Come ritrovare serenità dopo una storia familiare di disturbi mentali?

Gentili dottori,

Il titolo del consulto forse è troppo diretto.
Ho scritto ampiamente della mia diagnosi e dei trattamenti farmacologici che assumo.
Il fatto è che sto vivendo male, con rabbia soprattutto, una scoperta relativa alla mia storia familiare.
La mia psicoterapeuta mi aveva già fatto riflettere su degli aspetti: i miei disturbi sono dovuti anche all'ambiente familiare.
Abbiamo svolto delle sedute in famiglia e una volta in seguito, ad una seduta in privato con la terapeuta lei mi disse che io porto ufficialmente il nome del disturbo, ma che è un problema di famiglia.
Non diagnosticato nei miei familiari e parenti praticamente.
Io non ho dato peso alla cosa, forse non volevo accettarlo.
Ma parlando un giorno con mio zio ad un certo punto mi ha detto con naturalezza che siamo tutti ossessivo compulsivi in famiglia (parlo dalla parte di mia mamma).
Ora, per fare ordine: mio nonno era bipolare (diagnosticato negli anni settanta/ottanta.
Tanto tempo fa.
Morto dieci anni fa.) e non si è mai curato perché i pazzi erano gli altri.
E se si provava a convincerlo che stava male urlava e insultava tutti.
Certe scenate le ho viste anche io da piccolo.
Lo posso assicurare.
Ma non sapevo tutto ciò ovviamente ero piccolo e non mi si parlava di questi problemi.
Pare fosse anche narcisista ma questo non lo so con certezza.
Quindi ambiente familiare ansiogeno, represso, rabbioso e rancoroso.
Io ho sempre voluto bene a nonno.
E a quanto pare ciò che ho visto (le scenate intendo) è una minuscola parte.
Non posso immaginare cosa si sia vissuto per anni a casa di mia madre, il clima di tensione e tutto.
Ma provo rabbia verso i miei e vi spiego il perché: da piccolo non potevo rendermi conto dei miei problemi, è ovvio.
Manca quella autoconsapevolezza e riflessione che ti porta a dire: ho un problema.
Per loro ero un bel bambino, carino, educato, senza nessun problema.
Le persone a volte dicevano invece che ero bizzarro, atipico ma per i miei era tutto apposto.
Erano altri bambini a dover andare dallo psicologo non certo io.
Secondo loro.
Sta di fatto che arriva la diagnosi a 25 anni (ora ne ho 29).
E io mi chiedo: i miei erano ciechi a certi miei comportamenti definiti da altri bizzarri e atipici?
Non volevano accettare che stavo male?
Bisognava mantenere l'immagine di un figlio educato e perfetto???
Al liceo soffrivo e non avevo soddisfacenti rapporti sociali.
Quando morì nonno somatizzavo il dolore.
Avevo delle fitte lancinanti, orribili.
E tutti dicevano che non era niente.
Che facevo scena.
Che prima o poi sarebbero passate.
Provo rabbia e rancore verso questo passato, forse anche verso i miei che non mi hanno fatto curare prima.
E magari mi sarei risparmiato enormi problemi.
Forse sono ingiusto ed egoista.
Ma a me pare che nella mia famiglia si sia sofferto tanto e ho preso il carico di questa sofferenza.
Non so se ho reso idea di quello che sto provando.
Come posso ritrovare serenità?
Grazie.
Dr. Benedetto Vivona Psicologo 92 8
Gentile,

quello che porta è un passaggio molto importante del suo percorso: non riguarda solo i sintomi, ma il significato che stanno assumendo alla luce della sua storia. E quello che emerge, con molta chiarezza, è un sentimento di rabbia che ha delle radici profonde e comprensibili.

Quando una persona inizia a rileggere la propria storia familiare con uno sguardo più consapevole, può accadere proprio questo: ciò che prima era normale o non nominabile, prende forma, si organizza e diventa anche doloroso. La sensazione di essere stato, in qualche modo, non visto fino in fondo, o non riconosciuto nella propria sofferenza, è qualcosa che spesso genera rabbia e anche un senso di ingiustizia.

Il punto però non è stabilire se lei sia ingiusto o egoista . La sua reazione ha un senso dentro la sua esperienza. Un bambino che cresce in un ambiente teso, poco capace di leggere e nominare il disagio, difficilmente può essere aiutato in modo adeguato, non necessariamente per mancanza di affetto, ma per limiti reali del contesto in cui vive.

Da quello che racconta, sembra esserci stata una storia familiare in cui alcune difficoltà psicologiche non sono state riconosciute o affrontate apertamente. In questi contesti, è frequente che certi segnali vengano minimizzati o normalizzati, perché non ci sono gli strumenti per leggerli diversamente. Questo non cancella le conseguenze che lei ha vissuto, ma può aiutare a dare una cornice più ampia a ciò che è accaduto.

La rabbia che sente oggi può essere letta anche come un movimento evolutivo: sta mettendo a fuoco qualcosa che prima non era chiaro. Il rischio, però, è che resti bloccata in una posizione di accusa che, nel tempo, continua a tenerla legata a quel passato senza permetterle davvero di elaborarlo.

Ritrovare serenità non significa negare ciò che è stato o assolvere automaticamente i suoi genitori, ma riuscire gradualmente a integrare questa consapevolezza nella sua storia. Significa riconoscere che sì, alcune cose potevano essere viste prima, ma anche che lei oggi ha strumenti, possibilità e uno spazio terapeutico che allora non c’erano.

Può essere utile portare proprio questa rabbia nel lavoro con la sua psicoterapeuta, senza filtri. Non per eliminarla subito, ma per comprenderla meglio: a chi è rivolta, cosa le dice, cosa rappresenta per lei oggi. Spesso, dietro la rabbia, ci sono anche bisogni non riconosciuti e parti di sé che chiedono finalmente spazio.

Il fatto che lei si stia ponendo queste domande indica già un movimento verso una maggiore integrazione e consapevolezza.

Cordialmente

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183

Segnala un abuso allo Staff
Risposta utile
Utente
Utente
La ringrazio di cuore per la risposta. Dal 2020 probabilmente sto vivendo, sotto certi aspetti, gli anni peggiori della mia vita. Non mancano le piccole soddisfazioni, le piccole gioie. Ma sento un peso che mi opprime. Sapere di essere "diverso", con un problema psichico e che tutta la storia familiare è influenzata da questo, fa soffrire. E la vita di tutti i giorni non agevola sicuramente, perché cattiverie, maldicenze e litigi sono dietro l'angolo. Ora non voglio dire che tutto è male e che io sono l'unico buono, ma mi sento solo, non ben compreso in terapia, in famiglia, tra gli amici e conoscenti, nei più vari contesti. Riesce a comprendere la mia profonda difficoltà e sfida quotidiana che devo affrontare?
Segnala un abuso allo Staff

Consulti su problemi relazionali