Problemi di autostima e ansia

Salve. Parto dicendo che sono una studentessa di psicologia, ho 24 anni e vivo con mia madre. Non mi sono mai lamentata del rapporto con lei. La ricordo da sempre una madre amorevole, affettuosa, ma molto insicura. Non ha avuto una vita facile in famiglia, mi ha raccontato cose tristi della sua infanzia, e mia nonna non è mai stata un grande esempio di tenerezza. Le mie ansie iniziano dopo il diploma. Ho iniziato a cercar lavoro, non ero sicura di voler iniziare l'università, ma mi sono sempre capitati lavori un po' discutibili; call center (Che odio. Sono introversa e lo trovavo un lavoro umiliante, la gente mi insultava per telefono e questo mi metteva ancora più ansia, quindi ho mollato. Anzi, mi hanno mandata via perché non chiudevo abbastanza contratti). Ho lavorato come venditrice porta a porta, lavoro che lascia il tempo che trova, perché mi pagavano a provvigioni. Ho mollato io. Ho lavorato come cameriera, ma dopo una settimana mi hanno mandato via perché non ero adatta. Voglio specificare che non mi hanno mai "formato" a fare quel lavoro, o aiutato. Invece no, mandata a casa. Sono consapevole di non essere la cameriera migliore del mondo, ma imparo, e credo sia quasi dovere di un direttore formare il proprio personale e aiutarlo nei propri errori. So che può sembrare una giustificazione alla mia incapacità, ma ho fatto dei lavori stagionali in cui mi sono trovata bene, mi ritenevo brava e non ho avuto problemi. Insomma, col tempo ho capito che volevo fare qualcosa che mi piacesse e mi sono iscritta all'università.
Amo quello che studio, ma tutte queste esperienze lavorative mi hanno messo molta pressione addosso perché sono state più quelle negative che quelle positive. Mi sento molto insicura, ho paura a inviare un qualsiasi curriculum per paura di non essere capace.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una frase di mia madre che mi ritorna in testa ogni volta ed è "ti hanno mandata a casa perché non sai fare niente. "
Io non penso che mia madre sia cattiva, ma mi fa ancora male pensare a quelle parole e secondo me le pensa davvero. Quando è arrabbiata dice spesso cose molto pesanti. Una volta mi ha detto "avrei dovuto morire io al posto di tuo padre" o "è colpa mia se sei cresciuta così".
Studio, cerco di farla contenta e cerco di renderla fiera di me e mi rendo conto che mi sento in colpa quando smetto di studiare e mi prendo una pausa, o faccio altro, perché non voglio che lei mi veda mentre non faccio nulla.
Ho la sensazione costante che lei non sia contenta di me e mi sembrano tutti più bravi di me, più capaci.
Mi rendo conto che la cosa ideale sarebbe iniziare un percorso di psicoterapia, e che scrivere qui non risolverà magicamente i miei problemi, ma se aveste qualche "consiglio" utile da darmi ne sarei felice. Sto per finire la triennale e conto di fare la magistrale fuori, al Nord. Credo che mi sentirei meglio a star lontana da casa.
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Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 4.1k 190
Gentile utente,
ottima idea quella di fare la magistrale fuori casa, anche se conosco la città in cui studia e apprezzo molto alcuni docenti. Fra l'altro potrebbero aiutarla: come sa, in ogni università ci sono degli psicologi a sostegno degli studenti e da voi c'è anche il Centro Ricerche Psicologiche (non cito la sigla per non renderla riconoscibile) con un'ottima scuola di psicoterapia annessa, dove si può seguire un percorso psicoterapeutico a prezzi agevolati.
Venendo alla sua email, mi sembra che presenti due problemi connessi tra di loro, tutti e due forse risolvibili abbastanza bene, vista la determinazione che mi sembra lei dimostri. Lei manca forse di autostima, ma non della giusta misura di autoefficacia, per dirla in quel linguaggio psicologico che è anche il suo.
Sua madre è una donna "molto insicura", a quanto pare precocemente vedova, che ha fatto di lei (non dice se figlia unica) la sua confidente raccontandole cose tristi della sua infanzia. Non sappiamo se sua madre si è realizzata professionalmente e ha una vita affettiva appagante, amore, amici, familiari, ma da certe sue parole sembra che lei, utente, abbia svolto negli anni non solo il ruolo di confidente, quasi un sostituto del partner, ma quello di conforto e di compenso: "Studio, cerco di farla contenta e cerco di renderla fiera di me e mi rendo conto che mi sento in colpa quando smetto di studiare e mi prendo una pausa, o faccio altro, perché non voglio che lei mi veda mentre non faccio nulla".
Atteggiamento pericoloso e auto-mutilante che non l'aiuta ad acquisire sicurezza, a crescere nelle sue capacità, il che richiede indulgenza verso i propri errori, e soprattutto non le fa vedere i lati belli e allegri della vita, senza i quali il solo "dovere" diventa troppo duro.
Ma soprattutto lei non si sente accettata, infatti scrive: "Ho la sensazione costante che lei non sia contenta di me e mi sembrano tutti più bravi di me, più capaci".
Sciocchezze. Dettagliando i lavori che ha sperimentato, lei analizza lucidamente quelli che non le sono congeniali (call center), quelli economicamente non convenienti per chiunque (le vendite porta a porta), quelli in cui si è scontrata con persone incapaci di svolgere un ruolo di formazione (cameriera), ma anche quelli dove è perfettamente riuscita: "ho fatto dei lavori stagionali in cui mi sono trovata bene, mi ritenevo brava e non ho avuto problemi".
Proprio nella sua università all'inizio dell'anno accademico c'è stato un incontro anche online con esperti di varie città d'Italia e di altri Paesi; spero abbia partecipato. S'intitolava: "Didattica Hitech: Conoscere, Includere, Crescere".
Glielo cito perché tra gli altri intervenuti c'era una giovane collega napoletana, Fortuna Imperatore, creatrice di videogiochi didattici (uno molto noto è Freud Bones). Questa geniale ragazza ha iniziato la sua carriera lavorativa come domestica in una cooperativa e veniva maltrattata così duramente che per poter lavorare -era povera e non poteva farne a meno- ha cominciato a considerare il suo lavoro una specie di videogioco tipo Tomb Raider, sentendosi come Lara Croft, la protagonista, che una volta vince e cento volte perde, ma non rinuncia a ritentare e non perde mai il buonumore e la grinta.
Per fare qualcosa di analogo lei deve sentirsi "le spalle protette", ossia deve superare le incertezze che le comunica sua madre, o facendole capire che sbaglia, o tagliando il cordone ombelicale e uscendo dall'invischiamento e diventando lei stessa la sua sorgente di fiducia.
L'aiuto esterno di un* psicolog* le sarebbe naturalmente utilissimo.
Auguri. Ci tenga al corrente.

