Covid-19: gestire l'ansia da quarantena

Dr.ssa Franca ScapellatoData pubblicazione: 03 aprile 2020Ultimo aggiornamento: 07 aprile 2020

Ormai da settimane siamo in quarantena e al mostro iniziale, il virus, si è aggiunta la preoccupazione per la grave crisi economica che colpirà non solo l’Italia, ma tutto il mondo.

Le nostre sicurezze sono intaccate: i nostri amici, i nostri familiari si ammalano.

Quando siamo obbligati a uscire facciamo giustamente molta attenzione, perché chi incontriamo potrebbe contagiarci. Un bruciore alla gola, un colpo di tosse scatenano il timore di essersi ammalati.

Anziani

Chi ha i genitori anziani ha paura; chi ha familiari ricoverati in ospedale vive nel terrore della telefonata che mai si vorrebbe ricevere.

Bambini e ragazzi sono costretti in casa, devono studiare a distanza. Bisogna abituarsi a ritmi nuovi e a una convivenza forzata. Stare in casa in questa fase è indispensabile, ma è tutt’altro che una vacanza, anche per le coppie più affiatate. A tutti è richiesta una grande capacità di adattamento.

A questa situazione già critica si aggiunge, per chi non ha un lavoro dipendente e “blindato”, il problema economico. Molti commercianti non sanno se e quando potranno riaprire, chi lavora nel settore turistico (per esempio) è duramente penalizzato.

In questa situazione soffrire di ansia fino all’angoscia è non solo comprensibile, ma inevitabile.

I due mostri, epidemia e crisi economica, stanno divorando le nostre sicurezze, con un impatto sociale simile a quello di un conflitto mondiale.

Le notizie e le immagini che ci propongono i media accrescono l’ansia e il dolore; l’arcobaleno con “andrà tutto bene” ormai tranquillizza solo i più piccoli.

Tornando a noi, alle nostre angosce, cosa possiamo fare?

La paura arriva a ondate, suscitata da pensieri, da immagini, da notizie lette sul web o sui quotidiani, dalla telefonata di un conoscente.

Sforzarsi di mandarla via, di eliminarla, è una fatica inutile: “non devo pensare al virus”, “non devo preoccuparmi in continuazione del lavoro”, non funziona.

Ripetere spesso, o pensare: “Non è giusto!”, “Non dovrebbe succedere!” funziona ancora meno.

La strategia migliore, secondo la terapia cognitiva, è quella di riconoscere l’emozione: in questo momento mi sento angosciato, mi sento oppresso, mi sento disperato.

Il passo successivo è accettare l’emozione: è normale, tante persone come me sono in ansia, è comprensibile. Se si riesce, ci si può dare un tempo: mi dispererò, mi angoscerò, piangerò per un quarto d’ora.

Lo so, sembra assurdo, ma aiuta a mettersi di lato, a guardare il dolore e l’ansia senza esserne dominati. Si può sempre provare e, se funziona, tanto meglio. L’ansia e il dolore non spariscono, ma non ci dominano più: possiamo fare qualcosa nonostante la sofferenza, non siamo più paralizzati.

Un’altra tecnica di “defocalizzazione” utile è immaginare di raccontare le proprie paure a un amico, e immaginare la risposta che lui o lei ci potrebbe dare.

Ci sono molte tecniche per gestire ansia, dolore e preoccupazioni, per risparmiare le forze facendo cose utili nel presente, che è l’unico tempo su cui possiamo intervenire.

Qualcuno dirà: “Sì, ma i problemi restano”.

È vero, ma anche se ci preoccupiamo e ci rompiamo la testa rimuginando su quello che potrebbe succedere i problemi restano. I progetti, le azioni proiettate nel futuro, sono una cosa diversa, servono a dare una prospettiva al presente; però ora è spesso impossibile fare progetti, non abbiamo elementi a sufficienza.

Quindi cosa si può fare?

Si riconosce l’ansia e il disagio, e intanto si fa quello che si può per le persone che amiamo: si prepara un pranzo salutare per i bambini, si telefona a una persona cara, si aiuta un vicino in difficoltà.

Un’attività fisica moderata, fatta in casa o sul balcone, aiuta a scaricare l’ansia e andrebbe praticata regolarmente, anche solo mezz’ora al giorno.

Strutturare le giornate con una serie di attività, leggendo, ascoltando musica, guardando un bel film (e limitando l’ascolto dei notiziari), sarà un modo per superare questo doloroso periodo.

