Sostegno assente e stress: come gestire la situazione?
Buonasera.
Mio marito dal giorno 8 di dicembre 2025 si è iniziato ad ammalare di polmonite.
Ricoverato 12 giorni in un ospedale lontano da casa.
È uscito circa una settimana fa.
È uscito nervoso.
Mi tratta male, mi risponde male.
Cerco di fare il possibile per lui.
Ho fatto avanti e indietro all'ospedale in un reparto pieno di polmoniti con la paura di potermi prendere qualcosa visto che ho un bambino di 4 anni da solo.
Fortunatamente in questo periodo i miei genitori mi sono stati vicini tenendosi il nipote.
I nonni paterni non pervenuti.
In una settimana che è uscito dall'ospedale fosse venuto qualcuno dei suoi familiari a vederlo.
Niente.
Io quando sono da sola con mio figlio ho sempre paura che lui possa sentirsi male.
Comincio a sentire i battiti accelerati.
Mi prendono attacchi di diarrea e bruciori di stomaco.
Badare a mio marito più a mio figlio adesso che non va all'asilo non è semplice.
Non vedo l'ora che vada all'asilo per riposarmi un po'.
Inizialmente pensavo di prendermi il congedo per poter assistere meglio mio marito, e tenermi a casa mio figlio onde evitare di portare a casa malattie e contagiare il padre.
Ma alla fine ho pensato, anche noi dobbiamo vivere.
Lui sta a casa a letto.
Io devo lavorare e il piccolo andare all'asilo con i suoi compagnetti.
Perché privarci di tutto per una persona che mi risponde male dopo tutto quello che ho fatto e faccio per lui?
Perche la convalescenza non l'ha fatta dalla madre?
Io ho un bambino piccolo a cui badare.
La mamma vive da sola a 5 km da casa.
Avrebbe potuto benissimo andare da lei e scaricarmi di qualche cosa.
E ai certificati del lavoro ci devo pensare io, alle ricette al medico di base io.
Tutto e solamente io! Ma sono davvero stanca.
Non reggo più questo ritmo.
La mia testa sento che vacilla.
Non ho più lucidità neanche a lavoro.
Come posso uscire da tutta questa situazione?
Mio marito dal giorno 8 di dicembre 2025 si è iniziato ad ammalare di polmonite.
Ricoverato 12 giorni in un ospedale lontano da casa.
È uscito circa una settimana fa.
È uscito nervoso.
Mi tratta male, mi risponde male.
Cerco di fare il possibile per lui.
Ho fatto avanti e indietro all'ospedale in un reparto pieno di polmoniti con la paura di potermi prendere qualcosa visto che ho un bambino di 4 anni da solo.
Fortunatamente in questo periodo i miei genitori mi sono stati vicini tenendosi il nipote.
I nonni paterni non pervenuti.
In una settimana che è uscito dall'ospedale fosse venuto qualcuno dei suoi familiari a vederlo.
Niente.
Io quando sono da sola con mio figlio ho sempre paura che lui possa sentirsi male.
Comincio a sentire i battiti accelerati.
Mi prendono attacchi di diarrea e bruciori di stomaco.
Badare a mio marito più a mio figlio adesso che non va all'asilo non è semplice.
Non vedo l'ora che vada all'asilo per riposarmi un po'.
Inizialmente pensavo di prendermi il congedo per poter assistere meglio mio marito, e tenermi a casa mio figlio onde evitare di portare a casa malattie e contagiare il padre.
Ma alla fine ho pensato, anche noi dobbiamo vivere.
Lui sta a casa a letto.
Io devo lavorare e il piccolo andare all'asilo con i suoi compagnetti.
Perché privarci di tutto per una persona che mi risponde male dopo tutto quello che ho fatto e faccio per lui?
Perche la convalescenza non l'ha fatta dalla madre?
Io ho un bambino piccolo a cui badare.
La mamma vive da sola a 5 km da casa.
Avrebbe potuto benissimo andare da lei e scaricarmi di qualche cosa.
E ai certificati del lavoro ci devo pensare io, alle ricette al medico di base io.
Tutto e solamente io! Ma sono davvero stanca.
Non reggo più questo ritmo.
La mia testa sento che vacilla.
Non ho più lucidità neanche a lavoro.
Come posso uscire da tutta questa situazione?
Gentile utente,
da quello che descrive, lei si trova da settimane a sostenere tutto da sola: la malattia di suo marito, un bambino piccolo, il lavoro, le paure quotidiane e l’assenza di aiuti. Quando scrive sono davvero stanca e non reggo più questo ritmo , sta descrivendo una condizione di forte sovraccarico, non una mancanza di forza.
