Per favore, aiutatemi a capire... abuso emotivo in famiglia?

Vi chiedo un serio aiuto per districare i vari pensieri che sovraffollano la mia mente e non mi lasciano in pace.

Ho 20 anni e, 11 anni fa, i miei genitori si sono separati. La separazione è stata voluta da mio padre, a motivo del fatto che- secondo lui- mia madre era nei suoi confronti molto violenta e prevaricatrice; nondimeno, lui non ha fatto nulla per portarmi a vivere con sè, ma ha lasciata tranquillamente- e, anzi, ha addirittura richiesto- che io vivessi con mia madre (sono figlia unica). Viceversa, mia madre ha sempre sostenuto che mio padre l'avesse tradita e che i suoi comportamenti violenti non fossero altro che reazioni al gesto compiuto da mio padre.
Ora, io non so cosa sia successo effettivamente tra loro due, perchè la separazione (avvenuta quando io avevo 9 anni) è stata ovviamente un "punto di rottura", mentre di quanto è avvenuto negli anni precedenti conservo veramente pochi ricordi, se non nulli. Vi sono comunque alcuni episodi che ricordo, antecedenti all'uscita di casa di mio padre, e che trascriverò brevemente:
- Eravamo in vacanza al mare, nella casa che affittavamo tutti gli anni. Non ricordo per nulla cosa fosse successo, fatto sta che i miei genitori avevano iniziato a litigare in modo pesante. Io devo essermi ad un certo punto "messa in mezzo", nel senso che non ne potevo più di sentirli strillare e devo aver detto qualcosa per incitarli a smettere, dall'esasperazione. L'unica cosa che ricordo (e me la ricordo MOLTO bene) è che mia madre ha preso il cucchiaio di legno che c'era in cucina e me l'ha picchiato sulla gamba in modo così forte da farlo spezzare. Mi era rimasto un segno viola enorme. Quella sera mio padre mi ha portata fuori da quella casa, ma poi tutto è tornato alla normalità...
- (Secondo quanto racconta mio padre) una sera, quando ancora ero parecchio piccola (5-6 anni), mia madre mi avrebbe detto: "Sai che il papà vuole andarsene di casa per fare figli con un'altra donna?"
- Una domenica eravamo andati a visitare un piccolo mercato vicino alla nostra abitazione e, durante il ritorno in macchina, il litigio tra i miei genitori si era acceso nuovamente. Era un periodo in cui per qualsiasi cosa continuavano a urlare, dovevano essere gli ultimi tempi in cui mio padre era in casa. Una volta giunti dove abitavamo, mia madre scese dalla macchina mentre mio padre rimase a bordo. Io non sapevo cosa stesse succedendo, nè tantomeno che fare. I miei genitori iniziarono in quel momento a "contendermi", giocando a chi lanciava l'offerta più alta: "se vieni con me ti porto a fare l'aperitivo", "se vieni con me ti porto dal tuo amico a giocare"... Io ricordo benissimo che stavo immobile, facendo finta che non mi stessero nemmeno parlando, perchè fino a quel momento non ero stata interpellata e non sapevo cosa fare. Alla fine, mia madre interpretò il mio rimanere ferma come una decisione di stare con mio padre, quindi chiuse lo sportello dell'auto dicendomi con astio "Bene, hai fatto la tua scelta".
Di sicuro ci sono altri episodi, ma non me ne ricordo. Al contrario, fortunatamente, conservo più ricordi per quanto riguarda il periodo dopo l'uscita di casa di mio padre:
- Mia mamma era sempre nervosa ed irascibile, ha passato i primi 6 mesi in depressione sul divano. Spesso mi chiamava da lei e se io non arrivavo subito diceva "E se io stessi per morire?". Continuava a ripetermi che dovevo difenderla, prendere le sue parti; altre volte si arrabbiava con me aggredendomi sia verbalmente che fisicamente, dicendomi che io ero come mio padre, che la trattavo male, che volevo denunciarla (avevo 9 anni!!!) e che trattavo meglio mio padre rispetto a lei perchè economicamente poteva darmi di più. Queste cose ha continuato a ripetermele per 11 anni e me le dice tutt'oggi.
- Di contro, mio padre era completamente assente. Quando mi vedeva, nei giorni prefissati dalle prime udienze, non mi rivolgeva quasi parola, ma stava sempre attaccato al cellulare. Io cercavo spunti di conversazione e spesso e volentieri lui non mi rispondeva. Mi criticava per il mio modo di vestire e di fare. Quando ero a casa sua, a volte mi diceva "esco a buttare la spazzatura", stava fuori per 2 ore e al suo ritorno, quando gli chiedevo dove fosse stato, si arrabbiava con me perchè ero invadente e "Non erano affari miei". Chiedergli qualcosa su di lui sembrava un crimine. A quanto pare, si lamentava con mia mamma perchè "parlavo troppo". Anche quando andavamo in vacanza insieme non mi rivolgeva parola, ma stava sempre attaccato al cellulare. Ricordo quante cene ho fatto al ristorante a mangiare in silenzio con lui che fissava sto maledetto cellulare ed io che mi vergognavo di quello che avrebbe potuto pensare la gente intorno vedendoci così...
- Nè la famiglia di mio padre nè quella di mia madre hanno mai potuto costituire un valido aiuto per me. La famiglia di mia madre non faceva che sostenere lei e dare contro a mio padre, mentre nei litigi che mia mamma provocava tra di noi davano sempre ragione a lei (i miei nonni no, non hanno mai detto niente... Nè nel bene nè nel male; ma mia zia faceva da pappagallo a quanto già mi diceva mia mamma, pur essendo esterna alla situazione in casa); la famiglia di mio padre non mi ha mai detto niente, neanche per consolarmi dalla separazione (che già di per sè, anche quando avviene in modi tranquilli, è una cosa dolorosa per dei figli piccoli) ed io non andavo certo a confidarmi con loro. In quegli anni ero ingrassata molto (a 11 anni pesavo 60 kg!), perchè in casa non c'era alcun controllo sull'alimentazione: si mangiava di tutto a qualsiasi ora, io e mia mamma sdraiate sul divano a mangiare tutto il giorno per non so quanti giorni. Il cibo era la valvola di sfogo per tutto. Ebbene, i miei nonni paterni continuavano a rimproverarmi per quanto fossi grassa e pigra, lo fanno tutt'oggi (anche se un po' di meno... ma non hanno mai smesso). Mi dicevano cose del tipo: "non stai bene in costume", "non ti sposerà mai nessuno perchè dormi troppo", eccetera...
Credo che descrivere lo stato d'animo in cui ho vissuto sia impossibile, anzi, mi scuso per la scarsa fluidità del mio testo ma- nonostante scrivere sia la cosa che mi riesca meglio- quando si tratta di queste cose io non riesco più a ragionare. Ricordarle in un filo logico e coerente mi sembra non solo impossibile, ma anche inutile, dato che sono convinta che a nessuno interesserà di queste cose e nessuno potrà mai aiutarmi. Sono stata autolesionista a 13 anni e a 16 ho tentato il suicidio; in seguito a questi episodi, i miei genitori mi hanno mandata dallo psicologo, il quale- dopo avere fatto delle sedute con me e dopo avere inteso quale fosse il vero problema- ha provato a parlare con i miei genitori. Risultato? Ricordo perfettamente che un giorno mi disse "O i tuoi genitori collaborano oppure io devo abbandonare il tuo caso, perchè per me è troppo difficile". Inoltre, quando ero in cura da lui mia mamma mi apostrofava dicendomi cose come "Sei pazza, infatti devi andare dove si curano i pazzi, vai dallo psicologo come i matti, hai qualcosa che non va" eccetera. Ed entrambi i miei genitori mi hanno fatto pesare il fatto di avermi pagato ed accompagnato dallo psicologo, dicendomi che ero un'ingrata. Quando lo psicologo ha consigliato loro dei metodi comportamentali da usare nei miei confronti, e gli ha mostrato i loro errori, loro si sono arrabbiati dicendo "Adesso questi uomini ci dicono anche come educare i nostri figli" (mamma) e "Lo psicologo ha solo fatto danni e peggiorato tutto" (papà).
