è sbagliato fare un regalo di addio al/alla psicoterapeuta?
Gentilissimi,
Dopo 4 anni di terapia io e il mio terapeuta avevamo concordato che quello di oggi fosse l'incontro conclusivo.
Non gli ho mai fatto regali, non ne ho mai sentito il bisogno.
Ho rispettato i confini terapeutici, o almeno ho cercato di farlo il più possibile.
Non mi sono mai permess* di mandare messaggi al di fuori delle sedute, se non solo in un paio di momenti di forte crisi personale.
Se mi guardo indietro, l'unico grosso screzio che abbiamo avuto, l'unica volta in cui ho cercato di oltrepassare i confini, è stato quando ho intuito che potesse avere vissuti personali di infertilità, forse un pochino comuni ai miei.
Ma la mia era solo necessità di sapere se il mio dolore fosse davvero compreso per esperienza vissuta, non per compassione ipocrita e "pelosa".
A parte quell'unico episodio, nel complesso ritengo di essere stat* un* paziente rispettos* dei confini, e il setting è rimasto molto rigido fino alla fine.
Rigoroso "lei", niente messaggi fuori dalle sedute (se non nei casi menzionati sopra), solo una breve stretta di mano alla fine di ogni seduta.
Vengo al punto.
Oggi essendo l'ultimo incontro, ho pensato che gli avrebbe fatto piacere ricevere un piccolo regalo di chiusura.
Volevo ringraziarlo di ciò che ha fatto per me, e forse rendermi il distacco un po' meno difficile.
Un pensiero simbolico, senza nessun valore economico.
In pratica. . .
Da parecchi anni ho l'hobby del kintsugi.
Quando si rompe un piattino o una ciotolina in casa, se posso riparo con la resina dorata e ne faccio un piccolo soprammobile, o uno svuotatasche.
Negli anni ne avrò fatti 4 o 5, e avevo pensato di regalarne uno a lui.
Una ciotolina tipo quelle per le salse o il pinzimonio.
Nulla che avesse valore, se non simbolico.
Era un "grazie per avermi insegnato a essere un po' più indulgente con le mie imperfezioni e le mie crepe".
Tutto qui.
A fine seduta ho chiesto se avrebbe accettato un piccolo pensiero da parte mia.
Non l'ho nemmeno tirato fuori dalla borsetta perché sapevo di dover chiedere il permesso prima.
Ho precisato che non era nulla di valore, che non avrei mai voluto metterlo in imbarazzo.
La sua risposta è stata un secco e freddo "No".
Non ha voluto nemmeno sapere cosa fosse e io non glie l'ho detto.
Non ho insistito per nulla, ho rispettato la sua decisione.
Nemmeno l'ho tirato fuori dalla borsa, ripeto.
Ma ci sono rimast* davvero male.
Non sarà stato il regalo più originale del mondo.
Ma non penso fosse un crimine accettarlo, né chissà quale violazione deontologica.
Aveva un senso, era la chiusura di un percorso, nel suo complesso bello e che mi ha cambiato in positivo.
Mi sento come se, un piccolo gesto di gratitudine, in un momento che poteva essere adeguato e non fuori luogo, sia stato rifiutato.
Bastava un "grazie".
Invece nemmeno ha voluto sapere cosa fosse.
Vi dimenticate troppo spesso che siamo persone con sentimenti e fragilità.
E che basta poco per rovinare un momento che poteva essere un modo bello di salutarsi.
Dopo 4 anni di terapia io e il mio terapeuta avevamo concordato che quello di oggi fosse l'incontro conclusivo.
Non gli ho mai fatto regali, non ne ho mai sentito il bisogno.
Ho rispettato i confini terapeutici, o almeno ho cercato di farlo il più possibile.
Non mi sono mai permess* di mandare messaggi al di fuori delle sedute, se non solo in un paio di momenti di forte crisi personale.
