Meditazione come strumento terapeutico?

Buonasera, ho 24 anni e sei mesi fa il mio psicoterapeuta mi ha diagnosticato il Disturbo Borderline di Personalità. Ho passato giorni in cui la voglia di morire era così tanta che i miei polsi li ho torturati, cercando il coraggio di farla finita. Ho sentito il vuoto lacerante che mi teneva sveglia, notte dopo notte. Ho fatto sesso con così tanti ragazzi e ragazze da perdere il conto. Ho bevuto alcol come se non esistesse un domani, ho elemosinato effetto e negato amore al tempo stesso. Ho sofferto per piccole e insignificanti parole, mi sono odiata a morte, amata pochissimo. Sono stata anoressica e da 5 anni sguazzo nella bulimia. Vivo nel terrore aspettando le ricadute. Anche se queste non sono la parte più difficile, rialzarsi invece consuma energia da ogni cellula del corpo, prosciuga la forza mentale, e non sempre rende più forte. Ogni volta che mi rimbocco le maniche e mi do da fare per vincere la bulimia, ci devo mettere tutta me stessa, nonostante la consapevolezza che un giorno tornerò nel vortice e così per sempre. Le persone si svegliano la mattina con sfide difficili, ma abbastanza universali: studiare per lavorare, lavorare per vivere, crearsi una famiglia per dare un senso all’esistenza. La mia battaglia quotidiana sfiora l’assurdo e mi aliena da tutto ciò che mi renderebbe normale, comune: lavoro, studio e sto costruendo una relazione stabile e con ottime potenzialità, ma la mia attenzione è concentrata primariamente verso il cibo: ogni minuto è dedicato a questa lotta, rendermi meno visibile e meno appariscente, prosciugarmi per stare bene. È assurdo come la mia razionalità giudichi con tanto disprezzo ciò che faccio della mia vita. Nonostante ciò continuo imperterrita a crogiolare nel mio male alimentando la mia folle corsa verso la malattia. Un circolo vizioso innescato tempo fa dal quale uscirne sembra impossibile. E a metterci il carico da novanta c'è appunto il disturbo bordeline. La mia vita è un inferno e non so come uscirne. Con il mio psicoterapeuta abbiamo intrapreso un percorso che al momento non ritengo per niente efficace: la meditazione. Sono migliorata, ma non riesco proprio a pensare che possa essere stato per via della terapia. Mi chiedo quando possa essere utile meditare per chi come me ha questo tipo di disturbi. Vorrei sapere se sto facendo la cosa giusta o se dovrei parlarne con lui e decidere di cambiare metodo. Non riesco nemmeno a fare gli esercizi con costanza, a volte fingo di averli fatti. Non so cosa fare, ho paura di rovinare l'armonia che si è creata in terapia se gli dicessi che non mi fido del suo metodo.
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Dr.ssa Angela Pileci Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 19,6k 493 45
Gentile ragazza,

pur con i limiti di un consulto on line mi sento di escludere la meditazione quale strumento terapeutico per una problematica seria e invalidante quale la Sua.

Intanto sarebbe utile sapere quali sono gli obiettivi della terapia, come mai vi siete orientati verso la meditazione, con quali finalità.

Inoltre vorrei sapere quale tipo di orientamento segue questo psicoterapeuta, perché mi pare molto importante centrare il problema del disturbo della personalità, che è fatto di tanti sotto problemi molto gravi e di cui oggi la bulimia è quello più rilevante. Ma anche l'impulsività e la promiscuità sessuale, quindi è opportuno fissare degli obiettivi sensati nel piano di cura.

La meditazione non mi pare adeguata alla situazione che ci ha descritto.

Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica

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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Salve, ho letto il suo racconto trovandolo molto espressivo e ricco di sfumature emotive.
Parla di problemi esistenziali, del senso di alienazione, dell'essere conformi alle norme. Racconta in modo vivido il vuoto che possiamo vivere, la solitudine, l'angoscia e il dolore, che possono essere laceranti.

"Un circolo vizioso innescato tempo fa dal quale uscirne sembra impossibile", dice. Eppure nelle sue parole sento un potenziale importante legato alle sue riflessioni e alla sua passione.