Intanto il mio senso di ansia, angoscia e vuoto interiore cresceva, sempre più volevo andarmene da casa. I litigi con mia mamma erano frequenti, sciocchi, violenti e il più delle volte immotivati (non ho mai fatto grandi stupidaggini, tranne quelle fatte per dolore ed esasperazione: a scuola continuavo ad andare bene, tra l'altro frequentando un liceo classico, non mi drogavo, non frequentavo brutte compagnie etc...); non ne parlavo più a mio padre, perchè da diversi anni lui continuava a ripetermi che i problemi tra me e mia mamma non erano affar suo. Quando però mia mamma non riusciva a risolvere una questione con mio padre, ero io a dover andare da lui e cercare di farlo ragionare... E questi problemi sono sempre stati economici. Mio padre mi diceva "Per te tutto, per lei no", evidentemente non comprendendo che se in casa non avevamo i soldi per pagare il gas io non potevo non andarci di mezzo, anche perchè mia mamma scaricava tutti questi problemi su di me (mi ricordo certe litigate che facevo con il mio fidanzatino di allora perchè "mia mamma non aveva i soldi per pagarsi le gomme della macchina", storia con la quale mi esasperava così tanto da farmi impazzire...). Una sera, mia madre ebbe un attacco di panico: lacrime, palpitazioni, schiuma alla bocca, respiro affannoso, continuava a urlare contro di me come una pazza. Decisi di chiamare il 118 perchè avevo paura le venisse una crisi respiratoria o altro, ma lei me lo impedì staccando i telefoni di casa e strappandomi dalle mani sia il suo che il mio telefono, anche saltandomi addosso e aggredendomi fisicamente pur di raggiungere il suo obiettivo. Continuava a urlare "non voglio finire in ospedale, non voglio che mi rinchiudano" e mi impediva anche di chiamare mio padre, mentre io ero lì, spaventata e sola come sempre. Ricordo altre volte in cui, per i motivi più svariati, mia mamma mi metteva le mani addosso, facendomi uscire il sangue dal naso, oppure lasciandomi dei lividi in faccia (tanto che il mio professore di ginnastica a scuola mi chiese "Ma il tuo fidanzato ti picchia?"). Una volta alle medie confidai parte di questa situazione a una mia professoressa, che a colloquio ne parlò con mia mamma facendole notare i suoi atteggiamenti sbagliati.. Mia mamma, per tutta risposta, non solo non seguì quanto detto da lei, ma per anni continuò a rinfacciarmi questo fatto, dicendomi "La tua professoressa dice che non devo dirti che sei come tuo padre, ma sei uguale!", ovviamente inteso nel senso negativo dei termini.
Questa situazione, negli anni, mi ha allontanata un po' da tutti i rapporti sociali: più il tempo passava e più mi vedevo distante da quelle amiche belle, sempre in ordine, tranquille, spensierate e felici, mentre io ero sempre o quasi sempre triste o malinconca per via dell'assurdità della mia situazione in famiglia. Sono consapevole del fatto che nessuna famiglia, neanche tra quelle "unite" è sempre perfetta: i problemi e le questioni sono dovunque; parlando di "assurdità" io mi riferisco al modo di gestire i problemi, della violenza e delle cattiverie, delle paure e paranoie immotivate (mia madre: "tuo padre ha un'altra famiglia", "tuo padre ha un altro figlio", "tuo padre mantiene famiglie di stranieri mentre a noi non dà neanche un soldo", "tua padre ha comprato la macchina nuova a quella famiglia perchè la madre è la sua amante", "tuo padre ha due case", "Quando ci sono le questioni tra me e tuo padre devi essere presente anche tu perchè lui ha paura di te"... Eccetera... Tutte supposizioni mai dimostrate; mio padre: "tua mamma vuole fare la vita da signora con i miei soldi", "tua madre ferisce te per ferire me"... Quando in casa i soldi realmente mancavano...) che negli anni mi hanno logorata, perdurando fino ad oggi. Verso i miei 19 anni, mi sono stancata ed ho deciso di dire basta: ho detto chiaramente ai miei genitori che io ne volevo rimanere fuori dalle loro questioni giuridiche... Il che ha fatto esplodere mia mamma, che ha iniziato a darmi dell'immatura, dell'ingrata, "credevo che tu fossi più intelligente", eccetera.
Esasperata, ho sceto una facoltà lontana da casa, ma la questione non è cambiata. Nei primi tempi sembrava andare tutto bene, avevo tutto sommato un buon rapporto con i miei genitori ed in casa mia avevo la pace che avevo sempre desiderato. Ma, da Gennaio di quest'anno, mia madre ha cominciato a covare una specie di astio nei miei confronti: perchè io ho "tanti soldi" (per ovvi motivi l'assegno di mantenimento mio padre lo passa a me, anche se io mi sono sempre resa disponibile per aiutarla economicamente e la aiuto già nei modi che posso), perchè secondo lei non faccio niente, sono una fallita, uno schifo, non ho amici perchè ho un carattere che nessuno sopporta, sto dalla parte di mio padre, sono un'ingrata... Continua a rinfacciarmi il fatto di avermi allevata e passa da momenti di normalità e affettuosità a momenti (più duraturi, soprattutto quando torno a casa dalla città universitaria) in cui mi urla dietro di tutto.E' già successo che ancora una volta mi aggredisse anche fisicamente: a Gennaio, per aver trovato una mia felpa sul tavolo, mi ha dato due calci...
Qualunque persona che mi abbia conosciuta un po' più intimamente (tendo a tenere nascoste queste cose), mi ha fatto notare l'atteggiamento sbagliato dei miei genitori nei miei confronti. Il mio attuale ragazzo, stanco di vedermi sempre in questo stato e preoccupato per la mia salute, ha anche provato a parlarci più volte, non ottenendo niente. Per tutta risposta, anzi, quello che sa dire mia mamma è che "Lui è la mia pezza da piedi e io lo manipolo come voglio, me lo sono scelta solo perchè lo reputo inferiore a me e che dato che non vivo più con lei e non posso sottomettere lei ho iniziato a farlo con lui". Tutto questo ovviamente mi ha mandata in crisi profonda, mi sono chiesta (come mille altre volte) se fosse vero, se magari lei avesse ragione ed il mostro fossi veramente io: è comunque mia madre e per tutta la mia vita, checchè lei ne dica o ne pensi, io l'ho ascoltata e ho creduto a quanto mi diceva, anche quando mi diceva che facevo schifo e che ero un rifiuto che meritava di vivere nella m****. Fortunatamente l'affetto tra me ed il mio ragazzo è solido ed insieme stiamo passando questo periodo senza la minima intenzione di lasciarci, ma anzi, con la voglia di affrontare insieme tutte le difficoltà come una coppia. Questo purtroppo non basta a risolvere la situazione, perchè basta una parola di mia madre per farmi precipitare di nuovo nell'abisso. Posso esemplificare quanto accade raccontando un episodio accaduto pochi giorni fa: mia madre sembra essere diventata completamente incapace a gestire la casa (dispensa e frigo sempre vuoti, sporco in giro, frutta marcia e spazzatura che rimane lì per giorni e puzza...); io ovviamente tutte le volte che salgo le do una mano (vado sempre a fare la spesa- con il mio ragazzo, visto che non ho la patente- ho pulito il frigorifero e la dispensa, faccio i piatti, cucino, pulisco la cucina di fisso e, se lei me lo chiede, faccio altre cose. Sempre più fortemente, a partire da