Rinuncia alla psicoterapia in corso,nel sospetto sia inutile senza accettare psicofarmaci

Buonasera, ho 68 anni, sono in pensione e vivo da sola dopo l'allontanamento improvviso di mia figlia per andare a viverre col fidanzato, da suo padre gia' mi ero separata.
Ho avuto problemi di profonda tristezza, senso di vuoto, di irrilevanza e di inutilita', ora complicati da intensi, parossistici stati di ansia.
Presso il CSM, in precedenza, ho ottenuto dei colloqui psicologici per un po', ma, visto l'aggravarsi dei sintomi depressivi, ad un certo punto sono stata indirizzata anche alla terapia con famaci, che pero' ho rifiutato, con la conseguenza di dover abbandonare anche la psicoterapia.
Allora ne ho avviata per conto mio un'altra privatamente.
Ma anche questa nuova terapeuta scelta, dopo circa sette mesi, ha concordato con la prima sugli psicofarmaci, visto che nel mentre e' comparsa anche l'eccessiva ansia, ma lasciando a me la decisione di ricorrervi o meno .
Di ogni cosa, con lei, l'orientamento sembra dover scaturire soltanto da me, certo: e' il paziente che deve maturare da se' la sua stessa guarigione. ma mi aspettavo maggiore sostegno, e il suggerimento di un qualche metodo che mi aiutasser a lavorare su di me, invece il piu' delle volte mi sento lasciata a me stessa, quale e' allora il ruolo dello psicoterapeuta?
Visto gli scarsi progressi, ho cercato di chiarire se i famaci nel mio caso fossero assolutamente necessari e se la terapia fosse valida cosi' com'e', tale da doverla proseguire, nonostante apparente stallo. o se fosse da abbandonare.
La dottoressa di rimando mi ha imposto di decidere io entro lunedi .
L'avevo pero'informata che qualche giorno fa, non riuscendo piu' a tollerare gli stati di ansia ossessiva, mi ero rassegnata a riprendere appuntamento con la psichiatra del CSM, senza capire se questo implicasse un nuovo contatto anche con la psicologa di prima.
Ma e' con quella di ora - forse anche grazie al maggior spazio disponibile- che mi pare di aver rivelato di piu' di me, e di aver raggiunto come un nodo importante della terapia, nonostante le incomprensioni. e la mia probabile resistenza al cambiamento.
Inoltre degli psicofarmaci continuo ad averer grande timore, anche a causa di seri problemi di salute fisica.
L'incapacita' di scelta e' un altro mio problema: potrei tenermi, con le sue imperfezioni, la psicoterapia di adesso, con o senza il supporto della psichiatria del DSM; oppure rinunciarvi per avviarne ancora una nuova altrove, oppure affidarmi ad entrambe quelle offerte dal solo DSM.
Ora paradossalmente la terapia stessa e' diventata un problema, non so come uscirne.
Grazie, Cordiali Saluti
Dr.ssa Serena Vitale Psicologo, Sessuologo 22
Gentile utente,
Intanto la ringrazio per aver condiviso degli elementi così sensibili, non deve essere stato semplice, ma ha dimostrato anche una buona consapevolezza della situazione.
Quello che descrive è una sorta di perdita di fiducia nei confronti del ruolo dello psicoterapeuta, ed un timore forse mai placato a dovere rispetto ad alcuni farmaci.
Lavori come quello dello psichiatra e quello dello psicoterapeuta in primo luogo sono sempre parte di un processo educativo ed informativo verso il paziente, ed anche di rassicurazione rispetto a tematiche delicate per persone che non sono del settore. Non so se nel suo caso la cosa sia stata fatta bene o non bene, non mi permetto di giudicare quello che non so, ma in linea generale le dico che per prassi questo aspetto non dovrebbe mai mancare.

Potrebbe anche essere che i medici e i terapeuti che l’hanno seguita l’abbiano ben informata ma non nel modo in cui serviva a lei, perché va sempre ricordato che in questo tipo di prestazione sanitaria, è sicuramente importante la preparazione dei professionisti, ma ciò che forse conta ancor di più è il tipo di rapporto che si instaura tra paziente e professionista.

Quello che mi sento di dirle è che se i suoi sintomi sono fastidiosi e le rendono la vita quotidiana difficile, è consigliabile assumere psicofarmaci per il semplice fatto che sono gli stessi psicofarmaci che placando un pochino i sintomi riescono non solo a farla vivere un po’ meglio, ma anche a far attecchire meglio il lavoro dello psicoterapeuta.
Infatti può capitare che, se i sintomi sono troppo fastidiosi, la psicoterapia possa avere difficoltà a farsi strada nella mente del paziente.