Ad esempio quando dice: "Ho elemosinato affetto e negato amore al tempo stesso", fa un'affermazione che non è di poco conto.
Mi fa pensare che elemosinare affetto significa negarsi l'amore, perché l'amore è gratuito, ci viene dato senza che noi facciamo niente. E penso che questo abbia a che fare con gli intensi vissuti che ci ha raccontato.

Se non è se stessa, se deve fingere, non può essere autentica e finisce per essere aliena, come emblematicamente dice.

Mi riallaccio a questo a proposito della sua terapia e della meditazione. La sua testimonianza è importante perché ci ricorda che quello che sentiamo e pensiamo di noi stessi possiamo riviverlo anche nella relazione terapeutica. E mi sembra coerente quando afferma che non riesce "nemmeno a fare gli esercizi con costanza, a volte fingo di averli fatti".
Fingere per "paura di rovinare l'armonia"? è una domanda che contiene in sé una profonda riflessione, che merita la nostra attenzione.

La risposta che ci chiede l'ha data lei per prima. Elemosinare affetto, avere paura di essere se stessi, fingere, tutto questo significa negarsi l'amore. Lei insegna che con la compiacenza non c'è amore. Allora la provoco un po', e cioè potremmo chiederci: che armonia c'è se ha paura di essere se stessa?

Se non è convinta del metodo che sta utilizzando, penso giusto che lei possa riconoscerlo e condividerlo con il suo terapeuta, che deve accogliere la sua opinione, mostrandole che nel momento in cui lei è se stessa, è allora specialmente che si crea armonia.

Infine vorrei fare un'ultima annotazione. Il suo racconto ci mostra una cosa a cui tengo particolarmente. Nel mio lavoro non mi focalizzo sulla diagnosi e penso che la diagnosi rappresenti per la persona un peso che rischia di affliggerla e darle un carico ulteriore. Come mio personale consiglio, lasciamo da parte le diagnosi, concentriamoci su noi stessi e sulle nostre potenzialità più promettenti che lei, nonostante la sua sofferenza, ha in sé.

Un saluto,
Enrico de Sanctis

Dr. Enrico de Sanctis - Roma
Psicologo e Psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico
www.enricodesanctis.it

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dopo
Utente
Utente
Salve Dott.ssa Angela Pileti. Intanto vorrei ringraziarla per avermi dedicato qualche minuto. Il mio è uno psicologo psicoterapeuta cognitivo comportamentale. Ricordo che il giorno in cui mi propose la meditazione come mezzo terapeutico lo giustificò dicendomi che il mio caos si proiettava in lui tanto da confonderlo e da rendere la terapia disordinata e complessa. Attraverso la meditazione avrei accorciato la strada per la guarigione anche se più tortuosa e dolorosa. Mi sono fidata (non potevo fare altro). Io ho fiducia in lui ma i risultati non arrivano... Temo di rompere l'armonia perché lo vedo fomentato e ho la sensazione che non riesca a mettere da parte l'orgoglio ferito nel caso bocciassi la sua proposta. So che dovrei essere me stessa ma ho il terrore di perderlo.
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Dr.ssa Flavia Massaro Psicologo 12,5k 233 130
Cara Utente,

come le diceva il dr. De Sanctis la situazione è molto complessa e la sua sofferenza traspare chiaramente dalle sue parole.
Si tratta di una sofferenza che non può trovare una risposta per mezzo di strumenti e tecniche come quella della meditazione: questa può essere utile in altri casi, ma non curare un Disturbo di Personalità di una certo rilievo come quello che le è stato diagnosticato nè un comportamento alimentare disturbato come quello che riferisce.

Le suggerisco di conseguenza di ripensare al percorso che sta effettuando, che forse non è il più adatto, e di riorientarsi verso una psicoterapia psicodinamica/psicoanalitica, indubbiamente più indicata per il trattamento dei Disturbi di Personalità e del tipo di angoscia di morte che lei ben descrive.