Gennaio, sto avendo un momento di crisi con l'università, perchè mi domando se quella che ho fatto sia veramente la scelta giusta per me, o se invece avrei preferito andare a lavorare... Un giorno di questi, la situazione emotiva in casa, la situazione pratica della sporcizia e disorganizzazione ovunque e la mia crisi personale mi hanno fatta totalmente crollare. Mi sono messa a letto e ho pianto tutto il giorno, senza mangiare nè lavarmi. Il mio ragazzo, sapendomi in questo stato, temeva fossi arrivata al limite e che fossi caduta in depressione; ha provato a parlare con mia mamma, che per tutta risposta ha detto "Non è veramente triste, ti sta manipolando perchè è una fallita e adesso le è venuto lo sconforto, ci credo, ad essere lei sarebbe venuto anche a me, la sua tristezza se la può mettere nel c***". Ha provato allora ad avvisare mio papà, che si è dimostrato disponibile a parlargli ma, quando gli ho raccontato della situazione, si è limitato a rispondere con un "Non posso farci niente". Direi che questo è sempre stato l'atteggiamento generale: mia mamma, per motivi leciti o meno, sclera e mi insulta; mio papà in astratto dice di aver sempre fatto e di fare di tutto per me, ma in pratica non fa niente.
Io non ne posso più di vivere così. Sono una ragazza carina, intelligente, di carattere solare e con una grande forza d'animo, sono sempre stata brava negli studi e finchè ho potuto ho tenuto insieme i pezzi della mia vita fingendo che fosse tutto normale, senza mai far trapelare niente. Ascoltavo le mie amiche parlare dei loro piccoli e normalissimi problemi con le madri o i genitori, le consigliavo, le sostenevo, mentre a casa e dentro di me io avevo l'inferno, ma non ne potevo parlare con nessuno perchè altrimenti si sarebbero annoiati, spaventati di me oppure comunque non avrebbero saputo cosa dirmi.
Entrambi i miei genitori, soprattutto adesso che hanno da poco aperto la causa di divorzio (dove per altro mio padre mi ha citata come testimone senza dirmi niente, fatto che sono venuta a sapere da mia madre) mi incitano sempre più a scegliere una parte, ma indirettamente: mio padre, a fronte della questione insostenibile che ho quando torno dall'università, mi ha detto "vieni da me ma sia ben chiaro il motivo per cui lo fai, lo facciamo scrivere e vai a testimoniarlo davanti ad un avvocato", mostrando più interesse per i suoi comodi che non per il mio malessere emotivo, oltre che per le infinite ripercussioni che questa cosa comporterebbe da parte di mia madre nei miei confronti; mia madre interpreta il mio parlare con mio padre come un "prendere lezioni contro di lei" (cito testualmente) e se le dico quello che penso del suo comportamento trova sempre il modo di girare la questione fino a rinfacciarmi che sono come mio padre e che sono in combutta con lui contro di lei, che invece mi ha sempre amata.
Ho 20 anni, dovrei iniziare a pensare alla mia vita, eppure i loro problemi mi trascinano sempre giù... Non riesco ad avere la serenità per fare delle scelte mie, che siano sentite veramente, perchè la preoccupazione primaria di questi anni è stata "Come posso salvarmi?" e non "Come posso realizzarmi?". Non aver nessuno della famiglia con cui poterne parlare, come ho già spiegato sopra, non fa altro che peggiorare tutto e farmi sentire ancora più inutile, isolata e sola. Comunque sono i miei genitori e gli voglio bene, se li perdessi mi mancherebbero: tutto quello che vorrei è avere un rapporto normale con loro, ma non è possibile. Non è possibile parlare, dialogare senza tirare in mezzo gli avvocati, il divorzio, faide e combutte, anche per le questioni più sciocche e minime... Figuriamoci per quelle importanti, anche se non c'entrano nulla.
Per tutti questi anni ho creduto a quanto dicevano loro, ho creduto di essere io quella sbagliata, di essere io che non riuscivo ad essere come gli altri, mi sono sentita menomata ed impotente, fino a credermi portatrice di qualche handicap mentale... Ho convissuto con la silenziosa paura che uno dei due, esasperato dal mio (fantomatico) comportamento pessimo mi uccidesse, o che si suicidassero o si uccidessero tra loro... E non sono mai stata felice (proprio l'altro giorno mio padre mi ha detto "Ho fatto di tutto per la tua serenità" ed alla mia domanda "Ma dimmi un solo momento nella mia vita in cui mi hai visto veramente serena!" non ha saputo rispondere, trovandosi anche in un certo imbarazzo...). Sono cresciuta come una persona estremamente sensibile, ma anche molto paurosa e paranoica. Da un lato c'è il poco che si salva della mia mente "Pura", dall'altro (come direbbe Freud) il mio "super io" malsano, plasmato dal loro odio e dal desiderio di vendetta che non si ferma davanti a nulla. Anche a questo proposito, ho una storia esemplare... Io ho sempre sofferto di coliche, sin da piccola; una sera venni portata in ospedale con l'ambulanza per colpa di un attacco di coliche molto forte (avrò avuto 11 o 12 anni) e una volta arrivata in ospedale, mentre ero distesa sulla barella piegata in due dal dolore, aspettando il medico, i miei genitori si misero a litigare lì, di fronte a me. L'infermiera, arrivata per controllarmi, se ne accorse e gli disse di smettere, mentre loro continuarono... Penso che questo possa dire tutto.
Ora sento il bisogno di andarmene da tutto questo, di non avere più rapporti con loro nè con la mia famiglia, perchè per anni sono sempre stati bocconi amari senza praticamente niente in cambio... Sono ancora quella sbagliata, sono ancora la "stronza" che tratta male gli altri, sono ancora io il carnefice, sono ancora quella troppo grassa e troppo pigra, quella che non fa nulla, quella da prendere in giro (non sto dicendo parole a caso, ma cose che mi sono state dette veramente)... Ho perso la speranza di risolvere la situazione, perchè ci ho provato più volte per anni, rivolgendomi- come ho già detto- ad uno psicologo ed anche ad una assistente sociale, provando a sanare la questione da sola, ma non ho mai ottenuto niente. Per pochissimo tempo le cose si calmano, ma poi ritornano esattamente come prima, e neanche andarmene 200 km lontana da casa (togliendo a mia madre il "peso" di tutti i lavori che potevano concernere me, come lavare, stirare, cucinare eccetera) è servito a qualcosa... Per loro non sono mai abbastanza.
La cosa che mi fa ridere, di una risata amara, è che mia mamma, laureata in scienze dell'educazione proprio in questi anni, viene amata da tutti i ragazzi con cui lavora, li ascolta, li capisce, li mette nelle condizioni di potersi confidare, mentre con me tutto questo non esiste... E anzi, a volte fa proprio dei confronti tra me e loro, volti ancora a mostrarmi quanto io sia inetta rispetto a persone più piccole di me (poco importa se si fanno le canne, se a scuola sono delle capre, se sono rimaste incinta o hanno abortito a 14 anni... Sono sempre e COMUNQUE migliori di me per qualcosa...); mio padre, invece, passa tutto il suo tempo libero con una sua famiglia di amici, seguendo i figli quasi come se fossero suoi (ha persino scritto la tesi di laurea a uno dei due e l'ha aiutato a cercare lavoro), passando le domeniche con loro, anche per centri commerciali (un posto che lui ha sempre odiato e dove, quelle pochissime volte che mi ci ha portata, ha passato tutto il giorno con il muso lungo facendomi sentire in colpa...)...

