Interpretazione del comportamento del mio ex

Buonasera Gentili Dottori e Buon inizio di un Nuovo Anno.
Stavo con un uomo piu' grande di me di 15 anni...io ho 30 anni, uomo con cui pensavo ci potesse essere una relazione seria ma ho capito tempo dopo che per lui era solo una relazione fisica,.
nessun sentimento, a differenza dei miei sentimenti...l'ho capito per una situazione spiacevole creata da me per cui ora mi sento in colpa, penso di aver rovinato tutto...in quel periodo mia madre stava molto male (scoperto una brutta malattia e dopo qualche mese è morta) ma dopo aver avuto un rapporto fisico con quest' uomo, gli confidai di mia madre, della mia preoccupazione credendo di ricevere da parte sua parole di conforto, un abbraccio ma invece si era come trasformato; con un tono infastidito, mi disse: "allora pensa a tua mamma, falla contenta, mi spiace per tua mamma; se vuoi possiamo continuare a parlare come facevamo prima, io mi trovavo bene a parlare con te, ho raccontato a te cose che non ho mai raccontato a nessuno, se non mi vuoi piu' salutare non mi salutare nemmeno.

Ho sbagliato, e' stato un impulso, colpa del lavoro, sono stato un cretino, io che sono più grande di te".
Lui parlava velocemente mentre io non riuscivo a dire niente perché mi ero accorta che quando provavo a pronunciare qualche parola, avevo la voce rotta e cercavo di trattenere le lacrime ma non riuscivo...In realtà nei suoi occhi leggevo altro rispetto a questo suo discorso sconnesso, incomprensibile...Sicuramente ho sbagliato il momento, forse l'ho ferito involontariamente e magari lui aveva altri problemi in testa e sono stata insensibile...ho deciso di confidarmi con lui data la nostra intimità e mi sentivo bene con lui.
Dopo un anno da tutto ciò in cui non c'è stato più niente, nessun contatto, nessun rapporto, ci siamo rincontrati per caso ma si è comportato facendo l'indifferente (penso che sia peggio dell'odio) abbassando la testa nel passare vicino a me, evitandomi e trattandomi da estranea...è come se mi volesse punire...di sua iniziativa non mi ha detto neanche un ciao, sono stata io a dirgli "ciao" dopo aver esitato per un po' nel trovarmelo di fronte a me...lui penso sorpreso nel rivedermi, ha solo risposto "ciao"... avrei voluto chiedergli come stesse ma ho avuto paura che si infastidisse...io non riesco a provare odio nonostante quell' episodio...mi è dispiaciuto questo suo comportamento...non so più che pensare, come comportarmi...Vi ringrazio per il vostro parere ed aiuto.
Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 164 9
Gentile utente,

provo a tenere tutti i messaggi insieme (visto che ne ha scritto altri due (identici) due mesi fa sia in psicologia che psichiatria ) e a rispondere considerando l’ipotesi che possa trattarsi della stessa persona, senza darlo per certo ma senza neanche ignorarlo.

Se fosse la stessa persona, quello che emerge non è tanto una storia finita male , quanto una relazione che per lei non si è mai chiusa davvero. Prima il legame fisico vissuto con sentimenti non corrisposti, poi il momento in cui lei si espone in una fase di grande fragilità (la malattia di sua madre) e si sente respinta; infine, a distanza di tempo, il ritrovarsi davanti una persona che evita, abbassa lo sguardo, non parla. Tutto questo tiene la relazione in una zona sospesa, senza un prima e senza un dopo chiaro.

Il senso di colpa che lei porta ( ho sbagliato momento , forse l’ho ferito , sono stata insensibile ) sembra il modo con cui prova a dare una spiegazione a qualcosa che, in realtà, non dipendeva da lei. In entrambe le situazioni lei ha fatto la stessa cosa: ha cercato un contatto emotivo, una parola, un segnale umano. Dall’altra parte ha trovato chiusura, ritiro, silenzio.

Che sia lui o un altro uomo, il nodo su cui si può lavorare è proprio questo: lei tende a restare agganciata a persone che non riescono o non vogliono stare sul piano emotivo, e quando l’altro si sottrae, invece di allontanarsi, lei resta ferma a interrogarsi, a leggere sguardi, a chiedersi cosa avrebbe potuto fare diversamente.

Il fatto che non riesca a provare odio, che continui a sentire dispiacere, che abbia paura di infastidire , dice molto del suo modo di stare nelle relazioni: è molto attenta all’altro, molto poco protettiva verso di sé. E questo la espone a restare a lungo in legami sbilanciati, anche quando sono già finiti nei fatti.