Se mi guardo indietro, l'unico grosso screzio che abbiamo avuto, l'unica volta in cui ho cercato di oltrepassare i confini, è stato quando ho intuito che potesse avere vissuti personali di infertilità, forse un pochino comuni ai miei.
Ma la mia era solo necessità di sapere se il mio dolore fosse davvero compreso per esperienza vissuta, non per compassione ipocrita e "pelosa".
A parte quell'unico episodio, nel complesso ritengo di essere stat* un* paziente rispettos* dei confini, e il setting è rimasto molto rigido fino alla fine.
Rigoroso "lei", niente messaggi fuori dalle sedute (se non nei casi menzionati sopra), solo una breve stretta di mano alla fine di ogni seduta.
Vengo al punto.
Oggi essendo l'ultimo incontro, ho pensato che gli avrebbe fatto piacere ricevere un piccolo regalo di chiusura.
Volevo ringraziarlo di ciò che ha fatto per me, e forse rendermi il distacco un po' meno difficile.
Un pensiero simbolico, senza nessun valore economico.
In pratica. . .
Da parecchi anni ho l'hobby del kintsugi.
Quando si rompe un piattino o una ciotolina in casa, se posso riparo con la resina dorata e ne faccio un piccolo soprammobile, o uno svuotatasche.
Negli anni ne avrò fatti 4 o 5, e avevo pensato di regalarne uno a lui.
Una ciotolina tipo quelle per le salse o il pinzimonio.
Nulla che avesse valore, se non simbolico.
Era un "grazie per avermi insegnato a essere un po' più indulgente con le mie imperfezioni e le mie crepe".
Tutto qui.
A fine seduta ho chiesto se avrebbe accettato un piccolo pensiero da parte mia.
Non l'ho nemmeno tirato fuori dalla borsetta perché sapevo di dover chiedere il permesso prima.
Ho precisato che non era nulla di valore, che non avrei mai voluto metterlo in imbarazzo.
La sua risposta è stata un secco e freddo "No".
Non ha voluto nemmeno sapere cosa fosse e io non glie l'ho detto.
Non ho insistito per nulla, ho rispettato la sua decisione.
Nemmeno l'ho tirato fuori dalla borsa, ripeto.
Ma ci sono rimast* davvero male.
Non sarà stato il regalo più originale del mondo.
Ma non penso fosse un crimine accettarlo, né chissà quale violazione deontologica.
Aveva un senso, era la chiusura di un percorso, nel suo complesso bello e che mi ha cambiato in positivo.
Mi sento come se, un piccolo gesto di gratitudine, in un momento che poteva essere adeguato e non fuori luogo, sia stato rifiutato.
Bastava un "grazie".
Invece nemmeno ha voluto sapere cosa fosse.
Vi dimenticate troppo spesso che siamo persone con sentimenti e fragilità.
E che basta poco per rovinare un momento che poteva essere un modo bello di salutarsi.
Gentilissima,
il collega ha ritenuto opportuno e più conveniente proprio per agevolare l'alleanza terapeutica creata insieme lei a non accettare il suo presente. La vostra relazione, fino a quell'istante, è stata equilibrata e coerente. Il regalo può essere recepito, in questo contesto, come un tentativo di varcare quella soglia invisibile che si era sviluppata da sé. Un dono rifiutato non cancella quanto di buono è stato fatto insieme.
Le auguro ogni bene.
Cordialmente,
il collega ha ritenuto opportuno e più conveniente proprio per agevolare l'alleanza terapeutica creata insieme lei a non accettare il suo presente. La vostra relazione, fino a quell'istante, è stata equilibrata e coerente. Il regalo può essere recepito, in questo contesto, come un tentativo di varcare quella soglia invisibile che si era sviluppata da sé. Un dono rifiutato non cancella quanto di buono è stato fatto insieme.
Le auguro ogni bene.
