Sentirsi non realizzati dal punto di vista professionale
Gentili Dottori,
quest'anno mi ritrovo ad insegnare vicino al mio paese di origine dopo tanti anni trascorsi in una città del nord Italia.
Vengo subito al dunque: a livello professionale non mi trovo per nulla realizzata o poco al massimo, anche se paradossalmente gli alunni hanno instaurato un bel rapporto con me e si vede dall'entusiasmo con cui mi accolgono.
Ma io non provo lo stesso sentimento.
La cosa che mi ha colpito è davvero il grande numero di assenze strategiche.
In ogni classe, soprattutto del triennio, ci sono tanti alunni affetti da ansia, malattie più o meno ipocondriache e mal di testa di varia natura.
Al nord, dov'ero prima, c'erano pure le assenze strategiche ma erano molto limitate e si verificavano di più al 5 anno.
I genitori difendono a spada tratta i loro figli e non li vedo quasi mai ai colloqui mattutini.
Tanto poi, si sa, che tutti verranno promossi e con voti gonfiati.
Questa è la prassi, a quanto pare.
E alcuni colleghi mi hanno "invitata" a non approfondire troppo, per così dire.
Sinceramente è un andazzo che non riesco a soffrire.
Difficile lavorare in un ambiente del genere.
Dov'ero prima avevo instaurato un bel rapporto proprio coi genitori che non mi hanno mai attaccata per un voto negativo.
Anzi, piena collaborazione e riconoscimento per il lavoro svolto.
Qui, invece, qualche genitore ha avuto da ridire specie sul modo di rapportarmi un po' duro e che intimorisce.
Anni fa mi sono trasferita proprio al sud per assistere un genitore che ancora gode di una certa autonomia.
MI verrebbe da scappare, però sono due le cose mi frenano:
1) Il senso di colpa nei confronti del genitore che ci teneva tanto a riavermi qui.
2) Il giudizio delle persone, soprattutto i miei parenti più stretti, che potrebbero pensare che non ho trovato un equilibrio a livello lavorativo.
Criticherebbero aspramente un mio ritorno al nord. Non capiscono però come mi sento dentro. Pensano che io mi trovi bene perché finora ho finto... .
Personalmente, vivo male questa situazione e se penso che domani dovrò recarmi in quel luogo, soffro e non riesco nemmeno a piangere per il nervoso e il senso di disagio.
A scuola devo fingere che tutto va bene e devo sorridere anche quando non c'è nulla da sorridere.
Non ho trovato colleghi con cui condividere interessi e fare due chiacchiere anche futili (tutto ciò, invece, avveniva al nord e provo tanta nostalgia... ) .
Come si fa ad andare avanti così?
quest'anno mi ritrovo ad insegnare vicino al mio paese di origine dopo tanti anni trascorsi in una città del nord Italia.
Vengo subito al dunque: a livello professionale non mi trovo per nulla realizzata o poco al massimo, anche se paradossalmente gli alunni hanno instaurato un bel rapporto con me e si vede dall'entusiasmo con cui mi accolgono.
Ma io non provo lo stesso sentimento.
La cosa che mi ha colpito è davvero il grande numero di assenze strategiche.
In ogni classe, soprattutto del triennio, ci sono tanti alunni affetti da ansia, malattie più o meno ipocondriache e mal di testa di varia natura.
Al nord, dov'ero prima, c'erano pure le assenze strategiche ma erano molto limitate e si verificavano di più al 5 anno.
I genitori difendono a spada tratta i loro figli e non li vedo quasi mai ai colloqui mattutini.
Tanto poi, si sa, che tutti verranno promossi e con voti gonfiati.
Questa è la prassi, a quanto pare.
E alcuni colleghi mi hanno "invitata" a non approfondire troppo, per così dire.
Sinceramente è un andazzo che non riesco a soffrire.
Difficile lavorare in un ambiente del genere.
Dov'ero prima avevo instaurato un bel rapporto proprio coi genitori che non mi hanno mai attaccata per un voto negativo.
Anzi, piena collaborazione e riconoscimento per il lavoro svolto.
Qui, invece, qualche genitore ha avuto da ridire specie sul modo di rapportarmi un po' duro e che intimorisce.
Anni fa mi sono trasferita proprio al sud per assistere un genitore che ancora gode di una certa autonomia.
MI verrebbe da scappare, però sono due le cose mi frenano:
1) Il senso di colpa nei confronti del genitore che ci teneva tanto a riavermi qui.
2) Il giudizio delle persone, soprattutto i miei parenti più stretti, che potrebbero pensare che non ho trovato un equilibrio a livello lavorativo.