Non è affatto impossibile uscirne e la sua "folle corsa verso la malattia" può essere fermata, ma solo con l'intervento giusto.

Le faccio tanti auguri,

Dr.ssa Flavia Massaro, psicologa a Milano e Mariano C.se
www.serviziodipsicologia.it

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dopo
Utente
Utente
Sale Dott. Enrico de Sanctis. Ringrazio anche lei per avermi risposto. È gratificante ricevere comprensione con poche righe scritte e ne sono sollevata. È vero, non sono me stessa, le mie relazioni sono contorte, piene ma insoddisfacenti. Lotto con me stessa da sempre e ancora non mi conosco o mi conosco nel modo sbagliato visto che provo un odio smisurato nei miei confronti. Perdere la solidità e l'armonia con il mio terapeuta è una paura che ho dalla prima seduta. So che è ingiustificata ma è una sensazione che non controllo. So anche che dovrei parlargli di questo problema. Forse nelle vostre risposte cercavo una spinta o un freno. So solo che è dura andare avanti così e lui è un mio punto di riferimento che non voglio perdere...ricevere la diagnosi è stato un sollievo anche se difficile da accettare e gestire ma mi ha permesso di capire cosa di me era sano e cosa no e soprattutto non mi ha fatta sentire più tanto sola...
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Attivo dal 2010 al 2016
Psicologo, Psicoterapeuta
Gentile Utente,
vorrei fornirle un punto di vista complementare a quello esposto finora dai colleghi. Mi riallaccio ad una domanda che le ha posto la dott.ssa Pileci nella sua prima replica: quali sono gli obiettivi della terapia?

Soprattutto se il terapeuta è ad orientamento cognitivo-comportamentale, condividere degli obiettivi è un passo fondamentale affinchè lei possa aver chiaro, nei momenti difficili, a cosa serve quello che state facendo, e perchè lo fate.

In alcuni protocolli cognitivo-comportamentali ben validati per il trattamento del Disturbo Borderline di Personalità, come ad esempio la Terapia Comportamentale Dialettica, uno degli obiettivi che si concordano inizialmente è quello di aumentare la capacità di regolare i propri stati mentali dolorosi. Che nel Disturbo Borderline sono spesso "così dolorosi" da essere per chi li sperimenta davvero laceranti, come ben ci descrive.

Alla base delle abilità necessarie per regolare il proprio stato emotivo, secondo tali protocolli, vi sono delle abilità di consapevolezza ed attenzione non giudicante, che alcuni autori chiamano "Mindfulness". E gli esercizi di meditazione sono "uno" dei modi per sviluppare tali abilità, come ad esempio la capacità di riconoscere, notare e discriminare gli stati emotivi.

Questo significa che "la meditazione NON E' terapia". Così come "allenare le gambe NON E' giocare a calcio". Ma "allenare le gambe" serve a sviluppare alcune abilità, come saltare più in alto o correre più velocemente, necessarie per giocare a calcio.

In altre parole, se inserita in una cornice più ampia e coerente, la meditazione, lungi dall'essere una "scorciatoia", è un percorso in salita, faticoso. Ma a volte i panorami più belli si vedono dai luoghi più alti.

Aggiungo: chiarire un'eventuale divergenza non solo può essere importante ai fini della terapia.

Può essere qualcosa di più: può aiutare lei ed il suo terapeuta ad esplorare "in sicurezza" cosa accade quando le sue aspettative vengono deluse, quando le cose prendono una piega che lei non condivide, quando si sente terrorizzata all'idea di esprimere i suoi bisogni ed il suo punto di vista perchè teme che questo distruggerà il vostro rapporto...
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Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 298 182
Che tipo di meditazione le è stata insegnata dal terapeuta, esattamente?

Se si trattasse di mindfulness, essa può avere valore come strumento pratico nel più ampio contesto di un intervento psicoterapeutico come il suo. Uno dei problemi fondamentali di chi soffre di disturbo borderline è l'estrema difficoltà nella regolazione delle emozioni, e la mindfulness insegna proprio a distanziarsi e a non identificarsi con le emozioni disturbanti. Cioè proprio quello che le servirebbe. E vale anche per il controllo degli impulsi riguardo all'alimentazione.