Non so proprio cosa vorrei fare per risolvere la situazione. L'idea che ho, ora come ora, è di lasciare l'università, cercarmi un lavoro, prendere la patente ed andare a vivere vicino a dove abita il mio ragazzo, per cercare di rifarmi una vita e stare il più serena possibile, lontana da tutto questo. Ma ci sono svariati problemi, come è comprensibile, non solo da un punto di vista pratico (i miei farebbero carte false pur di non permettermi una cosa del genere... E parlo con cognizione di causa perchè l'hanno già fatto, in una situazione simile), ma anche da un punto di vista personale: è questo quello che voglio? O è solo la cosa "meno peggiore" tra tutte, l'ennesimo tentativo per salvarmi? E anche se fosse, è giusto che il volermi salvare prevalga, per cercare di crearmi un futuro sereno in cui potrò riprendere gli studi? Ho il diritto di scegliere della mia vita, nonostante tutto? Perchè molte volte mi sembra che questo diritto, a me, sia stato e sia negato... Inoltre, i miei genitori troverebbero di sicuro il modo per riavvicinarsi a me, facendomi sentire ancora come l'ingrata ed io ci abboccherei in pieno, tornando in un circolo vizioso; e nel caso loro non ci riuscissero, metterebbero in mezzo i miei nonni, che tra tutta la famiglia sono il mio punto debole, se non altro per il rispetto che nutro nei loro confronti e per la gratitudine che ho di averli ancora tutti e 4 vivi, anche se non sempre si sono mostrati buoni con me.

