Utente 492XXX
Buongiorno dottori, cerco di riassumere la mia storia: premetto che ho avuto un’infanzia difficile, mio padre beveva e picchiava mia madre. Ho vissuto la mia vita fino ai 12/13 anni con nausee che sfociavano spesso in episodi di vomito, specie la notte. Ho sempre avuto il terrore di vomitare, nonostante da piccolo vomitavo spesso, ma ai tempi non razionalizzavo la cosa è dovevo per forza accettarla. Ricordo che avevo anche dei comportamenti compulsivi, della serie: “tocco questa cosa un tot di volte e non starò male”. Comportamenti e nausea/vomito spariti dopo un ricovero in ospedale. Dai 13 ai 28 anni non ho mai più vomitato, seppur la paura del vomito c’era sempre (ma veniva fuori solo in caso di indigestioni). A 28 anni mi è venuto un virus intestinale e ho vomitato. Avevo ormai la convinzione di essere immune al vomito, che il mio stomaco non mi facesse MAI vomitare. Da allora è riaffiorato tutto. Sono quasi tre anni che vivo con la nausea, in tre anni, mi è venuto il virus due volte e ormai ho perso “fiducia” nel mio stomaco. Ho fatto tutti gli esami patologici, ma nulla. Ho cambiato 3 psicologi e sono in terapia da poche settimane con un altro. Quest ultimo mi ha proposto di parlare con uno psichiatra per un eventuale terapia farmacologica, ma ho PAURA dei farmaci: ho paura della nausea e dei disturbi sessuali... ho scoperto il sesso a 28 anni, e almeno dal lato sessuale non mi posso lamentare. Ho assunto tempo fa Levopraid, e già quelli mi azzeravano la libido, quindi stavo male dal lato sessuale. Non so cosa fare. Domani avrò l’incontro con lo psichiatra, ma so già che lo manderò in paranoia con le mie paranoie. Come posso comportarmi? Ho paura di non poter più uscire da questa situazione. La mia emetofobia è arrivata alle stelle e mi sta condizionando la vita.

[#1] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente,

Ha una fobia, di matrice presumibilmente ossessiva, e può essere curata senza troppi problemi. Senza fare l'errore di curare il sintomo di cui ha paura, che non c'entrerebbe niente.
Dr.Matteo Pacini
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[#2] dopo  
Utente 492XXX

Grazie per la risposta dottore. La psicologa in cui andavo prima, di tipo cognitivo-comportamentale, si focalizzava sul presente e sul cibo in particolare, trattando il mio disturbo come di tipo alimentare. Il nuovo psicologo invece, dice che quel metodo era errato, difatti stiamo scavando nel passato, e mi sono accorto di quante cose non ho elaborato/accettato, in primis il rapporto con mio padre. Credo che questo percorso sia più corretto, perché in realtà non ho un disturbo alimentare: io vorrei mangiare, eccome se vorrei farlo, vorrei ingrassare, vivere come tutti e fare la vita di prima, ma la mia paura verso il cibo deriva dalla fobia, dalla nausea, dalla paura di stare male... che poi sto male realmente, ovvero, io la nausea la sento reale “diciamo”, ma a volte riesco a distinguerla dall’indigestione o dalla tensione. Lei dice che la mia fobia può essere curata, ma come? Con la psicoterapia, o psicoterapia e farmaci? Lo psichiatra che incontrerò domani, l’ho già incontrato due anni fa, ma non appena espongo i miei dubbi sui farmaci, si blocca e non sa cosa fare. Vedrò come andrà domani, ma temo che andrà come penso. Cioè, io sono lucido, ma non appena mi viene la nausea mi annullo, mi crolla tutto: vedo il vomito come un qualcosa di orribile, quasi paragonato alla morte (che vedo meno brutta del vomitare). Questo per farle capire quanto il vomito per me sia un problema, che poi in realtà non vomito mai, se non per virus intestinali. Lei cosa mi consiglia per l’incontro di domani? Preciso che non demonizzo i farmaci, ho solo paura che “coprano” il problema, mentre vorrei risolverlo magari con aiutini leggeri e con la psicoterapia. Ma vedo nero onestamente...

Ci tengo a dire che, a differenza di molti emetofobici, affronto sempre le situazioni, anche se mi causano ansia: dormire fuori, un nuovo lavoro, uscire, viaggiare o altro. Mi blocca soprattutto il cibo: mangio, ma lo faccio forzatamente. E quando sono fuori casa, giro con un marsupio pieno di antiemetici, procinetici di ogni tipo e ansiolitico. Credo sia un disastro.

Scusi lo sfogo e grazie ancora se vorrà rispondermi.

[#3] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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Di alimentare francamente non ci vedo alcun nesso. Ha espresso la necessità di "fidarsi" dello stomaco, il terrore del vomito, e il condizionamento datole da questo. Il problema non è non potersi più fidare dello stomaco a causa del vomito, che tutti noi conosciamo per aver vomitato almeno una volta nella vita, ma il fatto di cercare di "fidarsi" dello stomaco mediante il controllo dell'eventualità "vomito".
Esistono terapie farmacologiche efficaci su queste paure, oltre che anche terapie cognitivo-comportamentali.
Dr.Matteo Pacini
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[#4] dopo  
Utente 492XXX

< Ha espresso la necessità di fidarsi dello stomaco, il terrore del vomito, e il condizionamento datole da questo>

Sì, il mio errore è stato quello di credere per anni che fossi immune al vomito: avevo lo stomaco di pietra. Non so come per anni non abbia mai beccato un virus intestinale, non mi sono mai posto il problema e non ci pensavo mai. Adesso ho il terrore nelle stagioni invernali e, ad ogni nausea anomala, mi viene la paranoia del virus. Prima, per qualsiasi cosa, anche se arrivavo nel water con lo stimolo, il mio stomaco si rifiutava di vomitare, quindi ormai ero sicuro di me stesso: “tanto non vomito”. Dopo quell’episodio di gastroenterite è cambiato tutto: “allora posso vomitare anche io!”. Da lì tutto il circolo vizioso che mi porto ancora dietro.

Grazie dottore. Domani parlerò con lo psichiatra e spiegherò bene il tutto. Vediamo se si riesce a trovare un equilibrio fra psicoterapia e farmaci (se servono).

[#5] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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Sì, il problema non inizia quando perde quella certezza, ma già quando era importante credere in una "Immunità" al vomito, evidentemente era importante credere esistesse. E per quale motivo uno dovrebbe essere immune ? Perché uno dovrebbe preoccuparsi di evitare che gli capiti di vomitare ?

Non è detto che servano tutte e due le cose, vedo che già Lei però parte male mettendo i farmaci in una posizione di scelta più estrema. "Se servono" è un modo di dire, quando mai si danno perché non servono ? Se mai corre il rischio di non prenderli anche se servono.
Dr.Matteo Pacini
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