Cordialmente,
Dr. Valerio Bruno
Gentile utente,
La domanda che ci fa non può trovare una risposta specifica da parte nostra, dato che i comportamenti in oggetto nascono dalla sensibilità del/la singol* terapeuta e allo storico del percorso.
Qualche riflessione tuttavia ci sorge spontanea.
Nel diniego sembra di intravedere, però può essere una mia lettura, che alla base ci possa essere il rispetto rigoroso delle regole di setting.
Se così fosse, non ci è possibile comprendere il motivo soggettivo che ha spinto lo psicoterapeuta a rifiutare questo piccolo regalo. Opera che peraltro, trattandosi di un kintsugi, evoca e per certi versi rispecchia in maniera simbolica quel che la psicoterapia fa:
rimediare alle crepe con oro argento e platino,
permettendo la trasformazione di un oggetto danneggiato in un'opera unica e preziosa, segno di resilienza e al contempo di elogio della imperfezione,
simbolo della propria storia sofferta e salvata.
Talvolta il diniego di fronte ad un dono sia pure piccolo segnala al/la paziente che la riconoscenza non è prevista come obbligo dal percorso terapeutico. Ciò a sua tutela.
Ma dimostrare la propria gratitudine potrebbe anche essere, ritengo, una esigenza e un desiderio del/la paziente stess*: il riconoscimento che il lavoro fatto insieme viene considerato come significativo per la propria vita ed in quanto tale apprezzato.
E dunque a fronte della domanda contenuta nel titolo: "è sbagliato fare un regalo di addio al/alla psicoterapeuta?", la risposta è "NO", purchè si il/la pz. sia dispost* ad accettare un eventuale diniego nel caso il/la curante la veda in modo differente (e tuttavia si fa sempre fatica ad accettare i NO ..!)
Che dirLe?
Se riesce, accolga questo comportamento come segno della serietà ed eticità del suo (ex) terapeuta, per come lui interpreta questi due elementi.
Se desidera - per se stessa - chiudere bene, può scrivergli una breve mail di ringraziamento, passando sopra al suo risentimento, dispiacere, delusione. In fondo ne vale la pena per quel che avete costruito insieme nel tempo, e che questo evento non è in grado di cancellare o di portarLe via.
Saluti cordiali.
Dott. Brunialti
La domanda che ci fa non può trovare una risposta specifica da parte nostra, dato che i comportamenti in oggetto nascono dalla sensibilità del/la singol* terapeuta e allo storico del percorso.
Qualche riflessione tuttavia ci sorge spontanea.
Nel diniego sembra di intravedere, però può essere una mia lettura, che alla base ci possa essere il rispetto rigoroso delle regole di setting.
Se così fosse, non ci è possibile comprendere il motivo soggettivo che ha spinto lo psicoterapeuta a rifiutare questo piccolo regalo. Opera che peraltro, trattandosi di un kintsugi, evoca e per certi versi rispecchia in maniera simbolica quel che la psicoterapia fa:
rimediare alle crepe con oro argento e platino,
permettendo la trasformazione di un oggetto danneggiato in un'opera unica e preziosa, segno di resilienza e al contempo di elogio della imperfezione,
simbolo della propria storia sofferta e salvata.
Talvolta il diniego di fronte ad un dono sia pure piccolo segnala al/la paziente che la riconoscenza non è prevista come obbligo dal percorso terapeutico. Ciò a sua tutela.
Ma dimostrare la propria gratitudine potrebbe anche essere, ritengo, una esigenza e un desiderio del/la paziente stess*: il riconoscimento che il lavoro fatto insieme viene considerato come significativo per la propria vita ed in quanto tale apprezzato.
E dunque a fronte della domanda contenuta nel titolo: "è sbagliato fare un regalo di addio al/alla psicoterapeuta?", la risposta è "NO", purchè si il/la pz. sia dispost* ad accettare un eventuale diniego nel caso il/la curante la veda in modo differente (e tuttavia si fa sempre fatica ad accettare i NO ..!)