Certo, mi potreste dire voi, continua a studiare e rimani in quella città senza più tornare a casa... Ma io ho bisogno del mio ragazzo... Non solo di lui, che è il mio migliore amico e l'unica persona al mondo che mi abbia fatta mai sentire veramente amata ed accettata (è con lui che ho imparato ad essere amata e ad amare!), ma anche dei suoi amici, della sua famiglia, che- pur senza saperlo- mi danno una gioia immensa, quella gioia di normalità e quotidianità, di semplicità che io non ho mai avuto e che non sapevo neache di desiderare da tanto credevo che la mia situazione domestica fosse normale, o quantomeno meritata. Se lui riuscisse a trovare un lavoro dalle mie parti, verrebbe a vivere con me nella mia città universitaria e almeno la metà di questi problemi sarebbero risolti... Ma vi sarebbe comunque una dipendenza economica dai miei, i ritorni a casa e il solito circolo spiegato prima che riprende, e che mi fa sentire abbattuta, impotente ed esclusa dalla cerchia dei ragazzi della mia età.

Mi scuso per la lunghezza e per il disordine della mia lettera, ma avevo bisogno di spiegare per bene la situazione, e spero di esserci riuscita, perchè troppe volte e da troppe persone l'ho vista minimizzare con un "è un momento, passerà". UNDICI ANNI non sono un momento, sono la mia vita, gli anni della mia formazione, sprecati dietro a delle storie nelle quali io non sarei neanche dovuta entrare, dove- mi rendo conto solo adesso, solo a 20 anni- sono stata usata come una pedina e non mi sono sentita mai, dico mai, amata, compresa, ascoltata, accettata. Non mi sono mai sentita "in famiglia" ed infatti nessun membro di loro è "la mia famiglia".