Mi sento di confortarla riguardo agli psicofarmaci perché sono farmaci come altri. Tenga presente che il cervello, anche se per molto tempo è stato interpretato come qualcosa di misterioso, in realtà è un organo come gli altri, quindi è giusto che se soffre vada curato, o aiutato come nel suo caso, con dei farmaci, come si farebbe con un fegato, un cuore, eccetera.

Gli effetti collaterali di questi farmaci solitamente sono molto rari e blandi, quindi se i medici una volta informati del suo quadro clinico e delle sue patologie fisiche, nonchè dei farmaci che magari già assume, comunque decidono di prescriverle taluni farmaci, vuol dire che può stare tranquilla.

Questo tipo di farmaci solitamente hanno un tipo di funzionamento basato semplicemente su elementi come la serotonina, che è chiamato gergalmente anche ormone della felicità, e che non hanno niente a che vedere con altre sfere e altri ambiti della salute fisica.

Inoltre c’è una falsa diceria tra la popolazione che questi farmaci cambino le persone; non è affatto vero. Magari a cambiare le persone possono essere le problematiche, le faccio un esempio: dopo un forte dispiacere una persona può trovarsi ad avere a che fare con uno stato depressivo, e magari prima di quel momento era una persona più solare. È quindi lo stato depressivo che, se vogliamo, cambia la persona, ma la medicina cerca semplicemente di lenire quel sintomo.
Non deve aver paura di queste false teorie perché questi medicinali sono semplicemente farmaci che aiutano con i sintomi ma non cambiano la personalità.

Un’ultima considerazione sul suo dubbio riguardo alla psicoterapia e a come comportarsi: cerchi di capire se questi terapeuti a livello personale la fanno sentire a proprio agio, se banalmente ci si trova bene, perché nel rapporto con lo psicologo o psicoterapeuta, questo è un elemento importantissimo.
Se si trova bene può pensare di continuare, ma se non si sente totalmente a suo agio può pensare di cambiare professionista.
Intanto le consiglio comunque di proseguire il suo percorso per ritrovare una quotidianità più piacevole e venir fuori da certi malesseri.

Mi auguro di esserle stata d’aiuto, un caro saluto.

Riscontro orientativo, non diagnostico
Dott.ssa Serena Vitale
Psicologa Clinica e della Salute, Sessuologa
https://serenavitalepsicologa.it

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Utente
La ringrazio per la pronta e chiara risposta,ma non posso condividere le sue argomentazioni,che corrispondo ad uno standard a me gia' noto: psicofarmaci e cervello non sono equiparabili agli altri farmaci e organi.Il cervello e' ben altra cosa, perche' oltre a presiedere al sistema nervoso ,e' proprio il luogo in cui e' continuamente in corso l'attivita' mentale, che e' manifestazione della persona ,quindi agire su di esso necessariamente significa interferire in qualche misura anche su quella ,e non solo,ma anche sul resto dell'organismo per la parte neurologica,per cui bisogna misurarsi attentamente sugli effetti secondari che scatenano, in modo anche molto particolareggiato.Conosco persone che ne risentono significativamente e per le quali si e' manifestato il fenomeno vizioso e rincrescioso della dipendenza,mentre, se e' vero che ci sono altri medicinali che si prendono a vita,lo sono solo in quanto sostitutivi di funzioni in eccesso o in difetto.Quello presceltomi dalla psichiatra in prima istanza ,ad esempio,espone a rischi seri a livello intestinale e visivo,proprio dove adesso ho significative patologie,Cambiano la personalita' nel senso che la rallentano,ottundono, controllano nelle disfunzioni indesiderate ad una logica sociale aggressiva, mirante all'efficienza e al profitto.I farmaci al posto dei bisogni ,di relazioni impegnative e profonde ,emotivamente appaganti! Riguardo alla psicoterapeuta di adesso , non si tratta di "non sentirmi a mio agio",ma cosa si intende con questa espressione veramente?Forse vale per coloro i quali la terapia consiste in uno sforzo anche solo per farli aprire ,io non desidero altro che raccontarmi. C'e' solo che forse non ho ricevuto dalla mia terapeuta quei feed-back conformi alle mie attese,ma proprio la rigidita' nelle aspettative e il sabotaggio del mio stesso benessere sono le problematiche gia' emerse a mio riguardo durante la psicoterapia.Forse la responsabilita' e'mia, anche se ogni relazione umana,compresa quella terapeutica, la implica da entrambe le parti.Io volevo risposte sull'efficacia della terapia anche se senza psicofarmaci ,perche' in tal caso avrei avuto la percezione di andare avanti oziosamente e senza profitto.Certo non mi aspettavo questo aut-aut.Ho cambiato terapeuta gia' diverse volte , con quest'ultima ho l'impressione che cmq sia compromesso quel terreno su cui funziona l'allenza terapeutica,per cui dovro' rinunciarvi ancora una volta. Alla fine ,se manterro' pure la ripulsa agli psicofarmaci, mi trovero' del tutto senza risorse....Come rimediare?.Grazie comunque del tono gentile ed attento.Saluti cordiali
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Dr.ssa Serena Vitale Psicologo, Sessuologo 22
Gentile utente,
Capisco le sue argomentazioni riguardo gli psicofarmaci e non la giudico.