Più che capire cosa significhi il comportamento di lui, forse il passaggio ora è chiedersi:
cosa la tiene legata a relazioni che non le restituiscono presenza e parola?
e cosa le rende così difficile chiudere quando l’altro si sottrae?

Su questo sì, si può lavorare: non per giudicare le sue scelte, ma per aiutarla a riconoscere prima i segnali, a non trasformare il silenzio dell’altro in una colpa sua, e a tutelarsi di più quando il legame non è reciproco. Se sente che queste dinamiche si ripetono e continuano a farle male, un percorso di supporto potrebbe offrirle uno spazio per rimettere ordine e dare finalmente una chiusura interna, indipendentemente da chi fosse l’uomo dall’altra parte.

Un caro saluto.

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
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Buonasera Gentile Dottore. La ringrazio per la sua risposta.
Si tratta dello stesso uomo..è una stata una cosa spontanea per me confidargli la mia situazione delicata in quel momento anche se durante un momento di intimità (forse lui ha pensato che durante l'intimita' non ero totalmente coinvolta e si è sentito preso in giro ma non è stato così..purtroppo non ho avuto modo di dargli una spiegazione vista la sua reazione impulsiva e poi avevo la voce rotta per le sue parole e la reazione, cercavo di trattenere le lacrime) pensavo che mi avrebbe detto una parola di conforto o abbracciata..se a me anche una persona estranea mi avesse detto di avere un problema io l'avrei ascoltata e detto una parola di conforto..
Questa situazione creatasi con lui credo dipenda anche dalla mia scarsa autostima.. pensavo che col passare del tempo lui si sarebbe ricreduto, che si sarebbe innamorato di me o che io avrei potuto farmi apprezzare, fargli conoscere le mie qualità caratteriali, invece ad oggi penso che non mi ha abbia mai apprezzata né per il mio carattere ne' che mi abbia considerata intelligente, capace...io purtroppo ci metto il cuore, se mi avvicino ad una persona anche solo per parlare e' perche' lo sento , non per una circostanza o per passarmi il tempo..Nessun uomo mi ha mai chiesto una convivenza o il matrimonio..Penso di essere io il problema perche' a 38 sono single, non ho costruito una famiglia..
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Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 164 9
Gentile utente,

nelle sue parole si sente molto chiaramente il dolore di essersi sentita non vista, soprattutto in un momento in cui era particolarmente fragile. Lei non stava chiedendo qualcosa di eccessivo: stava cercando una parola, un gesto, un minimo di umanità. Il fatto che questo sia avvenuto durante un momento di intimità non rende il suo bisogno meno legittimo. La sua spontaneità non è stata una colpa.

È comprensibile che oggi lei cerchi di spiegarsi quella reazione pensando di aver sbagliato, di non essersi fatta capire, di non aver avuto modo di chiarire. Ma da quello che racconta emerge un punto importante: lei ha portato emotività e verità, lui si è sottratto. Questo non dice nulla sul suo valore, dice qualcosa sui limiti di lui nel reggere un piano emotivo che andasse oltre il fisico.

Quando parla di scarsa autostima e dice penso di essere io il problema , sta facendo una cosa molto comune: sta trasformando una mancata reciprocità in un giudizio su se stessa. Il fatto che lei ci metta il cuore , che senta le persone, che non viva i rapporti come passatempo, non è un difetto. Diventa doloroso solo quando incontra qualcuno che non è disposto o capace di stare su quello stesso piano.

Anche il pensiero a 38 anni sono single, non ho costruito una famiglia va maneggiato con delicatezza. Non è una diagnosi su di lei, né una prova di inadeguatezza. È spesso il risultato di incontri sbilanciati, di investimenti affettivi non corrisposti, di attese che non hanno trovato risposta. Questo non la rende il problema , ma una persona che forse ha dato molto dove ha ricevuto poco.

Forse il punto su cui riflettere non è tanto perché lui non l’ha apprezzata, ma perché lei ha continuato a sperare di essere scelta da qualcuno che fin dall’inizio non stava davvero scegliendo. Non come colpa, ma come modalità che oggi la fa soffrire.

Lavorare su di sé, in questo senso, non significa aggiustarsi per piacere di più, ma imparare a riconoscere prima quando l’altro non è disponibile emotivamente, e a proteggere di più ciò che lei mette in gioco. Se sente che questi pensieri su di sé, sul tempo che passa e sul valore personale stanno diventando pesanti, un percorso di supporto potrebbe aiutarla a rimettere ordine e a guardarsi con uno sguardo meno severo e più giusto. Sì fidi.

Un caro saluto.