La reazione di suo marito il nervosismo, le risposte aggressive può essere legata alla malattia e alla convalescenza, ma questo non rende giusto né sostenibile che tutto ricada su di lei. Prendersi cura di qualcuno non significa annullarsi, soprattutto quando c’è un bambino che ha bisogno di una madre presente e lucida.
Lei chiede come uscire da questa situazione. Il primo passo non è fare di più, ma fare meno da sola. Continuare a lavorare e mandare suo figlio all’asilo è una scelta legittima: non è un tradimento, è una forma di tutela per lei e per suo figlio. Tenere in piedi una minima normalità è spesso ciò che permette alla famiglia di non crollare.
È altrettanto comprensibile chiedersi perché la convalescenza non sia stata condivisa con altri familiari. Quando una persona è esausta, il problema non è a chi tocca , ma il fatto che non si può essere l’unico pilastro. Qui serve un riequilibrio concreto dei carichi, non un senso di colpa in più.
I sintomi fisici che descrive tachicardia, disturbi intestinali, bruciore indicano che il suo corpo sta pagando lo stress accumulato. Ignorarli rischia di peggiorare la situazione. Se possibile, è importante che anche lei abbia uno spazio di supporto, medico o psicologico, non perché non ce la fa , ma perché sta reggendo troppo.
Uscire da questa situazione significa legittimarsi a:
- non fare tutto
- non essere sempre disponibile
- proteggere le proprie energie e quelle di suo figlio
Non serve una soluzione perfetta, ma un primo alleggerimento reale. Lei non sta sbagliando a cercare di respirare. Sta cercando di resistere.
Un caro saluto.
da quello che descrive, lei si trova da settimane a sostenere tutto da sola: la malattia di suo marito, un bambino piccolo, il lavoro, le paure quotidiane e l’assenza di aiuti. Quando scrive sono davvero stanca e non reggo più questo ritmo , sta descrivendo una condizione di forte sovraccarico, non una mancanza di forza.
La reazione di suo marito il nervosismo, le risposte aggressive può essere legata alla malattia e alla convalescenza, ma questo non rende giusto né sostenibile che tutto ricada su di lei. Prendersi cura di qualcuno non significa annullarsi, soprattutto quando c’è un bambino che ha bisogno di una madre presente e lucida.
Lei chiede come uscire da questa situazione. Il primo passo non è fare di più, ma fare meno da sola. Continuare a lavorare e mandare suo figlio all’asilo è una scelta legittima: non è un tradimento, è una forma di tutela per lei e per suo figlio. Tenere in piedi una minima normalità è spesso ciò che permette alla famiglia di non crollare.
È altrettanto comprensibile chiedersi perché la convalescenza non sia stata condivisa con altri familiari. Quando una persona è esausta, il problema non è a chi tocca , ma il fatto che non si può essere l’unico pilastro. Qui serve un riequilibrio concreto dei carichi, non un senso di colpa in più.
I sintomi fisici che descrive tachicardia, disturbi intestinali, bruciore indicano che il suo corpo sta pagando lo stress accumulato. Ignorarli rischia di peggiorare la situazione. Se possibile, è importante che anche lei abbia uno spazio di supporto, medico o psicologico, non perché non ce la fa , ma perché sta reggendo troppo.
Uscire da questa situazione significa legittimarsi a:
- non fare tutto
- non essere sempre disponibile
- proteggere le proprie energie e quelle di suo figlio
Non serve una soluzione perfetta, ma un primo alleggerimento reale. Lei non sta sbagliando a cercare di respirare. Sta cercando di resistere.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Gentile utente,
vedo che ha già richiesto molti consulti su diversi temi ai quali non riesco ad accedere, pertanto mi limito a fornirle un riscontro al presente consulto senza un quadro più completo.
Lei ci descrive un evento specifico, che ha messo a dura prova entrambi: problemi di salute, preoccupazioni, ricoveri, convalescenza, stanchezza, necessità di fornire sostegno senza riceverne. Ci sono molti dettagli nelle sue descrizioni che portano a pensare ad un senso di sopraffazione, che probabilmente giunge lungo un percorso di vita che già l'ha messa alla prova molte volte con dubbi, perplessità, necessità di ascolto. Provi a fare un respiro e cerchiamo di rimettere i piedi per terra con la calma che le serve. Le riassumo quanto ci descrive: suo marito è stato molto male, e una polmonite e il ricovero possono lasciare irritabilità e paura anche a seconda della gravità del quadro clinico, e della risposta emotiva del marito: un nervosismo eccessivo non è giustificabile, ma è plausibilmente può accadere si manifesti dopo uno stress psicofisico come una polmonite. Tuttavia, la convalescenza anche di colui che è il suo coniuge non deve spingerla ad annullarsi. Una madre, una lavoratrice, una moglie, c'è molto in lei e con questo il bisogno di energie per sostenere la quotidianità.
