, grazie di aver fatto delle lecite osservazioni, ma credo di essermi espresso male e/o di non essere riuscito ad esprimere chiarente il concetto.
Non entro nel merito delle disposizioni, e della responsabilità che bisogna avere piu o meno sentita dal folto gruppo eterogeneo di abitanti del nostro paese.
Dico solo che in un momento nel quale già si sta andando ad attingere ad un diritto fondamentale che è quello della libertà individuale, che non è da banalizzare e su questo punto mi consenta di dire che bisogna essere chiari, perché qualsiasi sia la causa, la privazione della libertà è sempre traumatica.
Si sta invece creando un sistema di guardie e ladri frutto dei buchi (non colmati dopo essere stati ben evidenziati) in cui persone mosse da estremo senso di responsabilità si sentono in dovere di diventare poliziotti senza ordine costituito, nei confronti di chi è sino a prova contrario non in torto perche intrappolato in dei cavillo giudiziario.
Molto difficile in questi casi far capire quale sia la cosa giusta, e ripeto nel dire che quando sarà finita e spero presto queste situazioni permarranno per molto tempo, creando quella sorta di diffidenza reciproca che a sentire chi l'ha vissuta ha accompagnato per anni chi è stato coinvolto in eventi di guerra.
A lei le considerazioni, se vuole, l'argomento è sottovalutato e dico purtroppo.
Saluti

#6
Ex utente
Ex utente

Buongiorno,
Scomodo per un attimo Calvino : "il planare sulle cose dall'alto senza avere macigni sul cuore"
Con il suo tocco di scrittore e poeta in poche parole riuscì a scolpire l'essenzialità della leggerezza.
In un momento storico ,come questo che stiamo affrontando,ricorda che per non essere travolti dal basso sarebbe meglio atterrare (metaforicamente parlando) dall'alto con un po' di leggerezza che in sé ha tutte le caratteristiche per avvicinarsi all'altro.
Aiutandoci a sentirci comunità, tessendo empatia e solidarietà ,spingendoci cosi fuori dal ghetto dell'indifferenza portandoci nel libero campo del piacere di sentirci in qualche modo uniti da relazioni anche sottili ma non per questo superficiali .
Credo sia una forma di naturale prevenzione contro il rancore ,l'odio e l'indifferenza.

#8
Ex utente
Ex utente

Nessuno sembra considerare il fatto che potremmo non uscirne mai più. Una volta finiti questi arresti domiciliari, una volta ripresa la vita di prima o un surrogato, il virus potrà sempre colpirci perché nessuno è un' isola e le persone viaggiano, si spostano, lavorano, vivono. Ecco vivono, noi non stiamo più vivendo adesso, siamo in galera aspettando la disfatta definitiva in solitudine. Non ci usciremo più di casa.

#9
Ex utente
Ex utente

Impossibile non uscirne, sicuramente con le ossa rotte ma ne usciremo.
Abbiamo la fortuna di aver operatori del settore migliori al mondo quindi così come è stata sconfitta la tbc arriverà un vaccino anche per levare la corona a questo virus. ;)

#10
Dr.ssa Franca Scapellato
Dr.ssa Franca Scapellato

Sarà una cosa lunga, ma ne usciremo. Il genere umano si è adattato a tante malattie, ci adatteremo. Il vaccino arriverà, il nostro sistema immunitario imparerà a riconoscere il virus. Forse dovremo cambiare alcune abitudini, come è successo per l'HIV, di sicuro i danni economici e sociali saranno quelli di una guerra, ma ce la faremo.

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