Il problema più evidente semmai sembra questo:

>>> Non riesco nemmeno a fare gli esercizi con costanza
>>>

Perché la meditazione risulti efficace, occorre costanza. Ma incostanza e difficoltà a mantenere concentrazione e motivazione fanno parte del suo disturbo (sempre se la diagnosi è quella, è chiaro). Quindi occorre uno sforzo molto grande da parte sua, se vuole che la psicoterapia abbia effetto. Spesso non si guarisce dai disturbi psichici solo parlando e ascoltando, purtroppo. Occorre fare delle cose in modo diverso.

In altre parole la mindfulness può essere uno strumento efficace, se applicata e praticata nel modo corretto.

Perciò se ha ottenuto dei miglioramenti pur essendo incostante, eseguendo gli esercizi con costanza potrebbe ottenere molto di più.

Che cosa non le fa credere che sia stata proprio la meditazione a farla migliorare?

Dr. Giuseppe Santonocito - Psicologo Psicoterapeuta
Specialista in psicoterapia breve strategica
www.giuseppesantonocito.it

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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Quando dice che "perdere la solidità e l'armonia con il mio terapeuta è una paura che ho dalla prima seduta", sta facendo un'affermazione molto preziosa.
Indica che la paura di perdere l'armonia con il suo terapeuta - potremmo forse dire la paura di essere abbandonata da lui se lei non è adeguata? - è una paura che lei vive dentro di sé e attribuisce alla realtà attuale di una relazione.

Altrettanto preziosa è la sua affermazione quando sostiene che questa paura "è ingiustificata ma è una sensazione che non controllo". Si rende cioè conto che mette nelle relazioni qualcosa che non è del tutto "giustificato" relativamente al contesto di quello specifico incontro. Come se cioè lei non è libera di essere se stessa, ma è condizionata dalla paura che vive dentro di sé.

Questo non vuol dire che il suo vissuto, per quanto non motivato nell'attualità, non abbia un senso per lei. Ce lo ha certamente, da qualche parte ha fatto esperienze che hanno sviluppato in lei i suoi stati d'animo. L'importante è prendersene cura e cambiarle.

Nel mio modo di lavorare questo complesso discorso è centrale e deve essere aperto, anche se la spaventa. La paura che sente è coerente nella sua situazione, ma attraversarla è l'unico modo per essere se stessa.