La realtà è una, ed è molto comune, in tante storie, in tante famiglie e contesti: non è possibile per una persona, salvare tutti da sola. Il corpo va in protezione, dice basta attraverso ansia, tachicardia, stomaco e intestino (il nostro secondo cervello, i luoghi preferiti per somatizzare ansia, stanchezza). Una situazione così descritta, potrà portarla solo a crollare.
Provo a delineare un quadro più funzionale, in questa fase che ci racconta: è sano che il figlio torni alla scuola materna, è l'ambiente in cui è giusto che stia per una sana crescita e sviluppo, è sano che lei lavori, che abbia la sua sfera di realizzazione, senza eccessivi pensieri o interferenze che portano solo ad un burnout se protratti nel tempo, e sarebbe sano che suo marito, se è a casa, inizi gradualmente a riprendersi anche una parte di responsabilità o che venga richiesto aiuto alla sua famiglia. V bene prendersi cura, ma non sacrificarsi fino allo sfinimento.
Ci chiede come uscire da questa situazione: non con scelte drastiche, immediate, forti, ma una cosa alla volta. Smettere di fare ciò che non è indispensabile, dire qualche no , chiedere aiuto e sostegno nella rete famigliare e chiarire che il rispetto non è negoziabile nemmeno nella malattia.
Se il peso è così forte come ce lo descrive, saprà già che il supporto di un professionista potrebbe esserle di grande sollievo.
Cordialità.
vedo che ha già richiesto molti consulti su diversi temi ai quali non riesco ad accedere, pertanto mi limito a fornirle un riscontro al presente consulto senza un quadro più completo.
Lei ci descrive un evento specifico, che ha messo a dura prova entrambi: problemi di salute, preoccupazioni, ricoveri, convalescenza, stanchezza, necessità di fornire sostegno senza riceverne. Ci sono molti dettagli nelle sue descrizioni che portano a pensare ad un senso di sopraffazione, che probabilmente giunge lungo un percorso di vita che già l'ha messa alla prova molte volte con dubbi, perplessità, necessità di ascolto. Provi a fare un respiro e cerchiamo di rimettere i piedi per terra con la calma che le serve. Le riassumo quanto ci descrive: suo marito è stato molto male, e una polmonite e il ricovero possono lasciare irritabilità e paura anche a seconda della gravità del quadro clinico, e della risposta emotiva del marito: un nervosismo eccessivo non è giustificabile, ma è plausibilmente può accadere si manifesti dopo uno stress psicofisico come una polmonite. Tuttavia, la convalescenza anche di colui che è il suo coniuge non deve spingerla ad annullarsi. Una madre, una lavoratrice, una moglie, c'è molto in lei e con questo il bisogno di energie per sostenere la quotidianità.
La realtà è una, ed è molto comune, in tante storie, in tante famiglie e contesti: non è possibile per una persona, salvare tutti da sola. Il corpo va in protezione, dice basta attraverso ansia, tachicardia, stomaco e intestino (il nostro secondo cervello, i luoghi preferiti per somatizzare ansia, stanchezza). Una situazione così descritta, potrà portarla solo a crollare.
Provo a delineare un quadro più funzionale, in questa fase che ci racconta: è sano che il figlio torni alla scuola materna, è l'ambiente in cui è giusto che stia per una sana crescita e sviluppo, è sano che lei lavori, che abbia la sua sfera di realizzazione, senza eccessivi pensieri o interferenze che portano solo ad un burnout se protratti nel tempo, e sarebbe sano che suo marito, se è a casa, inizi gradualmente a riprendersi anche una parte di responsabilità o che venga richiesto aiuto alla sua famiglia. V bene prendersi cura, ma non sacrificarsi fino allo sfinimento.
Ci chiede come uscire da questa situazione: non con scelte drastiche, immediate, forti, ma una cosa alla volta. Smettere di fare ciò che non è indispensabile, dire qualche no , chiedere aiuto e sostegno nella rete famigliare e chiarire che il rispetto non è negoziabile nemmeno nella malattia.
Se il peso è così forte come ce lo descrive, saprà già che il supporto di un professionista potrebbe esserle di grande sollievo.
Cordialità.