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
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Buongiorno Caro Dottore
La ringrazio per le sue parole e per la disponibilità e mi scuso per il disturbo.
Da questa situazione ho iniziato a pensare che è meglio non confidare niente a nessuno perché non mi sentirei compresa e per non addossare problemi agli altri come è successo con quell' uomo..mi spiace che la mia sensibilità, la mia timidezza vengano considerate dagli uomini una debolezza, fragilità e che vengano preferite donne disinvolte, allegre e quindi penso che nessuno possa mai amare me anche data la mia età..
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Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 164 9
Gentile,
leggo nelle sue parole una conclusione molto dura verso se stessa: meglio non confidare niente a nessuno , nessuno potrà mai amarmi . È comprensibile che questa idea nasca da quell’esperienza, ma è importante fermarsi un attimo qui, perché rischia di farle portare su di sé il peso di una reazione che non le appartiene.

Confidarsi con quell’uomo non è stato un errore di sensibilità. È stato un tentativo umano di cercare ascolto in un momento di grande fragilità. Il fatto che lui non abbia saputo accogliere non trasforma la sua sensibilità in una debolezza: indica, piuttosto, un limite suo, non un difetto suo. Non tutte le persone sono in grado di reggere l’emotività dell’altro, e questo non fa una regola universale sugli uomini né su di lei.

Quando dice di temere di addossare problemi agli altri , è come se stesse traendo una conclusione generale da un’esperienza specifica e dolorosa. Ma confidarsi non significa scaricare: significa scegliere con chi farlo. Ed è qui il punto importante da sottolineare. Ci sono contesti e persone che non possono accogliere, e ce ne sono altri come uno spazio professionale che esistono proprio per questo: per ascoltare, comprendere e dare senso al disagio, senza giudicarlo e senza respingerlo.

La sua sensibilità, la sua timidezza, il fatto che lei ci metta il cuore non sono caratteristiche che la rendono non amabile. Diventano fonte di sofferenza solo quando vengono offerte a chi non sa o non vuole riconoscerle. Questo non dice che lei vale meno, dice che ha bisogno di maggiore tutela, non di chiudersi.

Rinunciare a confidarsi del tutto rischia di isolarla ancora di più e di rafforzare l’idea che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Forse, invece, il passo ora è distinguere: non smettere di sentire, ma scegliere luoghi e persone capaci di reggere ciò che lei porta in questo momento. Un professionista può essere uno di questi spazi, proprio perché non le chiederà di essere diversa, più leggera o meno sensibile per essere accolta.

Chiuderei riportandola qui: non è la sua età, né la sua sensibilità, a impedirle di essere amata. È il rischio, semmai, di continuare a misurarsi attraverso lo sguardo di chi non l’ha saputa vedere. Su questo, sì, si può lavorare, con rispetto dei suoi tempi e senza forzarla a diventare qualcun’altra.

Un caro saluto.

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
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Il fatto di essere evitata mi fa sentire come un rifiuto, è come se lui avesse paura di me, come se nessun altro uomo possa avvicinarsi a me..capisco che questo evitamento sia per sottolineare che lui non mi voglia, per non farmi illudere che anche con un semplice "ciao" possa tornare tutto come prima..però fa male.

La ringrazio ancora.
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Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 164 9
Gentile,
capisco quanto continui a farle male questa sensazione di rifiuto, e credo che su questo punto ci siamo davvero detti l’essenziale. Il suo dolore è stato accolto, il significato dell’evitamento è stato chiarito, e il focus è stato riportato più volte su ciò che questa esperienza sta facendo a lei, non su ciò che fa lui. A noi interessa il suo di benessere.

A questo punto, però, è importante sottolineare che: continuare a scrivere qui, in questo momento, non aggiungerà nuovi elementi utili. Non perché il suo sentire non meriti spazio, ma perché questo è un forum di orientamento e confronto, non un luogo in cui poter fare il lavoro più profondo che la sua sofferenza richiede. Deve accettarlo. Il rischio, andando avanti così, è solo quello di restare agganciata allo stesso nodo, ripetendolo, senza che questo le permetta di stare meglio.

Può essere davvero utile ora rileggere con calma tutte le risposte, magari più di una volta, lasciando che sedimentino. C’è già molto su cui riflettere. Da lì, il passo successivo non è spiegarsi ancora meglio qui, ma valutare seriamente uno spazio tutto suo, con un professionista, dove poter lavorare con continuità su questi vissuti di rifiuto, autostima e dolore relazionale. Si fidi.

Questo non è un allontanamento, ma una chiusura rispettosa del consulto, coerente con il contesto. Qui il confronto può fermarsi; altrove, se lo vorrà, il lavoro potrà davvero iniziare.

Un caro saluto.

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
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