Dubbio se la terapia è quella giusta

Salve, da sempre rimugino, penso ad un evento del passato e cerco di trovare un comportamento tale da poter evitare danni.

Per esempio, cosa posso fare per evitare di essere investito da un'auto che esce da un cancello, poi cerco di ricordare se quella volta che sono passato in un determinato posto ho agito in sicurezza.

Al rimuginio mi accompagna da sempre una sensazione di fastidio dei vestiti, non credo sia ipersensibilità, vorrei che non si spostassero mai nemmeno quando mi abbasso.

Ho subito bullismo durante le scuole nei diversi gradi.

Seguo uno psicoterapeuta dal 2011 che è anche psichiatra specializzato in terapia meta cognitiva.

All'inizio per il fastidio dei vestiti indossavo i pantaloni molto alti in vita, quasi sullo stomaco, la notte pensavo e prendevo sonno tardi più o meno alle 4, poi la mattina mi svegliavo e andavo a rilento perché avevo sonno.

Con il passare degli anni sono cambiato, ma il problema dei vestiti è rimasto anche se è quasi impercettibile, il rimuginio invece è ancora presente nella giornata, in questo periodo mentre penso mi sento anche i battiti alti, ma non li misuro perchè penso sia solo una sensazione.

Secondo lo psicoterapeuta se comprendo il meccanismo poi non si attiva più, il meccanismo è: reagisco ai vari pericoli cercando di trovare un comportamento in modo da evitare gravi conseguenze perché reputo non accettabile che determinati eventi accadano.

Il dottore inoltre dice che mi devo rendere conto che il futuro è incerto.

Mi sono reso conto di questo modo di ragionare da anni prima di iniziare la psicoterapia eppure sembra che non basti comprendere.


Perché nel mio caso comprendere il meccanismo lo fa attivare lo stesso?

Come faccio a capire se è la terapia giusta per me?

Forse dovrei cambiare psicoterapeuta?

È controproducente cambiare visto che mi segue da 15 anni e mi conosce bene?

Non ho mai parlato in seduta del mio dubbio sul cambiare, il dottore dice che se ci fosse un'incompatibilità sarebbe lui ad indirizzarmi verso un altro professionista.


Grazie delle delucidazioni.
Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 5.1k 208
Gentile utente,
se da quindici anni lei è seguito dallo stesso curante e ancora non guarisce, delle due l'una: o ha un disturbo cronico, oppure potrebbe guarire, ma non sta facendo i passi giusti.
Sorprende soprattutto che lei scriva di star seguendo la terapia meta-cognitiva, dal momento che questa è definita già su Internet così:
"sviluppata da Adrian Wells, è una forma di psicoterapia che si concentra sul "come" si pensa piuttosto che sul "cosa" si pensa. Mira a modificare gli stili di pensiero disfunzionali (ruminazione, rimuginio, monitoraggio della minaccia) e le credenze metacognitive sottostanti, riducendo ansia, depressione e disturbi correlati attraverso un numero breve di sedute (12-15)".
Quindici sedute, caro utente, sono quattro mesi, non quindici anni.
Del resto lei scrive: "Non ho mai parlato in seduta del mio dubbio sul cambiare".
Perché? A volte non si tratta di cambiate terapeuta, ma strumenti e metodo. Questo, naturalmente, se lo si vuole davvero.
Purtroppo non pochi pazienti usano il terapeuta come confort-zone: sfogano con lui o lei malumori e tristezze, frustrazioni, paure, ma si guardano bene dall'iniziare un percorso di cambiamento, che il terapeuta può determinare con precisi esercizi comportamentali, non solo cognitivi.
L'affermazione "se comprendo il meccanismo poi non si attiva più" non è la strategia unica e centrale di nessuna terapia cognitivo-comportamentale.
Sempre su internet si legge: "A differenza della terapia cognitiva classica, che sfida il contenuto del pensiero ("è vero che accadrà questa cosa negativa?"), la MCT sfida il processo ("è utile per me continuare a rimuginare su questa cosa?"), aiutando il paziente a sviluppare un controllo maggiore sulle proprie risorse mentali".
Questo, se associato a precise azioni alternative alla prassi usuale del paziente, è un metodo vincente; se invece viene ripetuto per quindici anni su ogni suo rimuginio non può fare altro che rinforzarlo.
Per fare un esempio elementare, lei non ci parla del suo lavoro. Scrive: "reagisco ai vari pericoli cercando di trovare un comportamento in modo da evitare gravi conseguenze perché reputo non accettabile che determinati eventi accadano".
Nell'ultima frase è presente una "pretesa" ("reputo non accettabile che determinati eventi accadano") che è sorprendente sentire ancora esprimere dopo quindici anni di terapia.
La prima parte: "reagisco ai vari pericoli cercando di trovare un comportamento in modo da evitare gravi conseguenze" ha senso soltanto se lei è un vigile del fuoco, un cascatore cinematografico, un cementista o altra figura professionale che faccia del rischio il suo lavoro quotidiano. Altrimenti è priva di significato.
Ci spieghi cosa fa per vivere, come affronta le sfide reali dell'esistenza, quanto il suo disturbo risulta invalidante in questo campo, e potremo valutare meglio la sua richiesta di consulto.
Buone cose.