Utente
Ho pensato molte volte se mandare mio figlio all'asilo e io continuare a lavoro. La mia paura è che andando all'asilo comunque possa riportare batteri/virus che potrebbero debilitare il padre in questa fase delicata. Ma se io prendessi i congedi, non mandando mio figlio all'asilo, io rischierei di essere ancora più sopraffatta. Mi rendo conto anche a lavoro di non avere più quella lucidità di prima. Ascolto le persone ma non capisco realmente ciò che mi dicono.
Secondo voi sono una persona egoista a pensare questo?
Tante volte prendo il saturimetro per misurargli la saturazione e lui mi risponde "non ricominciamo". E da lì ho smesso. Ho 35 anni. Ho diritto anche io di vivere. Se non per mio figlio che ha bisogno di me.
Secondo voi sono una persona egoista a pensare questo?
Tante volte prendo il saturimetro per misurargli la saturazione e lui mi risponde "non ricominciamo". E da lì ho smesso. Ho 35 anni. Ho diritto anche io di vivere. Se non per mio figlio che ha bisogno di me.
Gentile utente,
no, non è egoista. Ma è importante dirlo con chiarezza: la stanchezza che descrive è arrivata a un livello che non può più essere ignorato.
Dalle sue parole emerge un affaticamento sia fisico sia mentale: difficoltà di concentrazione a lavoro, stato di allerta costante, sintomi corporei legati all’ansia. Questo non indica una mancanza di forza, ma il fatto che sta sostenendo da troppo tempo un carico che eccede le possibilità di una sola persona.
La sua preoccupazione per la salute di suo marito è comprensibile, così come il timore dei contagi. Tuttavia, tentare di azzerare ogni rischio attraverso il sacrificio totale di sé non è una soluzione sostenibile. Non protegge davvero nessuno, e nel tempo rischia di far ammalare lei.
Lei chiede se è egoista pensare anche a sé stessa. La risposta è no. Ma è altrettanto importante riconoscere che continuare così, senza un sostegno adeguato, la espone a un ulteriore peggioramento. Il suo corpo e la sua mente stanno già chiedendo una pausa.
In situazioni come questa, il sostegno non può essere solo individuale. Se è possibile, sarebbe importante che anche il contesto familiare partecipasse in modo più concreto, perché la convalescenza di suo marito non può ricadere interamente su di lei. Allo stesso tempo, per come scrive, appare altrettanto necessario che lei possa avere un supporto psicologico, anche temporaneo, che l’aiuti a contenere l’ansia, a recuperare lucidità e a non restare sola dentro questo sacrificio.
Lei non sta chiedendo un permesso per essere egoista, ma una conferma di poter continuare a vivere senza annullarsi. Questa richiesta è legittima. Ascoltarla ora significa tutelare lei, suo figlio e l’equilibrio familiare prima che la situazione diventi ancora più pesante.
Un caro saluto.
no, non è egoista. Ma è importante dirlo con chiarezza: la stanchezza che descrive è arrivata a un livello che non può più essere ignorato.
Dalle sue parole emerge un affaticamento sia fisico sia mentale: difficoltà di concentrazione a lavoro, stato di allerta costante, sintomi corporei legati all’ansia. Questo non indica una mancanza di forza, ma il fatto che sta sostenendo da troppo tempo un carico che eccede le possibilità di una sola persona.
La sua preoccupazione per la salute di suo marito è comprensibile, così come il timore dei contagi. Tuttavia, tentare di azzerare ogni rischio attraverso il sacrificio totale di sé non è una soluzione sostenibile. Non protegge davvero nessuno, e nel tempo rischia di far ammalare lei.
Lei chiede se è egoista pensare anche a sé stessa. La risposta è no. Ma è altrettanto importante riconoscere che continuare così, senza un sostegno adeguato, la espone a un ulteriore peggioramento. Il suo corpo e la sua mente stanno già chiedendo una pausa.
In situazioni come questa, il sostegno non può essere solo individuale. Se è possibile, sarebbe importante che anche il contesto familiare partecipasse in modo più concreto, perché la convalescenza di suo marito non può ricadere interamente su di lei. Allo stesso tempo, per come scrive, appare altrettanto necessario che lei possa avere un supporto psicologico, anche temporaneo, che l’aiuti a contenere l’ansia, a recuperare lucidità e a non restare sola dentro questo sacrificio.
Lei non sta chiedendo un permesso per essere egoista, ma una conferma di poter continuare a vivere senza annullarsi. Questa richiesta è legittima. Ascoltarla ora significa tutelare lei, suo figlio e l’equilibrio familiare prima che la situazione diventi ancora più pesante.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
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Questo consulto ha ricevuto 4 risposte e 72 visite dal 05/01/2026.
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