Criticherebbero aspramente un mio ritorno al nord. Non capiscono però come mi sento dentro. Pensano che io mi trovi bene perché finora ho finto... .
Personalmente, vivo male questa situazione e se penso che domani dovrò recarmi in quel luogo, soffro e non riesco nemmeno a piangere per il nervoso e il senso di disagio.
A scuola devo fingere che tutto va bene e devo sorridere anche quando non c'è nulla da sorridere.
Non ho trovato colleghi con cui condividere interessi e fare due chiacchiere anche futili (tutto ciò, invece, avveniva al nord e provo tanta nostalgia... ) .
Come si fa ad andare avanti così?
Gentile,
quando scrive mi verrebbe da scappare e allo stesso tempo dice che resta per senso di colpa e per il giudizio dei parenti , sta descrivendo una tensione molto forte: da una parte ciò che sente dentro, dall’altra ciò che sente di dover sostenere per gli altri. È comprensibile che così il lavoro diventi pesante, quasi insopportabile.
Il fatto che dica devo fingere che tutto va bene e che la sera, pensando al rientro a scuola, soffro e non riesco nemmeno a piangere per il nervoso è un segnale chiaro di quanto questo adattamento le stia costando. Non è semplice insoddisfazione professionale: è uno scollamento profondo tra chi è e il contesto in cui si trova ora.
Lei nota con lucidità un clima che non riesce a tollerare: assenze strategiche , genitori che difendono sempre i figli, colleghi che invitano a non approfondire troppo . Questo entra in conflitto diretto con il suo modo di essere docente e con il senso che dà al suo lavoro. Non sorprende che dica di non sentirsi realizzata, anche se gli studenti mostrano affetto: il riconoscimento emotivo non basta quando manca la condivisione dei valori.
Il nodo forse non è decidere subito se restare o tornare al nord, ma fermarsi su una domanda più vicina a quello che sente: quanto a lungo può continuare a vivere fingendo, senza che questo la consumi ancora di più?
E ancora: il senso di colpa verso il genitore e la paura del giudizio stanno proteggendo qualcuno, ma chi sta proteggendo lei?
Non c’è una risposta rapida. Ma ignorare questo disagio, come se fosse solo una fase da stringere i denti, rischia di farlo diventare più duro. Trovare uno spazio in cui poter dire senza filtri io così sto male , senza dover sorridere o giustificarsi, può aiutarla a capire quale passo sia davvero sostenibile per lei. Chiedere, ma anche gridare aiuto non è una sconfitta, anzi.
Un caro saluto.
quando scrive mi verrebbe da scappare e allo stesso tempo dice che resta per senso di colpa e per il giudizio dei parenti , sta descrivendo una tensione molto forte: da una parte ciò che sente dentro, dall’altra ciò che sente di dover sostenere per gli altri. È comprensibile che così il lavoro diventi pesante, quasi insopportabile.
Il fatto che dica devo fingere che tutto va bene e che la sera, pensando al rientro a scuola, soffro e non riesco nemmeno a piangere per il nervoso è un segnale chiaro di quanto questo adattamento le stia costando. Non è semplice insoddisfazione professionale: è uno scollamento profondo tra chi è e il contesto in cui si trova ora.
Lei nota con lucidità un clima che non riesce a tollerare: assenze strategiche , genitori che difendono sempre i figli, colleghi che invitano a non approfondire troppo . Questo entra in conflitto diretto con il suo modo di essere docente e con il senso che dà al suo lavoro. Non sorprende che dica di non sentirsi realizzata, anche se gli studenti mostrano affetto: il riconoscimento emotivo non basta quando manca la condivisione dei valori.
Il nodo forse non è decidere subito se restare o tornare al nord, ma fermarsi su una domanda più vicina a quello che sente: quanto a lungo può continuare a vivere fingendo, senza che questo la consumi ancora di più?
E ancora: il senso di colpa verso il genitore e la paura del giudizio stanno proteggendo qualcuno, ma chi sta proteggendo lei?
Non c’è una risposta rapida. Ma ignorare questo disagio, come se fosse solo una fase da stringere i denti, rischia di farlo diventare più duro. Trovare uno spazio in cui poter dire senza filtri io così sto male , senza dover sorridere o giustificarsi, può aiutarla a capire quale passo sia davvero sostenibile per lei. Chiedere, ma anche gridare aiuto non è una sconfitta, anzi.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Questo consulto ha ricevuto 1 risposte e 24 visite dal 01/02/2026.
Se sei uno specialista e vuoi rispondere ai consulti esegui il login oppure registrati al sito.
Se sei uno specialista e vuoi rispondere ai consulti esegui il login oppure registrati al sito.