Sensi di colpa post-depressione

Salve,

Vorrei un consiglio in merito alla mia storia.

Fino al 2016 ho avuto una vita normale, poi tutto è andato a rotoli.

Mia madre si è ammalata ed è morta tra mille sofferenze.
Perdo il lavoro e inizio una carriera da freelance (e guadagno molto di meno).
Compio un errore a lavoro e una persona mi cita in giudizio penale e civile per risarcimento danni.
Scopro che alcune persone possono avanzare diritti sul patrimonio di mio padre, che sarebbe poi quello di noi figli.
A mio padre vengono diagnosticati, uno dopo l'altro, tre tumori maligni (di cui uno al quarto stadio). Tutti falsi allarmi, ma lo scopro dopo mesi di ansie e paure.

Tutto questo accade nel giro di un PAIO DI MESI. Quando ricevo la notizia della denuncia e la prima diagnosi di tumore maligno di mio padre (ero in pieno lutto per mia madre) la diga cede. I medici parlano di depressione reattiva. Non mangio, dormo 14 al giorno, non rido, non riesco a svagarmi. Penso a tutti i miei problemi, in continuazione, e in maniera ultrapessimista: pagherò decine di migliaia di euro rovinando me e i miei familiari, non troverà mai più un lavoro, mio padre passerà il calvario che ha passato mia madre (ovvio, se l'oncologo scambia un angioma per una metastasi cerebrale di un tumore al polmone).... Un disastro, non ho mai provato così tanta sofferenza in vita mia.

La depressione se ne è andata così come è arrivata circa 4 mesi dopo, quando tutti i problemi - praticamente ne giro di una settimana - si risolvono. Le diagnosi si rivelano sbagliate, io trovo un accordo (pesantissimo ma certo non apocalittico) con il denunciante, etc.

Riprendo nel giro di qualche giorno lo stile di vita di prima. La dottoressa dice che, per quanto riguarda lei, e se io mi sento bene, la psicoterapia può concludersi. Specifico che mi avevano assegnato le Brintellix ma io non le ho mai prese per paura degli effetti collaterali.

Ora sto bene, anche se ho una certa dose di paura istintiva addosso.

Il fatto è questo: durante la depressione i miei amici e la mia fidanzata mi sono stati accanto ma io semplicemente ero fuori di me, era come se ragionassi con un altro cervello. Parlavo di suicidio, li ho terrorizzati. Una volta la mia fidanzata mi ha confessato che si sentiva depressa pure lei (per come stavo io) e aveva iniziato a non dormire.... Ho commesso un grave errore a sfogarmi senza remore lo so, ma tant'è...

Adesso tutto intorno a me sembra tornato alla normalità. Io però mi sento in colpa per quello che ho fatto. Temo di aver lasciato cicatrici e ferite aperte ovunque. La mia fidanzata qualche giorno fa mi ha chiesto: non è che ti ritorna la depressione?

C'è qualcosa che dovrei dire o fare in questo caso? Come si dovrebbe comportare una persona con i suoi "caregiver" una volta terminata la depressione.

Infine, vi chiedo: la depressione reattiva ritorna ciclicamente come quella endogena?
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Dr.ssa Sabrina Camplone Psicologo, Psicoterapeuta 4.9k 86 75
" Io però mi sento in colpa per quello che ho fatto. Temo di aver lasciato cicatrici e ferite aperte ovunque. "


Gent.le Utente,
questi aspetti del suo vissuto meriterebbero di uno spazio di ascolto e di elaborazione all'interno di percorso terapeutico. Come giustamente sottolinea Lei stesso, in un periodo molto breve si sono accavallate una serie di esperienze dolorose e traumatiche che nella fase acuta del disagio non hanno trovato le condizioni favorevoli al completamento del processo di elaborazione, mi riferisco anche al lutto per la perdita di sua madre. Sembrerebbe pertanto che nel percorso terapeutico precedente ci sia stato una conclusione prematura che non ha consentito di affrontare i sensi di colpa che stai vivendo, nonché il timore del ripresentarsi della depressione.

"C'è qualcosa che dovrei dire o fare in questo caso? Come si dovrebbe comportare una persona con i suoi "caregiver" una volta terminata la depressione."

A mio avviso, sarebbe auspicabile riprendere le sedute di psicoterapia al fine di indivduaere gli obiettivi terapeutici che derivano dalle tue attuali aspettative di cambiamento.
Il "caregiver" è un'espressione che si riferisce ad una figura di riferimento che si prende cura dell'altro instaurando con esso un rapporto asimmetrico, nel quale egli si assume la responsabilità di offrire cure e accudimento all'altro.
Qualora il rapporto con il partner e/o i rapporti di amicizia assumano una simile connotazione, c'è il rischio che si snaturino e diventino legami invischiati che alimentano una dinamica di dipendenza e controdipendenza malsana e disfunzionale.
Naturalmente anche questi aspetti andrebbero approfonditi all'interno del percorso di psicoterapia, al fine di promuovere una consapevolezza che responsabilizzi entrambi i partner, anziché alimentare illusorie missioni salvifiche nei confronti del membro della coppia che si considera "malato" o peggio "portatore sano di depressione reattiva".