Abbiamo a che fare con un nemico invisibile, il coronavirus, che può uccidere, e con le sue conseguenze temibili ma poco definite (la crisi economica), quindi con due mostri che colpiscono nell’ombra, come nel peggiore film dell’orrore.

Ne usciremo, anche se con dolore e con fatica, come hanno fatto i nostri genitori e i nostri nonni dopo le guerre, ma per ora siamo bloccati e dobbiamo utilizzare tutte le strategie possibili per reggere fino alla fine di questo periodo, che non sarà breve.

 

Autore

francascapellato
Dr.ssa Franca Scapellato Psichiatra, Psicoterapeuta

Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1981 presso università di Parma.
Iscritta all'Ordine dei Medici di Parma tesserino n° 3717.

13 commenti

#3
Utente 591XXX
Utente 591XXX

Sono daccordo con tutto. A me non spaventa più di tanto nè il virus in sè nè la crisi. La paura spesso è il più grande nemico. Tuttavia io sento di trovarmi in una situazione particolare. Son rimasta "bloccata" in casa di mio padre dopo averlo assisitito per una semplice operazione 3 settimane fa, in una città che non sento mia,in un posto che non sento confortevole,senza le mie cose,che uso per stare bene e per passarmi il tempo,senza il mio gatto e credo in ciò ci sia una relazione di dipendenza psicologica tra noi che voglio interrompere, insomma questo mi sta facendo male mentalmente e perciò fisicamente. Avrò il diritto di poter tornare nella mia casa pur dovendo usare i mezzi pubblici? Non so quanto ancora potrò resistere. Penso di voler rischiare ma tornare nel posto in cui mi sento meglio sia giusto

#4
Dr.ssa Franca Scapellato
Dr.ssa Franca Scapellato

Chiunque si può ammalare o può contagiare gli altri, senza saperlo, per cui i mezzi pubblici sono limitati a chi ha una vera necessità. Posso capire il suo disagio, ma ora nessuno è libero per il bene di tutti. Se continua a pensare a quello che le manca starà peggio. Tornerà a casa, ma nel frattempo cerchi di trascorrere le giornate nel modo migliore: ha un cellulare, può scaricare musica, libri, stare in contatto con gli amici sui social. Non è in un letto di terapia intensiva, non piange un genitore chiusa in casa senza funerale, si adatti.

#5
Ex utente
Ex utente

Io odio la mia famiglia, non capisco perché dovrei prendermene cura e stare costretto in un posto con loro aumenta il mio disagio che stavo faticosamente cercando di superare prima che chiudessero tutto. Guardare il positivo della situazione mi fa solo salire la rabbia verso questo Governo e come è stata gestita male questa emergenza. Quando finirà avrò solo odio per questi governanti e per la società che mi ha privato della libertà.

#6
Utente 220XXX
Utente 220XXX

Articolo interessante. Io sto cominciando a domandarmi, dopo quanto tempo sulle persone iniziano ad essere ravvisabili segnali di squilibrio mentale/insofferenza portati dalla quarantena e da tutto ciò che ne consegue, tali da poter portare a una sorta di ribellione, alla fine del rispetto delle norme? Mi sembra che questo aspetto venga menzionato poco e nulla, anche dalle istituzioni. Non si può ignorare che ci siano degli inevitabili risvolti psicologici di questo quarantena.. quanto può durare l'obbedienza "razionale" prima di lasciare posto all'irrazionale ribellione?

#7
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

Molto bello e utile questo articolo.

Noi nel blog Ragazze Fuori di Seno ce ne occupiamo da piu' di un mese sul problema della gestione dell'ansia perche' l'arrivo di questo tsunami potrebbe amplificare a dismisura le paure legate al cancro, soprattutto per le accresciute difficolta' a completare le terapie e fare I controlli.
Dinnanzi ad una informazione spesso schizofrenica e fuorviante.
Dai primi di Marzo il blog prossimo ai 200.000 commenti ha aperto uno spazio "LAFINESTRA ILLUMINATA" sempre illuminata 24/24 h cui partecipano utenti anche dell'Australia, Stati Uniti, Germania,.Francia, Inghilterra.

vedi post 185.640
https://www.medicitalia.it/spazioutenti/forum-rfs-100/come-si-calcola-il-rischio-reale-per-il-tumore-al-seno-44-12376.html

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