come gestire la crisi di anoressia di mia figlia in ospedale

Buongiorno, mia figlia è caduta nell anoressia verso novembre, e in soli 2 mesi ha perso 15 kg, partiva da un peso di 65 kg per 175 cm di altezza.
La situazione è andata peggiorando velocemente, nonostante sia stata presa in cura dal CDCA della nostra zona.
La pediatra del centro ha deciso per il ricovero in pediatria, in quanto era bradicardica grave, 38-40 battiti, con sondino naso gastrico per la nutrizione.
Nel frattempo lo psichiatra ha deciso di prescrivere Alprazolm 5 gocce e poi Sertralina gradualmente mezza primi 5 giorni e intera poi.
Dopo la prima settimana ha iniziato a graffiarsi molto le braccia.
Dopo 22 gg è stata dimessa, ma oggi solo dopo 5 giorni a casa è stata ricoverata nuovamente.
Ho dovuto far venire ambulanza, era fuori di sè, voleva farla finita, voleva morire, è stanca di soffrire.
Adesso in ospedale è a letto
apatica, non mangia più, non parla ed è tristissima.
Hanno deciso di sospendere la sertralina per fortuna, perchè ha peggiorato moltissimo la situazione.
Io non so più che fare, ha fatto solo una seduta con la psicologa del centro quando eravamo uscite, adesso ancora in ospedale, non viene a parlarle uno psicologo o uno psichiatra nessuno.

Non so più che fare siamo disperati, forse una struttura privata era meglio?
Aiutatemi vi prego
Dr. Benedetto Vivona Psicologo 55 5
Gentile,

dalle sue parole si percepiscono tutta la paura e la stanchezza che state vivendo come genitori, ed è comprensibile sentirsi così quando una figlia attraversa una fase così grave e improvvisa.

Quello che descrive il rapido calo di peso, la bradicardia, la necessità del sondino e il ricovero indica che sua figlia si trova in una fase acuta della malattia. In queste situazioni la priorità dei medici è prima di tutto la stabilizzazione fisica, perché l’organismo, quando è molto debilitato, può influenzare profondamente anche lo stato emotivo e mentale della persona.

È frequente che, in questa fase, i ragazzi appaiano molto spenti, arrabbiati o disperati e possano dire frasi molto dure sulla vita o sulla morte: sono spesso espressioni della sofferenza intensa che stanno vivendo più che di un reale desiderio di morire. Questo naturalmente non rende la situazione meno dolorosa per chi sta accanto.

Capisco anche il suo senso di smarrimento nel vedere che gli incontri psicologici sembrano ancora pochi. Nei disturbi dell’alimentazione, soprattutto quando c’è un ricovero ospedaliero, il lavoro avviene spesso attraverso un’équipe (pediatri, psichiatri, psicologi, nutrizionisti) e non sempre i tempi degli interventi psicologici coincidono con quelli che un genitore si aspetterebbe.

Il fatto che sua figlia sia seguita da un Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare e che, nei momenti più critici, sia stata ricoverata, indica comunque che la situazione è presa in carico e monitorata. Nei casi più severi, purtroppo, il percorso può essere lungo e fatto anche di momenti di ricaduta o di apparente peggioramento.

Più che cambiare immediatamente struttura, potrebbe essere utile chiedere un colloquio con l’équipe curante per avere un quadro chiaro del progetto terapeutico: quali sono gli obiettivi della fase attuale, quali interventi psicologici sono previsti e come voi genitori potete essere coinvolti nel percorso.

In situazioni come questa anche i genitori hanno bisogno di essere accompagnati e sostenuti, perché il carico emotivo è molto grande. Non esiti quindi a chiedere uno spazio di confronto con i professionisti che stanno seguendo sua figlia.

Un caro saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183

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