Sino a un mese fa le distanze interpersonali erano minime, si stava tutti assieme, spesso ammassati nelle metropolitane delle grandi città, per le strade, nei vicoli, nei pub, nei percorsi della movida urbana.

Questa prossimità fisica, a tratti persino asfissiante, da non pochi anni ormai, non corrispondeva più a una reale vicinanza emotiva, a una presenza affettiva dell’altro.

Ciascuno era immerso nel proprio cyberspazio, nella sua bolla di prossimità virtuale: iperconnesso con il mondo, ma a pochi millimetri dagli altri in carne ed ossa.

Famiglie radunate a tavola ognuno sprofondato nel proprio smartphone; commessi dei negozi che privilegiano il cliente al telefono mentre tu, gli stai di fronte un po’ spaesato.

Alla guida, a passeggio, persino in moto o in bicicletta: nulla sembrava arrestare la necessità di connessione virtuale con il mondo e simultanea disconnessione da ciò che era a concreta portata del corpo.


Lo stare “insieme ma soli”, come la psicologa statunitense Sherry Turkle ha definito la nuova forma di relazioni sociali, sembrava aver soppiantato la spinta alla socialità, alla relazione con un altro corporeo: il vicino di pianerottolo è sostituito dall’“amico” su instagram.


Poi è arrivato il missile Covid-19, è piombato tra le nostre strade affollate e ci ha scaraventati gli uni lontani dagli altri, forzati a una distanza fisica netta e improvvisa, fino a ieri impensabile. Sono scomparsi i baci, le carezze, le strette di mano. 

 

Le piazze gremite di gente, i ritrovi, i concerti sovraffollati, i mercatini strapieni: sembra tutto un ricordo sbiadito di un tempo remoto.

C’è stato realmente quel tempo?
Davvero fino a ieri ci accalcavamo nei tram, nei cinema, nelle palestre, nelle file dei parchi a tema? Veramente restavamo ore stipati negli angoli di una libreria per assistere alla presentazione di un volume? 

 

Lo sganciarci fulmineo dalla prossimità fisica, da quella fastidiosa calca, ci ha obbligati nostro malgrado ad alzare lo sguardo dal nostro smartphone.

Ma ci siamo ritrovati soli.

Forse stiamo capendo, con questa verità che ci è stata sbattuta in faccia, che prima non era esattamente uno “stare insieme ma soli”, nel senso che la ricerca di iperconnessione forse non veniva solo dal nostro senso di solitudine interiore. Non eravamo, infatti, meno isolati perché iperconessi. Probabilmente, dunque, non si trattava soltanto della necessità di lenire la nostra solitudine attraverso l’iperconnessione.

Forse, come è evidente adesso dalla sofferenza che proviamo nel sentirci realmente isolati, a casa, in quarantena, era paradossalmente proprio l’esigenza di stare fisicamente adiacenti che ci consentiva di poterci isolare.

Sapere che l’altro è vicino a noi fisicamente ci libera dall’angoscia della solitudine. Potevamo viaggiare più comodamente nei nostri dispositivi portatili se stretti ad altri.


Si potrebbe dunque dire che “insieme ma soli” è in realtà “soli se insieme”. Possiamo stare soli solo se siamo assieme. Lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle che non possiamo fare a meno della presenza fisica degli altri, ci sentiamo persi, smarriti, divisi. L’illusione della possibilità di essere vicini anche se lontani, l’utopia dell’esserci per l’altro senza presenza del corpo, si è sgretolata di fonte alla vera solitudine dell’isolamento, anche se si è connessi con il mondo.

Eh no, non è paragonabile alla guerra.

Durante la guerra ci si poteva abbracciare, amare fisicamente, un seminterrato diventava il luogo dell’amore segreto, un rifugio lo spazio per stringersi gli uni agli altri.

 

Ripensiamo a tutto questo quando torneremo a calpestare le piazze, le vie, i mercati. Conserviamo la memoria delle relazioni ai tempi del Covid-19.

Quando stringeremo le mani ricordiamoci di guardare negli occhi il prossimo, fermiamo il tempo nei baci che daremo, nelle carezze che riceveremo, negli abbracci che sanciranno le nostre relazioni: se è vero che nulla sarà più come prima, forse, domani qualcosa potrebbe avere più valore di prima.