Che dirLe?
Se riesce, accolga questo comportamento come segno della serietà ed eticità del suo (ex) terapeuta, per come lui interpreta questi due elementi.
Se desidera - per se stessa - chiudere bene, può scrivergli una breve mail di ringraziamento, passando sopra al suo risentimento, dispiacere, delusione. In fondo ne vale la pena per quel che avete costruito insieme nel tempo, e che questo evento non è in grado di cancellare o di portarLe via.
Saluti cordiali.
Dott. Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/
Utente
Gentilissimi,
Vi ringrazio per le risposte, puntuali.
Sapete, non è che io non avessi considerato la possibilità di un rifiuto. Infatti non gli ho fatto vedere il presente. Ho aspettato la fine della seduta per chiedergli il permesso,non mi è stato accordato e non ho potuto fare altro che accettare la decisione senza recriminare e lasciarlo lì in borsa.
Quello che mi ha ferito è stato il no categorico, la rigidità. Il non avermi nemmeno chiesto di cosa si trattasse prima di decidere se accettare o meno.
Che ne so... Se mi avesse detto: "non posso accettare un kintsugi, è un regalo troppo personale" avrei capito di più. Oppure "non posso accettare questo regalo perché rischia di renderle più difficile il distacco" lo avrei accettato.
Ma il "No" aprioristico fa davvero male ed è difficile da accettare. L'unica spiegazione che mi è stata data, è stata "non accetto mai neanche i regali di Natale."
Come se fosse la stessa cosa. Fare un regalo di Natale o di compleanno al proprio terapeuta sì che sarebbe fuori luogo (posto che manco so quando compia gli anni né quanti ne abbia di preciso. 52? 54? boh. Di sicuro non mi è mai nemmeno passato per la testa di fare regali agli psicoterapeuti in simili occasioni). Un regalo di chiusura ha tutta un'altra valenza e significato.
Comunque... Cosa mi aspettavo da uno che, quando avevo una seduta pochi giorni prima delle vacanze di Natale o di Pasqua e gli auguravo "Buone feste " o "Buona Pasqua" prima di andarmene, lui mi rispondeva "io non sono credente, non festeggio e non faccio visita ai parenti"?
Cioè... Sono atea pure io, se vogliamo dirla tutta. Non ho mai ricevuto nemmeno il battesimo. E pure a me non piace il dover per forza passare del tempo con parenti di cui non mi frega nulla. Ma dire "buone feste" era solo un modo per augurargli di passare bene il periodo di vacanze e pausa lavorativa. Tutto qua. Mah... Negli ultimi anni avevo anche smesso di augurargli "Buona Pasqua" eccetera, viste le risposte che mi dava. Lo prendevo un po' in giro dicendogli "non le auguro buone feste perché so che è un asociale e non festeggia. "
Però ecco... Va bene tutto ma stavolta faccio fatica a capire il suo non considerare nemmeno il mio gesto, non volerlo vedere o capire. Ho provato a dirmi che lo ha fatto per proteggermi, per non rendermi più difficile il distacco o creare una dipendenza affettiva non sana.
Ma la verità è che sta spiegazione non regge per niente. Anzi... Il mio gesto andava propio a renderla meno difficile la chiusura. Almeno per me.
È assurdo, ma adesso vorrei tanto che lui capisse l'errore. Non che accettasse il regalo, ma che mi scrivesse che so... Una mail dicendomi "mi dispiace, ho capito di avere sbagliato. Non dovevo rifiutare il suo gesto senza prima chiederle cosa fosse e cercare di capire che significato avesse per lei". È questo che mi ha fatto male.
Ma so che non succederà mai.
Vi ringrazio per le risposte, puntuali.
Sapete, non è che io non avessi considerato la possibilità di un rifiuto. Infatti non gli ho fatto vedere il presente. Ho aspettato la fine della seduta per chiedergli il permesso,non mi è stato accordato e non ho potuto fare altro che accettare la decisione senza recriminare e lasciarlo lì in borsa.