Un caro saluto,
Enrico de Sanctis
[#9]
dopo
Utente
Utente
Rispondo a tutti in un'unica volta per evitare di accavallare i discorsi. Ringrazio nuovamente chiunque abbia risposto! Gli esercizi di meditazione che faccio insieme a lui sono quelli che poi dovrei ripetere a casa: mi fa rilassare, mi fa concentrare le energie prima sulla pianta dei piedi e poi nei vari chakra. A volte sono seduta, a volte in piedi, a volte mi prende le mani a volte tocca la fronte o la testa o le tempie. Delle volte mi chiede di concentrarmi su alcuni concetti, o immagini, altre volte devo muovermi. Oggi ad esempio dovevo oscillare a destra e a sinistra con la musica in sottofondo mentre facevo i soliti esercizi di rilassamento e respirazione. Non so cosa dire, a scriverli mi viene anche un pò da ridere perchè tutto avrei pensato quando decisi di andare in terapia tranne che avrei cominciato un percorso del genere. Gli obiettivi della terapia? Riuscire a convivere con il mio disturbo, gestirmi, distaccarmi da tutto ciò che mi risucchia nei circoli viziosi ed eliminare la bulimia. Non credo che il mio miglioramento sia dovuto alla meditazione in sè, visto che appunto non riesco ad essere costante; questo gli e l'ho detto, gli ho anche provato a spiegare che mi è impossibile essere costante visto che i meccanismi della mia mente non mi permettono proprio di farlo. è come quando comincio un'abbuffata: mi basta assaggiare un pezzetto di qualcosa per decidere che ormai posso "sfondarmi". Il solito pensiero "o tutto o nulla" . Quindi per far si che io possa decidere di fare l'esercizio, la mia giornata deve essere stata impeccabile e ordinata...e non lo è quasi mai! Io credo che sia migliorata con le mie forze e con il suo sostegno, il sapere di avere un punto di riferimento che mi osserva distaccato e mi aiuta ad analizzarmi, a capirmi. Mi ha aiutata traslocare e staccarmi dalla famiglia, ma alla meditazione proprio non riesco a darle merito. Perchè non riesco a dirglielo? perchè il rapporto con lui è il più puro che io abbia mai vissuto: non vuole nulla da me, non mi giudica. La tenerezza, semplice tenerezza io non la ricevo, o magari la ricevo ma non riesco a darle credibilità nelle altre relazioni. Appagarlo (facendo meditazione) è qualcosa che io ritengo anche subdolo, come se volessi tenerlo a me a tutti i costi, andando anche contro il mio bene. Ma è più forte di me, sento che rischiare di perderlo è qualcosa che mi spaventa più di un percorso terapeutico più lento. Non so se sono riuscita a spiegarmi...sono convinta di quello che dico, ma mi pongo il problema nei momenti di disperazione, dove rischio di farmi del male e allora prevale questo altro tipo di paura e mi viene voglia di mandarlo a quel paese!...
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dopo
Utente
Utente
In che modo impostereste la terapia? Intendo proprio a livello pratico? Pensavo che parlare e analizzare mi potesse servire molto, ma mi ha solo permesso di capire cosa c'è che non va in me, magari attenuando qualche sintomo, ma sempre rimanendo senza controllo e succube dei miei pensieri e delle mie angosce. Chiedo scusa per l'insistenza, ma mi ha sorpresa quanto siate riusciti a cogliere il problema ed è prezioso il vostro parere (anche se mi sento in colpa per avervi rubato tutto questo tempo)
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
È interessante come emerga nel consulto una coerenza rispetto a un vissuto che sembra ripetersi in lei.
Quando ad esempio dice: "Appagarlo (facendo meditazione) è qualcosa che io ritengo anche subdolo, come se volessi tenerlo a me a tutti i costi, andando anche contro il mio bene. Ma è più forte di me, sento che rischiare di perderlo è qualcosa che mi spaventa più di un percorso terapeutico più lento", sembra non poter concepire che esprimere se stessa è il modo per unire e creare legami autentici, non per dividersi e perdere i legami.

Sullo stesso filo, la sua affermazione: "Mi sento in colpa per avervi rubato tutto questo tempo", come se esserci, raccontare i suoi vissuti, significa rubare tempo. Noi siamo qui per scelta e lei ha tutto il diritto di occupare lo spazio del suo consulto.

Il consulto ha senz'altro il limite di non potere approfondire tutto questo nel modo dovuto, ma delle suggestioni possono essere comunque importanti per lei per orientarsi. E a noi fa piacere poterle dare una mano nei limiti del possibile.

Quanto alla sua domanda sull'impostazione della terapia lascio ai miei colleghi competenti nell'orientamento cognitivo-comportamentale le argomentazioni in merito.

Quello che mi sento di dire è che non posso non immaginare che lei non ci sia rimasta male quando il suo terapeuta le ha proposto "la meditazione come mezzo terapeutico" e "lo giustificò dicendomi che il mio caos si proiettava in lui tanto da confonderlo e da rendere la terapia disordinata e complessa".
Se così fosse, anche di questo ritengo giusto poter parlare, soprattutto tenendo conto che lei mi sembra preoccuparsi per gli altri e tende ad assumersi la colpa su di sé, come è successo anche qui. È perciò importante che lei non pensi di essere la causa del disordine della terapia. Ci tengo a dirglielo perché non vorrei ci fosse un fraintendimento del genere, e dal mio punto di vista penso che nel caso aprire questo discorso in terapia sia indispensabile.