Per favore, chiedo a voi che siete specialisti un parere, cosa ne pensate, che dinamiche vedete. Se sono veramente io il problema farò di tutto per cambiare e ne sarei veramente felice; se sono loro, invece, spiegatemi perchè, mostratemi le dinamiche, ditemi cosa ne pensate. Per me sarebbe un mondo del tutto nuovo, sconcertante, al quale- lo ammetto- faticherei a credere.

Aggiungo che, negli ultimi mesi, a motivo di questa situazione soffro di attacchi di ansia e pensieri ossessivi; inoltre ho sofferto da Gennaio a Marzo di un forte mal di stomaco nervoso, che mi teneva sveglia la notte e mi impediva di alimentarmi tranquillamente, in quanto ogni cibo pareva essere dannoso.

Vi ringrazio di avere avuto così tanta pazienza da arrivare fino qui in fondo.
[#1]
Dr.ssa Valentina Sciubba Psicologo, Psicoterapeuta 1,5k 29 9
Gentile ragazza,
ha più provato ad andare da uno psicologo/a ora che è maggiorenne e più adulta?
Probabilmente non potrebbe risolvere i suoi problemi al 100% poiché lei continua ad essere economicamente dipendente dai suoi genitori e perciò in questi casi il bisogno di trattare anche i genitori medesimi è maggiore, però la psicologia non è una scienza esatta, uno psicoterapeuta può darle quel sostegno di cui lei ha bisogno e aiutarla perciò a fare le scelte più giuste.

Esistono le terapie brevi che permettono anche un limitato impegno economico, dal momento che lei è studente oppure può cercare un aiuto pubblico.

Lei è nel periodo delle scelte e perciò un momento molto delicato da non prendere alla leggera: trovi un bravo psicologo/a con cui si senta a suo agio e che riesca preferibilmente a coinvolgere i genitori senza farli sentire in colpa. Infatti un tale atteggiamento pregiudica la loro collaborazione.
cordiali saluti

Dr.ssa Valentina Sciubba
Psicologa Psicoterapeuta
Terapia Breve strategico-gestaltica
www.valentinasciubba.it - Roma