Posso dirle però che, dal momento che lei diceva che gli psicofarmaci vengono dati in sostituzione di una vita appagante, non sarebbe sicuramente da escludere che alimentare la sua vita con attività che le piacciono, relazioni piacevoli, o dedicando più tempo ad ambiti della sua vita che per lei sono importanti, sicuramente sarebbe ottimo visto che comunque un’attività piacevole va normalmente a stimolare la produzione di ormoni che ci fanno stare meglio, come farebbe anche un medicinale, quindi sotto questo punto di vista potrebbe tentare questa via.

Il problema è che a volte i medicinali si prescrivono perché se si sta poco bene è difficile fare le determinate cose di cui sopra. Questo non significa che sia questo il suo caso.

Quanto al sentirsi a disagio con la sua terapeuta, la mia era solo un’ipotesi che forse ho espresso in modo diverso, ma intendevo dire esattamente quello che ha scritto lei, ovvero che non c’è il feedback che sperava.
In tal caso le dico di non perdere la speranza nei confronti della psicoterapia, perché è importante trovare una persona giusta per noi.

Un’ultima cosa che mi sento di scriverle è che i farmaci, se danno fastidio, vanno cambiati, ed una buona cura psicofarmacologica non dà sintomi come ottundimento, sonnolenza eccessiva, eccetera; e che soprattutto una cura farmacologica non è solo effetti indesiderati, ma è anche sentirsi meglio.

Le auguro una buona serata.

Riscontro orientativo, non diagnostico
Dott.ssa Serena Vitale
Psicologa Clinica e della Salute, Sessuologa
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La ringrazio sentitamente,mi rincuora l'idea che i farmaci possano pure far sentire bene,ha ragione.Riguardo alle attivita',ne ho cercate e praticate,ma no ne ho trovate di coinvolgenti dal profondo,oppure in realta' non me le concedo per quella sorta di autosabotaggio.Trattasi forse solo di inerzia,l'altro mio male, infatti quando capita che quelle per le quali mi sono impegnata siano da me qualche volta inevase, subito mi sento caricata da un senso di inefficienza.Non possiamo fare della psicoterapia qui, si tratta di mantenere gusto ed interesse alla vita ,che a me stanno cominciando a mancare.Ancora mi sto arrovellando se continuare con l'ultima terapeuta ,perche' temo che finira' per non andare bene nessuna Grazie ancora,Buonasera
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Dr.ssa Serena Vitale Psicologo, Sessuologo 22
Gentile utente,
Mi fa piacere averla rincuorata un po’, immagino quanto a volte possa essere difficile trovare quella spinta che lei sta dicendo che non riesce più a trovare.

Mi sento di dirle di non perdere la speranza e non buttarsi giù, probabilmente il fatto che sua figlia non sia più in casa con lei l’ha fatta sentire un po’ meno motivata, ma questo può diventare anche un trampolino per riprendersi in mano la sua vita riscoprendo cose che magari aveva accantonato e che ora ha tempo per rivivere.

Cerchi di proseguire con la sua terapeuta, se le va, e tenga sempre presente che è normale cambiare medicine se non vanno bene, cambiare medico se non ci troviamo bene, ed anche cambiare terapeuta se non abbiamo un feeling soddisfacente con esso.

Non è affatto tutto perduto, anzi può provare ancora tanti metodi per sentirsi meglio.

Un cordiale saluto.

Riscontro orientativo, non diagnostico
Dott.ssa Serena Vitale
Psicologa Clinica e della Salute, Sessuologa
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