Quello che mi ha ferito è stato il no categorico, la rigidità. Il non avermi nemmeno chiesto di cosa si trattasse prima di decidere se accettare o meno.
Che ne so... Se mi avesse detto: "non posso accettare un kintsugi, è un regalo troppo personale" avrei capito di più. Oppure "non posso accettare questo regalo perché rischia di renderle più difficile il distacco" lo avrei accettato.
Ma il "No" aprioristico fa davvero male ed è difficile da accettare. L'unica spiegazione che mi è stata data, è stata "non accetto mai neanche i regali di Natale."
Come se fosse la stessa cosa. Fare un regalo di Natale o di compleanno al proprio terapeuta sì che sarebbe fuori luogo (posto che manco so quando compia gli anni né quanti ne abbia di preciso. 52? 54? boh. Di sicuro non mi è mai nemmeno passato per la testa di fare regali agli psicoterapeuti in simili occasioni). Un regalo di chiusura ha tutta un'altra valenza e significato.
Comunque... Cosa mi aspettavo da uno che, quando avevo una seduta pochi giorni prima delle vacanze di Natale o di Pasqua e gli auguravo "Buone feste " o "Buona Pasqua" prima di andarmene, lui mi rispondeva "io non sono credente, non festeggio e non faccio visita ai parenti"?
Cioè... Sono atea pure io, se vogliamo dirla tutta. Non ho mai ricevuto nemmeno il battesimo. E pure a me non piace il dover per forza passare del tempo con parenti di cui non mi frega nulla. Ma dire "buone feste" era solo un modo per augurargli di passare bene il periodo di vacanze e pausa lavorativa. Tutto qua. Mah... Negli ultimi anni avevo anche smesso di augurargli "Buona Pasqua" eccetera, viste le risposte che mi dava. Lo prendevo un po' in giro dicendogli "non le auguro buone feste perché so che è un asociale e non festeggia. "
Però ecco... Va bene tutto ma stavolta faccio fatica a capire il suo non considerare nemmeno il mio gesto, non volerlo vedere o capire. Ho provato a dirmi che lo ha fatto per proteggermi, per non rendermi più difficile il distacco o creare una dipendenza affettiva non sana.
Ma la verità è che sta spiegazione non regge per niente. Anzi... Il mio gesto andava propio a renderla meno difficile la chiusura. Almeno per me.
È assurdo, ma adesso vorrei tanto che lui capisse l'errore. Non che accettasse il regalo, ma che mi scrivesse che so... Una mail dicendomi "mi dispiace, ho capito di avere sbagliato. Non dovevo rifiutare il suo gesto senza prima chiederle cosa fosse e cercare di capire che significato avesse per lei". È questo che mi ha fatto male.
Ma so che non succederà mai.
Gentilissima,
comprendo la sua frustrazione perché, dopotutto, lei ha messo il suo cuore nel creare personalmente un pensiero per una persona importante per la sua vita, qual è il suo terapeuta. È umano che il paziente e il terapeuta sviluppino delle aspettative che, com'è stato nella fattispecie, quando risultano in qualche modo disattese questo possa causare rabbia, disagio o tristezza. Anche ciò fa parte di quello che, nel linguaggio tecnico di noi addetti ai lavori, viene definito transfert (ciò che il paziente prova) e controtransfert (ciò che il terapeuta prova). La fine di un percorso terapeutico, come lei già saprà, non le impedisce di certo di intraprenderne un altro in futuro sempre con lo stesso terapeuta. Chissà, se doveste iniziare insieme un nuovo percorso, parlare con il professionista di che cosa ha provato lei dopo aver ricevuto un netto rifiuto del regalo fatto potrebbe rivelarsi un nuovo punto di partenza per rinnovare o, perché no, sviluppare una nuova alleanza terapeutica. Un'alleanza magari ancora più solida di quella che, in due, avete creato in questo periodo trascorso.