Dr.ssa SABRINA CAMPLONE
Psicologa-Psicoterapeuta Individuale e di Coppia a Pescara
www.psicologaapescara.it

[#2]
Utente
Utente
La ringrazio per la celere risposta.

Sì, in effetti il senso di colpa c'è, misto a un senso di vergogna per essermi lasciato andare in questo modo... Quando mi confidavo con le persone non mi trattenevo proprio, buttavo fuori tutto ciò che avevo dentro, istinti suicidi compresi. Non ho metri di paragone per definire questo comportamento fisiologico o meno. Mi sentivo di farlo e l'ho fatto, mi sentivo in diritto di essere egoista. C'era solo il mio dolore nella mia testa. C'è da dire che non mi capacito, oggi, dei ragionamento di ieri. Ripeto, è come se stessi ragionando con un'altro cervello, la mia sensazione è questa.

Per quanto riguarda i sintomi, se escludiamo questi sentimenti (che in effetti potrebbero essere già importanti) non ne ho: ho una vita regolare, mi diverto, ho una rinnovata speranza per il futuro. L'opposto rispetto al blocco totale che ho avuto in quei quattro mesi (e soprattutto per le 4 settimane centrali).In quel periodo non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal divano, il pensiero di fare una passeggiata mi sembrava una cosa insormontabile.

Però se crede che debba riprendere con la psicoterapia mi attiverò, sperando che lo psicologo del mio ospedale accetti la mia richiesta (è lui che deve prescrivere la psicoterapia, da quanto ho capito).

Specifico solo un punto. Forse ho utilizzato il termine "caregiver" impropriamente. La mia fidanzata, mia sorella e il mio miglior amico (i miei tre confidenti) mi sono stati vicini, nel senso che hanno ascoltato quello che dicevo ogni qualvolta che avevo cose da dire. E li ho fatti preoccupare moltissimo: volevano tutti indietro la persona solare e serena che ero prima, ed erano terrorizzati che rimanessi invischiato per sempre in quello stato d'animo o che facessi qualche cavolata. Per mia stessa volontà, non c'è stata nessuna assistenza pratica. Sono stato io, con la depressione addosso, ad aver gestito l'iter diagnostico-burocratico di mio padre, sono stato io a curare i rapporti con i notai etc. L'assistenza che ho ricevuto è stata solo morale, ed era l'unica cosa che cercavo. Eppure, forse sono riuscito a fare danni irreversibili anche solo parlando.

Quando sono rinsavito, semplicemente ho ripreso con tutti il rapporto di prima. Con loro ho affrontato lungamente l'argomento da "guarito", mi sono scusato e ho detto che ero desolato e... Basta. Non ho più parlato di queste cose. L'unico episodio è appunto quello in cui la mia ragazza mi ha manifestato le sue paura circa una mia ricaduta, in cui l'ho tranquillizzata dicendo che era tutto passato, e scusandomi di nuovo. Lei mi ha risposto che anche per lei è tutto passato. Ci devo credere? E' una domanda che rivolgo a Lei, un po' infantilmente, pur sapendo che non mi potrà rispondere.

L'unico elemento positivo che ho tratto da questa esperienza terrificante è il seguente: mi è servito per fare i conti con me stesso, per abbattere un po' di pregiudizi che io stesso avevo sulla mia persona, per guardare la vita con una scala di priorità diversa, forse meno artificiale. Alcuni miei difetti, come l'arroganza, la tendenziale mancanza di empatia, sono stati letteralmente bruciati dal dolore (o forse sono ancora arrogante a pensarlo). E' un atteggiamento realmente positivo o sto trattando la mia esperienza come un feticcio, illudendomi?
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Dr.ssa Sabrina Camplone Psicologo, Psicoterapeuta 4.9k 86 75
"C'era solo il mio dolore nella mia testa. C'è da dire che non mi capacito, oggi, dei ragionamento di ieri. Ripeto, è come se stessi ragionando con un'altro cervello"

Gent.le Utente,
per quanto possa sembrarle strano, in un certo senso è proprio così, studi sull'intelligenza emotiva e i contributi forniti dalle neuroscienze ce lo confermano oramai da decenni, come diceva H. Mowrer:

"Le emozioni non meritano di essere contrapposte all'intelligenza. Le emozioni sono una forma di intelligenza superiore" .

Quella sofferenza che Lei definisce "terrificante" è diventata il terreno fertile che ha generato una nuova consapevolezza di sé, infatti scrive:

"mi è servito per fare i conti con me stesso, per abbattere un po' di pregiudizi che io stesso avevo sulla mia persona, per guardare la vita con una scala di priorità diversa"

e un modo diverso di entrare in relazione con partner, familiari e amici:

"ho affrontato lungamente l'argomento da "guarito", mi sono scusato ".

