Utente 338XXX
Buonasera,
ho 35 anni, sono bulimica da oltre 20, ma solo da poco ho preso in considerazione l'idea di affrontare un percorso terapeutico.
Faccio una premessa. Nel 2011 mi sono rivolta per la prima volta al CDA della città dove risiedo, ma l'esperienza non è stata positiva: sono stata presa in carico solo per il controllo farmacologico e mi è stato palesemente detto che non ci sarebbe stato posto per me per una psicoterapia individuale, a causa del taglio della spesa. E nonostante il mio ISEE parlasse chiaro... Peraltro, il centro ha interrotto la mia presa in carico l'anno successivo, a causa di un errore burocratico e, nonostante i miei tentativi di mettermi in contatto con i medici per accedere a un qualsiasi tipo di percorso (ero disperata!), non venivo richiamata. La responsabile del centro, successivamente, mi ha detto che le mie chiamate venivano volutamente ignorate, dato che la presa in carico era cessata.
Ho trascorso tre anni sola, disperata e col terrore di non farcela, di non uscirne. Di quello che continuavo a fare da 20 anni al mio corpo e di ciò che questo avrebbe comportato. E nessuno, né il centro né il consultorio di riferimento mi hanno presa in carico, "rimbalzandosi" da una parte all'altra la mia richiesta d'aiuto.
Finché un bel giorno scopro che esistono regioni che offrono percorsi terapeutici mirati e multidisciplinari. Sono stata sia al centro DCA di Chiaromonte che a quello di Todi ed entrambi i mi hanno proposto un trattamento residenziale. Scelgo il ricovero a Todi e avvio le pratiche per la richiesta delle autorizzazioni per il ricovero fuori regione. Ma non poteva mancare la ciliegina sulla torta.
Finalmente la referente del CDA della mia città mi contatta. Vado da lei in lacrime e le chiedo solo di aiutarmi a ottenere i permessi. Ma lei, per tutta risposta, afferma che la regione investe sul privato e sul convenzionato e non accetta di ricoverare fuori regione. Avrei potuto accedere a una struttura, conosciuta da queste parti come un lager (troppa gente dice le stesse cose!) e che non propone la gamma di gruppi e attività dei due centri pubblici. E dove i pazienti non gravi sono costretti a stare a contatto con i casi critici.
Oppure, opzione 2: una struttura che deve ancora nascere. Dove, a 35 suonatissimi anni dovrei fare la cavia. E io non me la sento di rischiare. E per convincermi sono state usate argomentazioni come il valore del palazzo che ospiterebbe il centro, più importante (a quanto pare) del percorso terapeutico.
Al di là delle implicazioni etiche basate sul Giuramento di Ippocrate, che forse questo medico non ha prestato (la spesa che prevale sulla salute), le domando per cortesia qualche informazione:
- La regione di residenza può costringermi a ricoverarmi in una struttura in regione?
- Come cittadina italiana ho diritto di scegliere dove accedere?
- Se questo diritto esiste, come posso esercitarlo?
- Se non mi verrà concesso, come potrò farlo valere?
La ringrazio in anticipo.
Saluti cordiali.

[#1] dopo  
Dr. Nicola Mascotti

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Spett.le Utente,

la Sua regione di residenza non può certamente costringerla ad un ricovero presso una struttura che Lei non accetta, a meno che non si tratti di un trattamento sanitario obbligatorio.
Tuttavia se il ricovero pressuppone un onere, cioè una spesa, da parte dell'ente sanitario, tale spesa deve essere giustificata dall'assenza di strutture regionali ove tale ricovero possa essere effettuato.
Lei ha quindi il diritto di scegliere il presidio presso cui effettuare le cure, ma dovrà farsi carico degli oneri, se la regione non autorizza il ricovero.
Per un eventuale ricorso avverso un diniego alla Sua richiesta potrà rivolgersi ad un avvocato esperto in diritto sanitario.

Distinti Saluti.
Nicola Mascotti,M.D.

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