Intanto, però, non dimentichi tutti i progressi che grazie al cammino ormai concluso lei ha ottenuto per se stessa. Questo ha un valore enorme, esattamente come il valore che il popolo nipponico, saggiamente, attribuisce alla pratica del kintsugi.
Un cordiale saluto,
comprendo la sua frustrazione perché, dopotutto, lei ha messo il suo cuore nel creare personalmente un pensiero per una persona importante per la sua vita, qual è il suo terapeuta. È umano che il paziente e il terapeuta sviluppino delle aspettative che, com'è stato nella fattispecie, quando risultano in qualche modo disattese questo possa causare rabbia, disagio o tristezza. Anche ciò fa parte di quello che, nel linguaggio tecnico di noi addetti ai lavori, viene definito transfert (ciò che il paziente prova) e controtransfert (ciò che il terapeuta prova). La fine di un percorso terapeutico, come lei già saprà, non le impedisce di certo di intraprenderne un altro in futuro sempre con lo stesso terapeuta. Chissà, se doveste iniziare insieme un nuovo percorso, parlare con il professionista di che cosa ha provato lei dopo aver ricevuto un netto rifiuto del regalo fatto potrebbe rivelarsi un nuovo punto di partenza per rinnovare o, perché no, sviluppare una nuova alleanza terapeutica. Un'alleanza magari ancora più solida di quella che, in due, avete creato in questo periodo trascorso.
Intanto, però, non dimentichi tutti i progressi che grazie al cammino ormai concluso lei ha ottenuto per se stessa. Questo ha un valore enorme, esattamente come il valore che il popolo nipponico, saggiamente, attribuisce alla pratica del kintsugi.
Un cordiale saluto,
Dr. Valerio Bruno
Gentile utente,
Le auguro di cuore una proficua "elaborazione del lutto", nel tempo che ci vorrà.
Il lutto a cui mi riferisco non è solo la fine della relazione terapeutica, ma soprattutto il modo in cui è avvenuta dentro di Lei.
Saluti cari.
Dott. Brunialti
Le auguro di cuore una proficua "elaborazione del lutto", nel tempo che ci vorrà.
Il lutto a cui mi riferisco non è solo la fine della relazione terapeutica, ma soprattutto il modo in cui è avvenuta dentro di Lei.
Saluti cari.
Dott. Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/
Utente
Gentilissimi,
Ringrazio entrambi delle risposte, anche se molto divergenti tra di loro.
@dott. Bruno
Iniziare in futuro un nuovo percorso di psicoterapia con lo stesso professionista, lo ritengo improbabile. Principalmente perché il terapeuta in questione lavora in un ambito piuttosto specialistico (sessuologia clinica, problematiche dell'identità di genere e dello sviluppo sessuale) in cui, raramente si intraprende più di un percorso di terapia. Secondariamente, lavora in una struttura pubblica del mio territorio in cui non si trova proprio benissimo lavorativamente parlando, e so che ha da tempo in progetto di trasferirsi in altra regione quando avrà trovato l'opportunità giusta per lui. Insomma, è probabile che tra qualche mese o 1 anno o chissà, non eserciti nemmeno più nella mia città. Non che questo abbia influito sul mio percorso di terapia e sulle sue dinamiche, ma di certo rende improbabile un'eventuale "ripresa".
@Dott.ssa Brunialti ringrazio anche lei come sempre. Effettivamente è un po' come se un rapporto terapeutico "valido" si fosse rovinato proprio alla fine, per colpa di entrambi. Mia, perché mi sono pres* una libertà Che forse non mi era consentita, sua perché ha gestito piuttosto male la cosa. E ci vorrà un po' per elaborare.
Quanto al kintsugi, forse la cosa più giusta è abbandonarlo per il mondo lasciandolo in qualche posto comunitario (Biblioteca, qualche sala d'aspetto, luoghi di passaggio... Devo ancora decidere dove).