[#2]
dopo
Utente
Utente
Gent. dott.ssa Sciubba,

innanzitutto la ringrazio per la sua tempestiva risposta. Devo ammettere che, pur avendo pensato a questa soluzione, non ho ancora avuto il coraggio di metterla in atto. I motivi sono vari, ma credo che quello che mi prema di più tra questi è il fatto che temo di vedere la mia vita nuovamente "rivoltata" per poi concludere un nulla di fatto. Mi spiego meglio: per mia inclinazione sono sempre stata una persona molto riflessiva e negli anni ho imparato a conoscermi in modo approfondito. Parlare di certe cose, è scontato dirlo, non solo è difficile, ma ferisce, soprattutto nel momento in cui ci si sente di aprirsi completamente ad una persona e ci si ritrova con un muro davanti. Questo è quello che, guardando indietro fino ad oggi, è successo con i miei genitori. Temo che, con un altro psicologo, le reazioni sarebbero le medesime di quelle verificatesi 4-5 anni fa e, se devo essere onesta, non sono sicura di voler rischiare, "tirando fuori tutto" nuovamente, per poi trovarmi davanti all'ennesimo castello crollato.
E' anche per questo che, prima di compiere in concretezza il passo che lei giustamente mi suggerisce, ho deciso di scrivere qui. Ho bisogno innanzitutto di fare chiarezza nella mia mente; poi potrò andare a parlare con qualcuno ed iniziare un percorso in cui mettermi in gioco ancora una volta, sapendo però che- almeno per quanto concerne questa situazione- si tratta dell'ultimo stravolgimento emotivo che posso sopportare. C'è da aggiungere che so di per certo, senza voler essere arrogante, che i miei non ne sarebbero contenti... Lo vedrebbero come un "fallimento" e "soldi sprecati".

Per questo motivo le domando se per cortesia può fornirmi degli ulteriori spunti di riflessione, estendendo eventualmente la domanda anche ai suoi colleghi.

Grazie di cuore
[#3]
Dr. Magda Muscarà Fregonese Psicologo, Psicoterapeuta 3,7k 146 11
Gentile ragazza, che facoltà frequenta e quanto le manca per laurearsi ?, cioè quanto tempo pensa sia necessario per essere più libera di fare delle scelte ?.. ha fatto una vita impossibile e si è nonostante ciò.. salvata.. è stata brava e coraggiosa, anche se non le sembra.. Inoltre , quanto è motivata alla strada che ha scelto ? Secondo me , continuare a studiare va bene solo con motivazione altissima, voglia di farcela a tutti i costi, questo è il prerequisito per lavorare poi.. Io le consiglio di andare al Consultorio, dove problemi relativi alle separazioni sono il pane quotidiano, si sentirà protetta ed aiutata..parli meno coi suoi genitori, discutere è inutile ..meno collusioni, meno dolore..
Ci faccia sapere come va, noi restiamo in ascolto..

MAGDA MUSCARA FREGONESE
Psicologo, Psicoterapeuta psicodinamico per problemi familiari, adolescenza, depressione - magda_fregonese@libero.it

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Dr.ssa Valentina Sciubba Psicologo, Psicoterapeuta 1,5k 29 9
Gentile ragazza,
capisco che la sua esperienza di 4-5 anni fa, in quanto fallimentare, le abbia lasciato un cattivo ricordo e le abbia nuociuto; il medico che non guarisce infatti quanto meno fa perdere tempo e lascia un vissuto di fallimento, però mi sembra che lei parta con un atteggiamento errato. Pensare che debba, prima di affrontare una psicologa, "chiarirsi" implica appunto una visione un po'negativa dello psicologo, come se fosse appunto una persona da affrontare e quasi difendersi piuttosto che affidarcisi e non c'è peggio che partire con delle aspettative negative per favorirne il loro avverarsi.

Oltre tutto uno degli obiettivi principali per cui si va dallo psicologo è appunto il "chiarirsi"

Penso perciò che debba cercare una psicologa di sua fiducia, magari conoscendone più di una e scegliendo in base a tutti gli elementi che può trovare. Sia sempre chiara nelle sue richieste e se non è convinta del trattamento può sempre cambiare.
[#5]
dopo
Utente
Utente
Gent. dott.ssa Muscarà,

ringrazio anche lei per la risposta. Sono al primo anno di lettere e, come può immaginare, il percorso da studentessa è ancora lungo e le aspettative di trovare lavoro sono veramente poche... Per quanto riguarda la motivazione, poi, è completamente assente. Non che vi siano ostacoli pratici, anzi: gli esami dati fin ora sono stati molto soddisfacenti, non ho difficoltà concrete con le materie di studio e, anche quando le ho, riesco a risolvermele, poichè si tratta di un ambito per il quale sono portata. Il problema "sono io"... Io che non ne posso più di questa vita, io che non so dove sto andando, io che non so più chi sono nè cosa voglio, io che ho la sensazione di stare perdendo tempo prezioso della mia vita ogni volta che apro un libro (paradossalmente!), che non mi sento realizzata nonostante i miei risultati.
Avevo già provato ad andare in consultorio quando avevo 18 anni... Risultato? Ennesimo fallimento...
In più, non parlare con i miei genitori è impossibile: ho imparato, negli anni, che sono molto bravi a nascondere il loro vero atteggiamento dietro a una maschera di normalità, che mi confonde sempre più nel profondo.