Dal canto mio, avendo un orientamento teorico psicoanalitico, posso dirle che le implicazioni relazionali che lei ci mostra sono la parte centrale della terapia. Non devono essere nascoste, devono emergere. Nel mio orientamento è un bene che lei le stia vivendo, con tutto il carico emotivo che esse comportano. Anche se possono essere faticose da vivere, sono la via per il cambiamento. Solo così si può fare una nuova esperienza relazionale a partire da quella con il terapeuta.
Invece un'analisi teorica delle cause, come lei testimonia, rischia di rappresentare un riduzionismo un po' scolastico e razionale che, da solo, serve a poco per cambiare se stessi.
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dopo
Utente
Utente
Dr. De sanctis..Questa coerenza di cui parli all'inizio (ti do del tu perché mi hai conquistata) non l'avevo mai colta, cioè non riesco ancora ad avere la chiarezza su come funziono. Anche se non dovrebbe risultare interessante, ma normale. Credo (da ignorante) che il rapporto tra terapeuta e paziente dovrebbe essere usato come materiale, come specchio, come prototipo, per capire in che modo una persona si relaziona e vive la relazione. E su questo non abbiamo mai lavorato. L'ho messo alla prova, l'ho stremato credo. Un periodo l'ho tartassato di messaggi/monologhi ma lui non si è mai smosso più di tanto. Vorrei esprimermi, farmi capire, ma si parla solo di quanto ho vomitato o digiunato, se ho meditato, quanto ho dormito. Non sento la profondità anche se riesce comunque ad essermi di aiuto. Non mi immagino nessun altro al posto suo (più che altro sarebbe tragica ricominciare da capo) e ho bisogno che vada bene. Per quanto riguarda la sua motivazione sulla scelta della meditazione, beh, più che male mi sono sentita scartata, come se non volesse guardarmi dentro davvero, con entusiasmo, per trovare insieme la soluzione. L'ho vista più come una scelta basata sull'orgoglio di sperimentare questo metodo consono a lui ma di certo non a me. Sto parlando male di lui, ora si che mi sento incoerente (e un po traditrice) . comunque ti ringrazio ancora una volta per i tuoi consigli. Credo che presto riuscirò a trovare la forza di cambiare le cose e di affrontare questi argomenti anche con lui. Un saluto!
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Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 298 182
>>> mi fa concentrare le energie prima sulla pianta dei piedi e poi nei vari chakra. A volte sono seduta, a volte in piedi, a volte mi prende le mani a volte tocca la fronte o la testa o le tempie. Delle volte mi chiede di concentrarmi su alcuni concetti, o immagini, altre volte devo muovermi. Oggi ad esempio dovevo oscillare a destra e a sinistra con la musica in sottofondo mentre facevo i soliti esercizi di rilassamento e respirazione
>>>

Ok, allora forse vale la pena fare un passo indietro.

La descrizione che ha fatto non è riconducibile ad alcuna forma di meditazione scientificamente validata. Sembrerebbe piuttosto un blando - e, me lo lasci dire, maldestro - tentativo di induzione ipnotica. Che però non sembra avere alcun obiettivo di utilizzazione preciso, sembra non portare da nessuna parte.

In particolare il riferimento a "energie" e a "chakra", se non fosse che stiamo parlando di un collega (a proposito, ne ha verificato l' appartenenza all'Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti?), sarebbe da annoverare nella categoria "ciarlatanismo". A meno che il terapeuta in questione sappia di starle insegnando qualcosa che di scientifico ha poco o nulla, ma lo stia facendo a ragion veduta, con un fine preciso. Il che sarebbe da verificare. Purtroppo ci sono alcuni terapeuti che si definiscono cognitivo-comportamentali e fanno un po' di tutto. Questo non per screditare la TCC, assolutamente, ma per dirle che occorre informarsi e capire a quale "TCC" ci si sta affidando.

La mindfulness, di cui le stavamo parlando, consiste fondamentalmente di una tecnica ben precisa e circoscritta, che non prevede concentrazioni su entità immateriali o eteriche, musica in sottofondo e dondolii vari.

In sintesi, alla luce di quanto ci ha descritto, la inviterei a rivalutare per intero il percorso di terapia a cui si è sottoposta, specie se i risultati tardano ad arrivare. Magari con l'aiuto di un secondo parere, cioè rivolgendosi a un secondo terapeuta e sentendo magari anche l'Ordine degli Psicologi della sua regione.

