Come aiutare un fratello emotivamente bloccato e distante?
Buonasera, cercherò di essere breve.
Come in tante famiglie i miei genitori non sono mai stati bravi a comunicare le proprie emozioni, né tra loro né con noi (me e mio fratello).
Io crescendo e studiando fuori sono riuscita a distaccarmi da questi metodi e credo di essere emotivamente sana (anche se appena rientro in casa per qualche occasione mi sembra di "regredire" a quando ero ancora nel nucleo familiare...).
Mio fratello invece è sempre stato più "mammone", più sensibile e insicuro; non è mai veramente uscito di casa (adesso ha 32 anni); non ha i mezzi culturali per capire come esprimere quello che prove, sminuisce i suoi problemi, e se gli proponessimo di andare da uno psicologo ci riderebbe in faccia.
Ultimamente ha parecchi guai (con la sua compagna, con il figlio piccolo), e spesso sfoga la sua frustrazione nell'alcol; esplode spesso in accessi di rabbia, anche contro la mia povera mamma che ha sempre fatto da capro espiatorio.
Insomma è molto infelice, io vorrei aiutarlo perché mi spiace vedere soffrire lui e di conseguenza i miei, e perché ho paura che possa fare qualche pazzia.
Il problema è che tra noi i rapporti si sono molto diradati (da piccoli litigavamo e dall'adolescenza in poi ci siamo sempre più separati), non ci diciamo cose "significative ", parliamo pochissimo e quando succede parliamo del più e del meno; non ci siamo mai confidati l'uno con l'altro, non ci siamo mai mostrati affetto...
La mia domanda è: come posso aiutare questo fratello che 1) verosimilmente non vuole il mio aiuto 2) con cui non saprei da dove cominciare: anche dirgli "se vuoi parlare ci sono" dubito che smuoverebbe qualcosa, semmai penserebbe che ho pietà di lui e mi eviterebbe ancora di più, facendo finta di non aver bisogno di niente 3) che non ha i mezzi per capire che lui stesso sta male psicologicamente.
Come in tante famiglie i miei genitori non sono mai stati bravi a comunicare le proprie emozioni, né tra loro né con noi (me e mio fratello).
Io crescendo e studiando fuori sono riuscita a distaccarmi da questi metodi e credo di essere emotivamente sana (anche se appena rientro in casa per qualche occasione mi sembra di "regredire" a quando ero ancora nel nucleo familiare...).
Mio fratello invece è sempre stato più "mammone", più sensibile e insicuro; non è mai veramente uscito di casa (adesso ha 32 anni); non ha i mezzi culturali per capire come esprimere quello che prove, sminuisce i suoi problemi, e se gli proponessimo di andare da uno psicologo ci riderebbe in faccia.
Ultimamente ha parecchi guai (con la sua compagna, con il figlio piccolo), e spesso sfoga la sua frustrazione nell'alcol; esplode spesso in accessi di rabbia, anche contro la mia povera mamma che ha sempre fatto da capro espiatorio.
Insomma è molto infelice, io vorrei aiutarlo perché mi spiace vedere soffrire lui e di conseguenza i miei, e perché ho paura che possa fare qualche pazzia.
Il problema è che tra noi i rapporti si sono molto diradati (da piccoli litigavamo e dall'adolescenza in poi ci siamo sempre più separati), non ci diciamo cose "significative ", parliamo pochissimo e quando succede parliamo del più e del meno; non ci siamo mai confidati l'uno con l'altro, non ci siamo mai mostrati affetto...
La mia domanda è: come posso aiutare questo fratello che 1) verosimilmente non vuole il mio aiuto 2) con cui non saprei da dove cominciare: anche dirgli "se vuoi parlare ci sono" dubito che smuoverebbe qualcosa, semmai penserebbe che ho pietà di lui e mi eviterebbe ancora di più, facendo finta di non aver bisogno di niente 3) che non ha i mezzi per capire che lui stesso sta male psicologicamente.
Gentile utente,
si sente quanto lei tenga a suo fratello e quanto questa situazione la metta in una posizione difficile. Il punto centrale, però, è proprio quello che lei ha già colto: non si può aiutare davvero qualcuno che non riconosce di avere bisogno di aiuto. Questo non è un fallimento suo, né una mancanza di affetto.
Quando i rapporti sono sempre stati poveri di scambio emotivo, tentare un avvicinamento diretto e importante rischia di essere vissuto come invasivo o svalutante. In questi casi, più che parlare dei problemi , può essere utile restare agganciati su una presenza semplice e coerente: piccoli contatti, disponibilità concreta, momenti neutri condivisi, senza messaggi salvifici o inviti espliciti ad aprirsi.
Se emergono rabbia e abuso di alcol, il suo compito non è contenerli o correggerli, ma proteggere i confini, soprattutto rispetto a sua madre. Quando la situazione degenera, è legittimo segnalare che così non va bene, senza entrare in discussioni emotive o morali.
La paura che possa fare qualche pazzia va presa sul serio, ma non gestita da sola: se dovessero comparire segnali di rischio concreto, è importante che anche i suoi genitori si assumano la responsabilità di coinvolgere il medico di base o altri riferimenti sanitari, senza delegare tutto a lei.
In sintesi: può esserci come sorella, non come terapeuta. A volte aiutare significa restare presenti senza forzare, accettando che l’altro, almeno per ora, non possa o non voglia fare un passo diverso.
Un caro saluto.
si sente quanto lei tenga a suo fratello e quanto questa situazione la metta in una posizione difficile. Il punto centrale, però, è proprio quello che lei ha già colto: non si può aiutare davvero qualcuno che non riconosce di avere bisogno di aiuto. Questo non è un fallimento suo, né una mancanza di affetto.
Quando i rapporti sono sempre stati poveri di scambio emotivo, tentare un avvicinamento diretto e importante rischia di essere vissuto come invasivo o svalutante. In questi casi, più che parlare dei problemi , può essere utile restare agganciati su una presenza semplice e coerente: piccoli contatti, disponibilità concreta, momenti neutri condivisi, senza messaggi salvifici o inviti espliciti ad aprirsi.
Se emergono rabbia e abuso di alcol, il suo compito non è contenerli o correggerli, ma proteggere i confini, soprattutto rispetto a sua madre. Quando la situazione degenera, è legittimo segnalare che così non va bene, senza entrare in discussioni emotive o morali.
La paura che possa fare qualche pazzia va presa sul serio, ma non gestita da sola: se dovessero comparire segnali di rischio concreto, è importante che anche i suoi genitori si assumano la responsabilità di coinvolgere il medico di base o altri riferimenti sanitari, senza delegare tutto a lei.
In sintesi: può esserci come sorella, non come terapeuta. A volte aiutare significa restare presenti senza forzare, accettando che l’altro, almeno per ora, non possa o non voglia fare un passo diverso.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
vincenzocapretto.psy@icloud.com - 3356314941
Questo consulto ha ricevuto 1 risposte e 1 visite dal 31/12/2025.
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