Con la speranza che, magari, un giorno qualcuno ne possa capire almeno un po' il significato. O che gliene dia uno personale.
Di certo è meglio che lasciarlo dimenticato in un cassetto.
Ringrazio entrambi delle risposte, anche se molto divergenti tra di loro.
@dott. Bruno
Iniziare in futuro un nuovo percorso di psicoterapia con lo stesso professionista, lo ritengo improbabile. Principalmente perché il terapeuta in questione lavora in un ambito piuttosto specialistico (sessuologia clinica, problematiche dell'identità di genere e dello sviluppo sessuale) in cui, raramente si intraprende più di un percorso di terapia. Secondariamente, lavora in una struttura pubblica del mio territorio in cui non si trova proprio benissimo lavorativamente parlando, e so che ha da tempo in progetto di trasferirsi in altra regione quando avrà trovato l'opportunità giusta per lui. Insomma, è probabile che tra qualche mese o 1 anno o chissà, non eserciti nemmeno più nella mia città. Non che questo abbia influito sul mio percorso di terapia e sulle sue dinamiche, ma di certo rende improbabile un'eventuale "ripresa".
@Dott.ssa Brunialti ringrazio anche lei come sempre. Effettivamente è un po' come se un rapporto terapeutico "valido" si fosse rovinato proprio alla fine, per colpa di entrambi. Mia, perché mi sono pres* una libertà Che forse non mi era consentita, sua perché ha gestito piuttosto male la cosa. E ci vorrà un po' per elaborare.
Quanto al kintsugi, forse la cosa più giusta è abbandonarlo per il mondo lasciandolo in qualche posto comunitario (Biblioteca, qualche sala d'aspetto, luoghi di passaggio... Devo ancora decidere dove).
Con la speranza che, magari, un giorno qualcuno ne possa capire almeno un po' il significato. O che gliene dia uno personale.
Di certo è meglio che lasciarlo dimenticato in un cassetto.
Gentile utente,
".. come se un rapporto terapeutico "valido" si fosse rovinato proprio alla fine, per COLPA di entrambi" [maiuscolo mio], ci dice.
Sento di doverLe un appunto piccolo, ma importante a mio vedere. Riguarda il termine COLPA. So che è un modo consueto di dire, ma mi permetto di invitarla a sostituirlo con la parola "responsabilità": ".. per responsabilità di entrambi".
Ancor oggi purtroppo abbiamo troppa facilità nell'addossarci COLPE, come se avessimo voluto consapevolmente fare del male all'altr*. Ma non è così.
Ciò non ci toglie la responsabilità di quanto accade; ma il cambio di sostantivo segnala la assenza di intenzionalità di ferire: da entrambe le parti nel caso di cui ci parla, ne sono certa.
Con l'occasione ringrazio dell'apprezzamento.
Saluti cari.
dott. Brunialti
".. come se un rapporto terapeutico "valido" si fosse rovinato proprio alla fine, per COLPA di entrambi" [maiuscolo mio], ci dice.
Sento di doverLe un appunto piccolo, ma importante a mio vedere. Riguarda il termine COLPA. So che è un modo consueto di dire, ma mi permetto di invitarla a sostituirlo con la parola "responsabilità": ".. per responsabilità di entrambi".
Ancor oggi purtroppo abbiamo troppa facilità nell'addossarci COLPE, come se avessimo voluto consapevolmente fare del male all'altr*. Ma non è così.
Ciò non ci toglie la responsabilità di quanto accade; ma il cambio di sostantivo segnala la assenza di intenzionalità di ferire: da entrambe le parti nel caso di cui ci parla, ne sono certa.
Con l'occasione ringrazio dell'apprezzamento.
Saluti cari.
dott. Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/
👍🏻Il Dr. Bruno concorda con la risposta.
Questo consulto ha ricevuto 7 risposte e 959 visite dal 21/04/2026.
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