Fine di una psicoterapia ma ancora malessere?

Gentili Dottori,

ho già avuto modo di avvalermi del vostro prezioso aiuto e di questo vi ringrazio. In particolare, la Dott.ssa Massaro, mi ha molto aiutata a capire certe cose durante il mio percorso. Riassuamo brevemente la mia situazione: ho avuto un'infanzia difficile: il mio vero padre mi ha abbandonata e mia madre è sempre stata una persona che, seppur amando me e mia sorella, ci ha "schiacciate", impedendoci di esprimere le nostre emozioni e volontà. Ho vissuto, a detta della mia psicoterapeuta, vari traumi da abbandono dovendo, ogni estate della mia infanzia, partire con mia madre per andare a trovare i nonni: durante quei mesi, vivevo nell'angoscia perchè mi mancava il mio papà adottivo, poi mi abituavo a stare lì e dovevo tornare. Per i primi anni della mia vita, ho vissuto lontano da mia madre, con i nonni a cui poi sono stata strappata da un giorno all'altro per andare a vivere in un altro paese. Ero una bambina molto dolce e ubbidiente, brava a scuola e negli sport. Sono diventata un'adolescente ribelle, fumavo e bevevo. Ho avuto una serie di compagni manipolatori, che mi hanno isolata dalle amicizie e, uno di loro, mi ha picchiata non una volta.
A 25 anni, ho capito, leggendo alcuni libri, in particolare "Donne che amano troppo", che qualcosa non andava, che ero schiava di un compagno manipolatore. Nel frattempo, il mio adorato papà, l'unica persona dalla quale mi sentivo capita e amata, si è ammalato di tumore ed è morto tragicamente nel giro di pochi mesi. Dopo due mesi, ho perso anche la mia vicina di casa, l'unica persona che mi stava vicino oltre a mio papà.
Ho passato anni bui, davvero. Poi, ho incontrato un uomo fanstastico, con una bimba. Con tante difficoltà, ci siamo innamorati e viviamo insieme da circa 5 anni, ho un lavoro stabile, delle ambizioni, una casa. Ho iniziato, nel 2014, una terapia rogersiana durata circa 2 anni che mi è stata poco di aiuto. In realtà, tutto ciò che ho imparato, è stato a cercare di fare cio che ho fatto sempre: reprimere l'ansia, gli attacchi di panico che arrivavano e inventarmi strategie per non provare queste emozioni.
Un anno e mezzo fa, ho iniziato una terapia psicodinamica. L'ho scelta io questa volta, conscia del fatto che poteva essere utile nel mio caso. La mia terapeuta, mi ha portata a sentire tutto ciò che mi veniva da dentro, a cercare di capire. Abbiamo indagato molto insieme ed ora, lei pensa che sia arrivato il momento, tra poco, di iniziare a diradare le sedute e iniziare un processo di ristrutturazione. Lei pensa che io abbia delle grandi risorse.
Tuttavia, nonostante la contentezza di avercela quasi fatta, ho iniziato a risentirmi fortemente angosciata, a sentire l'esigenza di buttare fuori l'angoscia. E' vero, stanno cambiando molte cose, sto anche imparando ad accettare che mia madre sia così ma non so dare un nome a quest'angoscia e mi sembra strano che, a questo punto della terapia, io sia di nuovo in forte impasse.
Ringrazio i terapeuti che mi daranno un parere.
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Dr. Carla Maria Brunialti Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 18k 586 67
Gentile utente,

il titolo dice:
"Fine di una psicoterapia...?"
ma in realtà la Sua psicoterapeuta
"pensa che sia arrivato il momento, tra poco, di iniziare a diradare le sedute", non di chiudere.

Il significato di ciò è di stimolare la persona a sperimentare maggiormente le proprie capacità, su un tempo più lungo,
come già Vi sarete dette.

Può essere che questa ipotesi Le faccia rivivere in modo drammatico i traumi dell'abbandono che Lei ha ripetutamente vissuto nell'infanzia,
ma sicuramente la Sua psicoterapeuta La sa aiutare a compire questo gradino di crescita; glielo ha dimostrato in tutti questi mesi.

Ne avete parlato a fondo tra Voi?

Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/

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Attivo dal 2016 al 2018
Ex utente
Gentile Dott.ssa,

sì le ne ho parlato ma lei sostiene che tutto questo faccia parte di un percorso in divenire.
In sostanza lei crede che io stia procedendo verso un percorso di crescita ma non mi sento ancora "in salvo" e questo mi sta bene. Il problema è che un'angoscia così forte e inspiegabile non me l'aspettavo più. Pensavo che, una volta fatti i conti con i perchè, sarei riuscita a gestire diversamente le mie fragilità o comunque avrei avuto maggior consapevolezza del perchè.
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Attivo dal 2016 al 2018
Ex utente
Ci sono anche altre quesiti che io mi pongo a cui la terapeuta non risponde.
Lo capisco, probabilmente vuole che io trovi le mie risposte in autonomia. Tuttavia, mi chiedo è vero l'ansia e le emozioni vanno sentite, vanno provate ma fino a che punto? Nell'ottica della mia psicoterapia, tutte le emozioni vogliono dirci qualcosa ma se io quel qualcosa non lo trovo Cosa devo fare? Dovrò sempre aspettarmi di avere dei momenti di angoscia nella mia vita senza motivo oppure apparentemente senza motivo o la psicoterapia dovrebbe aiutarmi a non averne più? In sostanza, è giusto provare o è giusto che certe cose scompaiono? Fino a che punto un disagio è giusto o no? Se gli abbandoni per me solo un punto debole significa che tutta la vita ne soffrirò più di altri o posso superarli?
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Dr. Carla Maria Brunialti Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 18k 586 67

Gentile utente,

giungere a possedere "maggior consapevolezza del perchè"
non è sinonimo di "riuscire a gestire diversamente le mie fragilità".

Tra i due intercorre un tratto di strada che è quello che la Sua terapeuta La invita a percorrere. Abbia fiducia.

Quello che la Sua mente, ferita dagli abbandoni,
interpreta come un abbandono da parte della Sua terapeuta
è in realtà un distanziamento evolutivo.

Il resto deve chiederlo direttamente alla Sua terapeuta. Con il doppio canale psy - di persona e on line - rischiamo di crearLe maggiore confusione e insicurezza.

Un buon percorso.
Carlamaria Brunialti

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Attivo dal 2016 al 2018
Ex utente
Va bene, grazie Dott.ssa, ne parlerò sicuramente con lei!
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Dr. Carla Maria Brunialti Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 18k 586 67


Saluti cordiali.