Gent. dott.ssa Sciubba,

in effetti ha ragione, mi sento proprio come descrive lei. C'è una parte della mia mente consapevole di quanto ho vissuto e sofferto, ma relegata molto in fondo, tanto da sembrare quasi una mia invenzione. Come ho scritto anche alla sua collega, i miei genitori sono molto bravi a fingere che "nulla sia accaduto", o che "è tutto normale", negando a me stessa la sofferenza passata... Per questo motivo andare dallo psicologo nella mia mente equivale forse ad "andare in battaglia", con le mie armi pronte e la mia armatura salda. E tutto questo perchè ho paura, ancora una volta, di non essere considerata, di non essere creduta, che i miei genitori prevalgano ancora una volta sul mio modo di sentirmi, imponendo la loro visione e non accettando la mia, che pure avrebbe bisogno di consigli e chiarimenti.
Del resto, per me anche solo scrivere questa mail è stato faticoso e ne ho avuto timore... Anche se rimango nascosta dietro uno schermo. Penso che, se per qualche motivo i miei genitori scoprissero quanto ho scritto, mi riterrebbero un'ingrata e una bugiarda... Figuriamoci in un colloquio con uno psicologo, dove dovrebbero perderci dietro anche soldi e "immagine". Mi sembra di sentirli già...
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Utente
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Mi scuso per la prolissità, vorrei aggiungere anche un'altra cosa. Per quanto riguarda l'università, i miei genitori non approverebbero sicuramente la scelta di lasciarla: mio padre la considererebbe una delusione personale, mentre mia madre semplicemente non lo accetterebbe. Sono certa che non me lo permetterebbero mai. Tempo fa dissi a mia mamma che le dovevo parlare di una questione, che non riguardava niente di tutto ciò, e la prima cosa che lei mi disse fu "Non vorrai mica lasciare l'università vero?!"...
Per non parlare di quello che si direbbe di me in famiglia, come se non se ne (s)parli già abbastanza...

Alla mia prima mail, poi, mi sono dimenticata di aggiungere un dettaglio importante. Quest'anno ho scoperto, in modo del tutto casuale, che mio padre aveva sposato un'altra donna prima di mia madre. Era la vigilia di Natale ed ero in casa con i parenti, quando- parlando della causa di divorzio- uno di loro esordisce dicendo a mia mamma "Ma hai fatto scrivere che la sua è una recidiva?"... L'unica a non sapere niente ero io... E siccome in quel periodo mia mamma aveva iniziato a sclerarmi contro di tutto, io mi sono ancor più arrabbiata per questo motivo... Lei deve averlo detto a mio padre e lui è venuto a parlarmi dicendomi "Mi ha detto la mamma che ti sei arrabbiata perchè hai saputo che siamo già stati sposati e non ne sapevi niente. Io ero certo che lei non ti avesse detto niente, ma se ti ricordi io te l'avevo detto..."... E in questo modo ho scoperto che ANCHE mia mamma era già stata sposata; oltre al fatto che dubito che avrei potuto dimenticare una cosa del genere detta da mio padre.
Come se non bastasse, sempre quest'anno ho scoperto, per una parola di troppo sfuggita a mia mamma, che i miei mi hanno avuta al di fuori del matrimonio. E quando ho cercato di riprendere la questione in famiglia, lei mi ha zittita, facendo nascere in me il sospetto che i miei nonni non ne sapessero nulla.
Parlarne è impossibile, dal momento che mia mamma ritiene che "non siano affari miei".

Quello che mi chiedo è perchè io debba continuare a sprecare tempo della mia vita per una "famiglia" del genere, che non ha (nè ha avuto in passato) neanche la decenza di raccontarti come tu sia nata... Eppure sono fatta così, non riesco a liberarmene emotivamente.
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Dr.ssa Valentina Sciubba Psicologo, Psicoterapeuta 1,5k 29 9
E' assolutamente normale che non riesca a liberarsi emotivamente dalla sua famiglia e non è neppure augurabile.
Un percorso di autonomia affettiva è più difficile quando manca l'indipendenza economica e, come le dicevo comunque non è augurabile rompere dei legami affettivi.

Si tratta perciò di trovare altri modi di comunicazione e di rapporto con queste figure significative e lo psicologo in questo processo è una figura chiave, anche se potrebbe, a un certo punto del percorso e per ottenere risultati ottimali, dichiarare necessaria una terapia familiare.
La psicologia comunque non è una scienza esatta, ogni caso può avere delle particolarità e le conviene perciò iniziare un percorso psicoterapeutico intanto da sola perchè risultati dovrebbe comunque ottenerli e lasciare che il tempo e la terapia indichino se serve anche il coinvolgimento dei genitori.

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