Prof.ssa Anna Potenza (RM) gairos1971@gmail.com

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Dr. Mariateresa Di Taranto Psicologo 165 17 3
Gentile utente,

comprendo la pressione che avverte, mescolata alla paura e allo sconforto.
Lei è in un momento delicato e complesso della sua vita, quello che si colloca tra la tarda adolescenza e l'età adulta. Si sta misurando con scelte di vita cruciali, esperienze nuove a livello identitario, sociale e relazionale; distacchi dalle sue certezze, dal ruolo che ha ricoperto fino ad ora.

Forse questo momento che lei sta vivendo con solitudine, incertezza, smarrimento, lo sta vivendo anche sua madre, in un modo diverso, perché non vede in lei la figlia di un tempo, o forse è combattuta tra il voler e cercare di spingerla fuori, nel mondo, e il trattenerla vicino a sé. Ha sbagliato a dirle che non sa fare niente. So che parole come queste si imprimono nel cuore, fanno molto male e si dimenticano difficilmente, ma credo anche che esse a volte vengano pronunciate con superficialità e non portino con sé una verità così assoluta rispetto al pensiero che chi le pronuncia ha della nostra persona.
Sono parole che contengono rabbia, esasperazione, forse una piccola parte di verità legata ad un momento.

Per quanto riguarda le sue esperienze lavorative, il mondo del lavoro oggi costituisce una grande incertezza per i giovani. Si presenta come una realtà dalle molte insidie e le poche promesse, gettando sul futuro una luce oscura.
Comprendo dunque che esperienze lavorative vissute come fallimentari abbiano suscitato in lei sentimenti di paura e inadeguatezza. Ma provi ad attribuire ad esse un differente significato. Lei ha scelto di studiare psicologia, il suo posto probabilmente non era in quei lavori che ha svolto senza desiderio e passione, ma per motivi legati allo svincolo da sua madre, all'indipendenza economica.
Guardi oltre queste esperienze; ha un futuro personale e professionale ricco di possibili soddisfazioni e sorprese che la attende e aspetta di essere scritto e percorso da lei.
Potrebbe rivolgersi ad uno psicologo per farsi sostenere e accompagnare in questo momento della sua vita, e donarsi uno spazio suo all'interno del quale potersi esprimere, trovando altri modi per pensare alle sue esperienze, prospettive nuove da cui guardare.
Il mio invito comunque è quello di coltivare la fiducia, la speranza, che ci sarà qualcosa di bello per lei, che troverà il suo posto nel mondo.

Auguri di cuore.

Psicologa e Assistente Sociale
www.psicosocialmente.it

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