>>> Non sento la profondità
>>>

Riguardo invece al discorso profondità, di cui sentirebbe la mancanza in terapia, bisogna tener conto che uno dei problemi delle persone borderline è che sentono le emozioni in maniera troppo intensa. Sono abituate ai gusti forti, non si accontentano delle mezze tinte, a differenza delle persone cosiddette normali, che invece possono essere più disturbate dagli eccessi.

In altre parole è possibile che una delle cose che lei dovrebbe imparare è proprio rinunciare al suo bisogno estremo di profondità e intensità e riabituarsi a toni più smorzati. Senza eliminare del tutto la capacità di arrivare a fondo scala, per così dire, ma acquisendo un maggior controllo e oserei dire un maggior gusto per le gradazioni emotive. Come in un orchestra la musica è fatta di suoni che variano continuamente di intensità, allo stesso modo la vita emotiva normale è composta da emozioni di differente gradazione e qualità. Stare sempre sugli estremi e contemporaneamente restare in equilibrio, è difficile.
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dopo
Utente
Utente
Dr. Santonocito la ringrazio per la risposta che, tra l'altro, mi ha fatta anche un po rabbrividire. Fino ad ora ero stata sempre io a metterlo in dubbio, ma le sue parole mi hanno fatto crollare per un attimo l'immagine che mi ero creata di lui e mi sono sentita un po presa per i fondelli (da lui ovviamente). Spero che qualunque sia la verità almeno agisca in buona fede, o da ignorante. Non so davvero più cosa pensare. Mi riesce facile provocare, magari comincerò lanciandogli qualche frecciatina sperando di trovare il coraggio di affrontare il tutto. È assurdo come mi risulti invece difficile difendermi. Non dovrei farmi scrupoli trattandosi della mia salute...e se lui se la ridesse mentre io oscillo a destra e a sinistra come una cretina? Aaaah mi ha messa in crisi con le sue affermazioni! Comunque..agirò..in un modo o nell'altro!
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Sono contento se questo consulto possa rappresentare un confronto e consentire alcune riflessioni legate al vostro rapporto terapeutico, che riguarda voi due personalmente, e per questo è molto delicato parlarne ed entrarne nel merito.

È importante, in particolar modo quando si utilizzano tecniche e diagnosi, che siano pensate per il paziente, non per il terapeuta, e questa affermazione: "Per quanto riguarda la sua motivazione sulla scelta della meditazione, beh, più che male mi sono sentita scartata, come se non volesse guardarmi dentro davvero, con entusiasmo, per trovare insieme la soluzione. L'ho vista più come una scelta basata sull'orgoglio di sperimentare questo metodo consono a lui ma di certo non a me", esprime vissuti importanti e merita la massima attenzione. È un'affermazione che mette in luce la necessaria distinzione tra paziente e terapeuta, tra me e l'altro. Come terapeuta, devo essere consapevole di me e di quello che sento e che faccio nei confronti del paziente, e se lo faccio per me sarei fuori strada.

Darsi del tu veicola un senso, a volte può essere vicinanza, altre volte gratitudine ad esempio. La cosa più importante, dal mio punto di vista, è capire i nostri bisogni e come si esprimono con gli altri. Certo se darmi del tu fosse anche quel suo bisogno di "appagare" me, come il suo terapeuta, per certi versi le farei un torto a ricambiarlo, per tutto quello che dicevamo sulla mancata libertà di essere se stessa, che con il mio "tu" correrei il rischio di confermare.
Purtroppo è difficile approfondire tutto questo in questa sede, ma sono sicuro che piano piano riuscirà ad affrontarlo in terapia e a farsi un'idea del percorso che vuole continuare.

Allora un sincero grazie per il nostro scambio e un caro augurio,
Enrico de Sanctis
[#16]
dopo
Utente
Utente
Grazie a te! E a chiunque mi abbia risposto! è stato utile, stimolante e confortante aver parlato con voi...Un saluto a tutti!

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