Prof.ssa Anna Potenza
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Utente
Utente
Lavoro in ufficio presso un'azienda che offre servizi di richiesta certificati, visure e pratiche on-line.
Non ho parlato del lavoro perché riesco a concentrarmi.
Se invece cammino nel cortile o in qualsiasi altra attività, comincio a fare ipotesi, per esempio se inciampavo.
Percepisco di non godermi la vita.
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Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 5.1k 208
Gentile utente,
dato il lavoro tranquillo e sedentario che svolge, la sua impressione di doversi guardare da vari pericoli è destituita di fondamento. Le uniche "gravi conseguenze" che può paventare nella vita sono nel rischio di sprecarla nella paura o, come dice, di non godersela.
Parli col suo terapeuta chiedendogli di allenarla su situazioni che presentino un rischio crescente (ovviamente parlo di situazioni non letali) e di sottoporla a desensibilizzazione sistematica verso ciascuna di queste. Dovrà compilare lei stesso una graduatoria di queste situazioni.
Per spiegarmi le faccio un esempio.
Per lei ora è una minaccia:
1) camminare nel cortile di casa;
2) passare davanti ad un cancello da cui potrebbe uscire un'auto;
3) indossare abiti che potrebbero crearle attriti fastidiosi;
4) altro, che può presentarsi alla sua fantasia nei giorni.
Chieda al terapeuta di applicare durante la seduta il metodo dell'immaginare queste situazioni, assieme alla preoccupazione che lei ne ricava, e di sottoporla contemporaneamente ad un intenso training autogeno rilassante.
Nei giorni lei assocerà allo stimolo che oggi è ansiogeno un'impressione di rilassamento e benessere, fino alla guarigione.
Buone cose.

Prof.ssa Anna Potenza
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Utente
Ne ho parlato con il terapeuta e nell'ultimo appuntamento ha detto che sento di non avere le qualità, le capacità per gestire una situazione qualunque.
E se decido che non è vero che sono un ragazzo incapace, se decido di far uscire fuori chi sono veramente, inizierò a vedere dei cambiamenti.
Devo iniziare a fare un ragionamento: devo credere che questo mio atteggiamento di convinzione rispetto al fatto che non sono come gli altri è sbagliato. Essere diversi non vuol dire essere meno degli altri.
L'unico esercizio che posso fare è ignorare sistematicamente determinati pensieri

Sinceramente non capisco come questo ragionamento mi possa far cambiare, sono abbastanza scettico perché è un ragionamento che ho fatto tante volte, visto che le stesse cose me le ha dette anche mamma centinaia di volte, ma non ha prodotto i risultati attesi.
Se dovessi contare tutte le volte che ho guidato nonostante tutte le mie ansie ignorando i pensieri allora adesso avrei già risolto.
Sicuramente parlerò del mio scetticismo con il dottore.
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Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 5.1k 208
"Sinceramente non capisco come questo ragionamento mi possa far cambiare".
Non lo capisco nemmeno io, infatti le ho delineato le tappe di un metodo che può aiutarla.
Se il suo terapeuta non si sente di applicarlo, tragga le conseguenze idonee alla sua volontà di guarire, se esiste.
Non continui a girare intorno alla malattia, a coltivarla, a renderla cronica.
Buone cose.

Prof.ssa Anna Potenza
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