Tuttavia ci sono due emozioni che ora stanno affiorando alla sua consapevolezza:

"il senso di colpa c'è, misto a un senso di vergogna per essermi lasciato andare in questo modo ".

Tuttavia leggendo il tuo racconto appare molto significativo l'aiuto ricevuto da familiari e amici ma non è ben chiaro che tipo di percorso psicoterapeutico tu abbia affrontato, quali erano gli obiettivi inizialmente concordati?
I colloqui sono intercorsi con lo stesso specialista che ha prescritto la terapia farmacologica?
Prima di concludere la psicoterapia, hai ricevuto una "restituzione" da parte dello psicoterapeuta, ovvero un riscontro che descrivesse in sintesi il percorso affrontato?
[#4]
Utente
Utente
Lo specialista ha diagnosticato "depressione reattiva" e mi ha segnato la psicoterapia e la Brintellix, e mi ha mandato appunto da una psicoterapista. Mi ha detto di non iniziare la terapia farmacologica senza una conferma da parte della psicoterapista (che ha reputato la Brintellix idonea). Comunque ho disubbidito e non mai preso manco una pillola.

Il percorso psicoterapeutico è stato incentrato su questi punti:

L'accettazione dell'imprevisto come fatto della vita. Non mi capacitavo della morte di mia madre per tumore dopo che lei stessa aveva mantenuto uno stile di vita sano. Non riuscivo ad accettarne pienamente la perdita e non riuscivo ad accettare che mio padre avesse un tumore al quarto stadio (in realtà hanno scambiato un angioma per una metasasi cerebrale, e l'oncologo era sicuro che ci fosse un tumore primitivo in stadio avanzato ai polmoni, o forse ai reni o alla prostata. Cioè, mi ha detto: facciamo la TAC total body, vediamo quanto è grande e pianifichiamo il FINE VITA. E invece mio padre era sano come un pesce.... ) E l'unico sintomo che mio padre aveva era l'acufene... Ah, e subito dopo gli hanno diagnosticato un melanoma, rivelatosi un neo displastico dopo l'esame istologico (che ho dovuto attendere due mesi e mezzo). L'oncologo non ha minimamente idea delle conseguenze che ha generato, e che stava per generare (mia sorella, che lavora fuori, si stava per licenziare per assistere con me mio padre in FINE VITA). Devo ammettere che nutro ancora una certa rabbia nei suoi confronti.

L'accettazione del fatto che anche io potevo sbagliare. Non mi perdonavo di aver compiuto quel famoso errore a lavoro.

La tendenza ad assumere la peggiore ipotesi possibile come probabile, il fasciarmi la testa prima del tempo, il tutto derivante dalla mia "leggera" (così l'ha definita la psicoterapista) mania di controllo.

In generale, ho dovuto spogliarmi delle sovrastrutture di forza, invulnerabilità etc. che avevo applicato alla mia persona. La specialista l'ha ricondotte al rapporto con mio padre, che ha sempre nutrito un grande affetto per me ma al contempo ha avuto sempre un atteggiamento svalutante e ipercritico.

Il check c'era a ogni seduta. L'ultima seduta (mi era stato prescritto un ciclo di 7 sedute bisettimanali dalla durata di un'ora ciascuna) mi ha detto che per lei ero ok, ma che se ne avevo bisogno potevo farmi segnare un altro ciclo di sedute, se avevo bisogno di parlare, anche perche ormai avevo perso un confidente (la mia fidanzata, quando lei mi ha detto che si sentiva la depressione addosso ho smesso di confidarmi e mi sono preso cura io di lei). Inoltre era come se si fosse diradata la nebbia e cominciavo a capire quanto le mie parole fossero state devastanti per chi mi stava intorno. Ma ripeto: stavo bene, e stavo bene da almeno 3 settimane. In primis perché avevo accettato quanto mi era accaduto, in secondo luogo perché nel giro di una settimana ho risolto i problemi.
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Utente
Utente
Ah, la psicoterapia verteva anche su un altro argomento. Il fatto che mi sentissi preso di mira dal destino, e che ormai la mia vita era segnata. E' bastato ragionarci su, tra le altre cose la dottoressa mi ha fatto prendere in rassegna tutte le cose positive che ho: "Non sei solo, questa è una grande fortuna, c'è chi è depresso ed è solo". In effetti mi sono stupito, col senno di poi, di quanta gente avesse a cuore la mia salute (oltre ai miei tre confidenti). Non mi aspettavo tutto questo affetto. La depressione è strana: era come se il mio cervello scartasse i pensieri positivi, le speranze, le buone ipotesi. La mia testa aveva un paraocchi ed era fissa sull'apocalisse.
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